Il Blog di Priamo (180)

Martedì, 16 Luglio 2013 17:06

Natura morta

Quand’ero ragazzo mi erano capitati sotto agli occhi, per caso, alcuni versi di Aldo Braibanti (il poeta Ruffilli mi correggerebbe sostituendo alla parola caso quella più fatale di necessità): di questa poesia che non ho mandato a memoria, come quasi tutta quella di altri visionari che pure ha attraversato la mia vita in modo sconvolgente, mi è rimasto impigliato solo un frammento. Mi accompagna da sempre: “… ed io mi riconosco negli occhi dell’amante come in un dado di melma impietrita”.
Braibanti, personalità di artista singolare, per i più ha avuto breve notorietà soprattutto a causa di uno strano processo penale, celebrato a suo carico nell’anno biforcuto millenovecentosessantotto. Un processo singolare, che potrebbe essere avvenuto nell’Atene classica. Un’accusa per “plagio” di un ragazzo, ai confini evanescenti tra seduzione intellettuale e amore vietato. Dunque, in altro contesto, la parola evocatrice, la parola semplice e profondissima, il verso che schiude una porta sull’infinitamente ricercato, quasi raggiunto ma definitivamente inesprimibile, contagia mirabilmente.

Giovedì, 11 Luglio 2013 17:13

Il giudice e il suo boia

Non esiste finale che non possa essere riscritto, non esiste storia che non possa essere riletta e, soprattutto, non esiste genere le cui regole non possano venire stravolte. Parola di Friedrich Dürrenmatt. Lucido e impietoso osservatore della società svizzera a lui contemporanea, l'autore inizia la sua carriera a teatro e prosegue con una serie di romanzi e racconti: in particolare, i primi romanzi trattano di casi investigativi, al centro dei quali c'è quasi sempre un mistero da risolvere. Non si tratta dei soliti gialli, tant'è vero che una delle opere, La promessa, ha come sottotitolo Un requiem per il romanzo giallo, che suggerisce una totale rivisitazione del genere rispetto a com'è generalmente concepito.
Il protagonista de Il giudice e il suo boia, pubblicato nel 1952, è il commissario Bärlach (che ritroviamo anche nel successivo Il sospetto), il quale comincia ad investigare, insieme al suo assistente Tschanz, sulla morte di un collega, un certo tenente Schmied.

Lunedì, 01 Luglio 2013 09:45

Io, vulcano

Vivacità, destrezza, manualità, progetto, intraprendenza, buio fascino della dissimmetria, forza e visione. Può bastare per fare un dio, quando non pretenda di essere tutto.
Se poi mi avete classificato storpio, sporco, deforme, diverso dagli altri dei, così bravini, non me la sono neanche presa a male. Dimostrazione di superiorità. Non sottovalutate il fatto che Afrodite mi ha preso, formalmente e ufficialmente, ma non voglio dar peso a quella encomiabile riuscita. Sono dio di mondo, e so come vanno le cose.
Avevo anche qualità, di quelle che si tengono nascoste per un pudore antico, quando ancora c’era, o c’erano quelle. Va bene così. Ci è toccato a tutti di avere un ribasso di fama, ma i rigurgiti di gloria esistono per questo, per rovesciare le attese, e noi tutti, quasi tutti, siamo piuttosto ottimisti.

Martedì, 25 Giugno 2013 19:02

Annotazioni da un artigiano della traduzione

1. La “letteratura” italiana contemporanea si è tarpata le ali o, se si preferisce, ha strappato le proprie radici. In altre parole ha, con poche eccezioni, abdicato al problema della forma, con il risultato inevitabile di condannarsi a morte.
“Cos’è accaduto? Perché il romanziere italiano contemporaneo... ha rinunciato alla continuità con se stesso, con la sua stessa letterarietà e i suoi fondamenti? Perché scrive in «una specie di inglese», quello astrattamente parlato in tutti gli aeroporti del mondo?”
Giorgio Ficara non è l’unico a porsi il quesito. E non è un problema da poco.
Infatti non si dà stile, senza forma, essendo lo stile, per l’appunto, l’elaborazione originale di una forma.
Eppure l’edificio linguistico non è crollato, il buon italiano è ancora vivo, ad onta del disprezzo mostrato nei suoi confronti da tanti sedicenti scrittori. È merito di valenti giornalisti e, soprattutto, dei traduttori. Infatti, che piaccia o meno, il traduttore letterario svolge oggi in Italia una funzione infralinguistica accanto a quella interlinguistica. Oltre a fare da balia agli scrittori di consumo che adoperano, magari inconsapevolmente, il “traduttese” - ovvero l’italiano neutro ancorché corretto dal punto di vista grammaticale e sintattico, cui si deve ricorrere per volgere nella nostra lingua la prosa dei best selling but bad writing authors (nel campo dei gialli o noir il fenomeno è addirittura esilarante) - il traduttore ha di fatto assunto il ruolo ben più gravoso ed essenziale di custode della tradizione letteraria, così come è andata evolvendo dal Dolce Stil Novo a Gadda.

Lunedì, 24 Giugno 2013 08:02

Non avere paura dei libri

È necessario trovare le parole giuste per parlare di Non avere paura dei libri di Christian Mascheroni (edizioni Hacca). Perché quando si ha a che fare con una storia privata, si ha sempre il timore di dire qualcosa di sbagliato, che in qualche modo la banalizzi.
La casa che Christian ci racconta è quella della sua infanzia, adolescenza e prima maturità. È la casa condivisa con Eva e Gino, i genitori: Eva, la «viennese», che nel corso della trama diventa tante cose, ma che, soprattutto, è colei che insegna al figlio che dei libri non bisogna avere paura, poiché capaci di emancipare da una realtà spesso troppo difficile da sopportare; inoltre, per quanto un libro possa apparire ostico e impenetrabile, esiste sempre una via per carpirne il messaggio, basta cercarla. Poi c'è Gino, il pompiere, l'uomo che tenta di riempire il vuoto interiore della moglie, senza riuscirci fino in fondo.

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