Il Blog di Priamo (182)

Nel 1887, Oscar Wilde scrisse Il delitto di Lord Arthur Savile (Mattioli 1885, 2012) un titolo che sarebbe più automatico attribuire a Conan Doyle o Agatha Christie. In questo breve scritto, Wilde getta le fondamenta di quella che sarà forse la sua opera più conosciuta e letta, Il ritratto di Dorian Gray, del 1890. La trama del racconto è piuttosto semplice: Arthur Savile è ospite a un ricevimento organizzato presso la dimora di Lady Windermere. Presente all'evento è un chiromante che, durante la serata, predice il futuro agli ospiti. Quando arriva il turno di Lord Savile, il chiromante assume un'espressione di terrore e, in seguito, in forma privata, renderà partecipe il suo cliente della nefasta profezia: egli sarà autore di un omicidio. Lord Savile è spaventato, anche perché è prossimo al matrimonio con l'adorata fidanzata Sybil. Qual è la soluzione? Per prima cosa, rimandare le nozze. E poi trovare qualcuno da uccidere, in modo da realizzare la volontà del Fato ed essere finalmente libero di coronare il suo sogno d'amore. Riuscirà Lord Savile nel suo intento? A voi il piacere di scoprirlo.

Domenica, 24 Febbraio 2013 21:12

Un’opera dal fascino ambiguo

Una battuta in discorso diretto introduce la vicenda narrata, ne esprime la forma romanzo e immediatamente dopo si stempera in mille rivoli espressivi, fiumi carsici di flussi di coscienza, di pensieri, emozioni, dubbi; castelli di carta di riflessioni, desideri, paure. E la realtà intorno al mondo interiore dei personaggi - la famiglia in vacanza, la casa, il mare - prende lentamente forma, sfumata come in un sogno, intuitiva come una scenografia in penombra. Gita al faro di Virginia Woolf, pubblicato nel 1927, è un’opera complessa, dal fascino ambiguo, che pur scandita, nel suo farsi, dall’inesorabile scorrere del tempo, sembra sospesa in una sorta di irreale eternità. Il quadro dipinto dalla scrittrice inglese si offre al lettore quasi fosse un’illusione ottica; i riferimenti all’ambiente (a partire dal faro, meta agognata dal più piccolo della famiglia Ramsay, padre, madre e otto figli), essenziali al romanzo, trascolorano nelle anime dei caratteri e lì prendono forma.

Domenica, 17 Febbraio 2013 21:08

Splendido, va da sé...

Scrivi un libro, e ti travolgono emozioni difficili da descrivere. Poi, assistito dalla buona sorte, trovi anche qualcuno che decide di pubblicare il libro che hai scritto (nel mio caso Marco Crestani ed Emanuele Pettener, fondatori e instancabili animatori della nuova realtà culturale Priamo), ed ecco che ti investe una nuova ondata di gioia eccitata, di entusiasmo irrefrenabile. Qualcosa di talmente forte che, credetemi, al confronto la sbornia peggiore della vostra vita non rende neanche lontanamente l’idea, e in un momento, quasi senza rendertene conto, ti ritrovi a pensare che forse di felicità non si muore, però ci si va vicini, ed è una bellissima sensazione. E quando finalmente ogni cosa è ormai avviata, e il respiro poco alla volta torna regolare e il cuore riprende a battere secondo i ritmi quotidiani che gli sono consoni, ecco che all’orizzonte si profila un nuovo appuntamento. Splendido, va da sé, ma sconvolgente (del resto, come potrebbe non esserlo?): bisogna organizzare la presentazione del libro… Che a dirlo sembra una cosa semplice, ma quando ti ritrovi a farla per la prima volta, una presentazione, a metterla insieme pezzo per pezzo, ti accorgi che non è per nulla uno scherzo.

Oscar Wilde in Florida. Una testimonianza.

Ieri mattina sono andato a messa, qui a Boca Raton, Florida, dove abito. La messa è cominciata e prima del Vangelo una signora distinta è salita sull'altare: apparteneva all'associazione "Citizens for Science and Ethics, Inc." e ha pubblicamente chiesto di aderire a una petizione per proporre allo Stato della Florida un emendamento che "protegga il matrimonio come unione legale solo tra un uomo e una donna e che provveda che nessun’altra unione considerata come matrimonio o equivalente venga riconosciuta e considerata valida."
Ho trovato paradossale che in un consesso di persone (almeno 800) che stavano celebrando la fratellanza e la tolleranza nel nome di Colui che redarguì severamente circa lo scagliar pietre a destra e a manca, che suggerì di pensar ai propri pali anziché alle pagliuzze altrui, che disse chiaro e tondo che le minoranze (prostitute, ladri e pubblicani) sarebbero entrati nel regno dei Cieli ben prima degli ipocriti – una signora formulasse la richiesta che un omosessuale non abbia gli stessi diritti di un eterosessuale.
Finalmente è partito il Vangelo, precisamente la bellissima pagina di Matteo laddove Gesù osserva che chiunque farà del bene al più piccolo (al più emarginato) dei suoi fratelli – un bene pratico, concreto, dargli da mangiare se ha fame, da bere se ha sete, visitarlo se sta in prigione – sarà come se lo avesse fatto a Lui, e viceversa.

Venerdì, 08 Febbraio 2013 21:48

Un progetto collettivo di lavoro e creatività

Siamo nel 1985. Interpellato da un lettore sul tema “giovani”, Pier Vittorio Tondelli – scrittore già noto, in particolare per Rimini, suo terzo romanzo e best seller estivo – risponde dalle colonne di “Linus”, dichiarandosi impreparato a dare un’immagine esaustiva di chi fossero i giovani di allora, cosa passasse loro per la testa o quali interessi potessero coltivare. Ma l’aspetto più sorprendente è che Tondelli rischia tutto, subito: rilancia la partita e chiede ai giovani stessi di raccontarsi. “Under 25” sarà la risposta. Quel “progetto collettivo di lavoro e creatività” che lui ha in mente, sostenuto dalla casa editrice Il Lavoro Editoriale di Ancona (poi Transeuropa) e coadiuvato da editor quali Massimo Canalini, Giorgio Mangani ed Ennio Montanari, è in realtà una mossa intuitiva di promozione culturale giovanile, l’azione che avrebbe riconsegnato, a una generazione intera, la voce in capitolo perduta. Attraverso la scrittura di un racconto, i giovani “scarti generazionali” – come li chiamava Tondelli, riferendosi a quella schiera di ragazzi in fuga dal conformismo – avrebbero così avuto l’opportunità di narrare il proprio presente, senza per forza inondarlo di pregiudizi o inzupparlo di esperienze personali.

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