Il Blog di Priamo (182)

Storia di Ruth

Swinemunde, Germania, 1934. Il signor Hagen, padre della mia amica Ruth, ha un negozio di tessuti e in una mattina piovosa riceve un’insolita visita. Un signore elegante con un cappello di feltro viene a commissionargli un lavoro importante: confezionare uniformi naziste. Purtroppo il signor Hagen deve rifiutare. ”Perché mai?” si stupisce il signore dal cappello di feltro (poiché  l’affare è indubitabilmente buono). Il signor Hagen ha paura, ma mentire può essere ancora più rischioso che dir la verità: “Vede, il mio cognome è Hagen… ma mi chiamo Israel”. Viene arrestato, e rilasciato solo perché accetta di vendere il negozio a un decimo del suo valore. Gli viene inoltre imposto di lasciare la città.
Israel Hagen, con moglie e tre bimbi piccoli, si trasferisce a Stettin. Viene nuovamente arrestato in quanto Ebreo nel 1935. Al momento del rilascio, un poliziotto gli sussurra all’orecchio: “Deve scappare. Dovete scappare tutti voi Ebrei! Noi sappiamo cosa sta succedendo”. Lo sanno, i poliziotti, o lo intuiscono, origliando alle riunioni dei superiori. Israel guarda negli occhi l’uomo e decide che non è il caso di sottovalutare il consiglio, contrariamente alla maggior parte degli Ebrei similmente allertati. Anche i famigliari del padre di Ruth reagiscono con accondiscendenza alla sua preoccupazione: “Suvvia, siamo sopravvissuti ai Pogrom, che c’è di nuovo? Anche questa passerà!” Così Israel, la moglie e i tre figli partono. Saranno gli unici della famiglia a salvarsi.

Giovedì, 30 Aprile 2015 14:25

L’ultima scena (in tredici brevi atti)

1

È passato del tempo, tanto, troppo, mai abbastanza.

Ricordo ogni particolare, anche i dettagli più stupidi, insignificanti, minimali.

Era settembre, New York fremeva di incantesimi vitali, e sembrava pronta ad abbracciarti.

E noi la lasciavamo fare, ricambiandola.
La giornata iniziava con la luce del mattino che entrava sfacciata dalle finestre, appoggiandosi sui miei occhi stanchi, dopo una notte tormentata. Non capivo il tormento; non ce n’era ragione: eppure c’era, sfidando la logica.

Ero in compagnia della felicità, che dormiva beata accanto a me, con la sua schiena nuda, dopo avermi regalato un’altra giornata di gioia.

Giovedì, 16 Aprile 2015 14:49

Accanimento informativo

Provocato!
Sono obbligato a parlare di attualità.
Posso chiedere perdono in anticipo? Eh no!! Ricordi il Diavolo a Guido da Montefeltro (Inferno, XXVII, 121-123): «Forse tu non pensavi ch’io loico fossi»?
In verità non chiedo perdono, perché non c’è da essere perdonati; c’è solo un poco di occupazione indebita di attenzione.
Perché il limite è stato passato.

Petunia Jones era addetta alle interviste con le celebrities, tanto da convincersi d’essere una celebrity pure lei. Che dire di Petunia? Aveva una cascata di capelli biondi, sguardi lascivi e bocca carica come una pistola carica fino alla bocca. Il corpo era tutto un fluire di curve, centomila curve, talora sembrava un pitone, specie quando fasciava quella sua carne con lunghi vestiti aderentissimi e colorati, con spacchi inguinali come spaccature della crosta terrestre, squarci terrificanti che aprivano inferni di delizie, peccati, dannazione eterna. Esibiva un’amoralità ostentata, tutto era malizia in lei, il rimmel a renderle gli occhi ancor più aggressivi, quell’infilarsi le mani fra i capelli come se le stesse infilando nei pantaloni di un uomo, il seno minaccioso, i capezzoli rosei e duri che lasciava ammirare chinandosi appositamente sulla tua scrivania, col pretesto di far domande e ottener risposte, quasi avesse sempre bisogno di metter le tette in chiaro. Non credo fosse un’esibizionista nel senso patologico del termine, o una ninfomane. Sembrava aver bisogno d’imporre il suo potere sessuale sugli uomini, di sedurli, ammansirli, e piegarli alla propria volontà – perché potessero diventare suoi alleati, o comunque non nemici, nell’unica cosa che le interessava: la carriera.

Cristiano Prakash Dorigo scrive racconti. Il primo gli venne pubblicato nel 2002 da Einaudi all’interno dell’antologia “E’ da tanto che volevo dirti” a cura di Giuseppe Caliceti e Giulio Mozzi; gli ultimi in ordine di tempo formano la raccolta Cose minute di nessuna importanza, freschi di stampa da Priamo e Meligrana.

”Cose minute di nessuna importanza" è ironico?

Il titolo del libro l’ha scelto Marco, di Priamo. Non so da dove l’abbia estrapolato, ma quando me l’ha proposto - la mia idea era niente di che - ne sono rimasto folgorato. Ho subito pensato che sembrava a un titolo di Carver, e non ho saputo resistergli.
Se invece la domanda è un riferimento, ironico, al contenuto, direi di no. Mi è capitato di scrivere qualche racconto su quel registro in passato: ma questa è una raccolta di racconti ambientati nel terzo millennio, di cui i primi quattro nel duemilauno e, per questioni personali ma anche universali, mi sembrava fuori luogo ricorrervi. In ordine sparso, il duemilauno ha visto i seguenti eventi: crollo delle torri gemelle, tracollo dell’economia argentina, il G8 a Genova, la morte di mia madre, la sentenza di primo grado che assolveva i vertici del petrolchimico - che riguardava il lavoro di Gabriele Bortolozzo, operaio che denunciò i malanni del CVM, di cui mi sono occupato nel libro e in un lavoro parallelo di animazione. Insomma, per me un anno cruciale, di svolta. Non potevo non scriverne – “non poterne non scrivere” è così poco ironico, ma al contempo così veritiero da farmi sorridere .

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