Il Blog di Priamo (182)

Martedì, 17 Febbraio 2015 00:00

Raccontare i racconti

Eravamo a Santa Margherita, nel plateatico del bar rosso.
C’era un vento fastidioso, nonostante l’estate, il sole, l’afa; quel pomeriggio l’aria era fresca, arrivava a raffiche e faceva venire qualche brivido sulla pelle scoperta.
Non ci conoscevamo ancora bene e stavamo raccontandoci in libertà, senza le reticenze che di solito frenano i movimenti spontanei.
Era l’esordio di un’amicizia che nasceva in età matura e, forse proprio per questo, consapevole.

(La mia nonna irlandese)

Avevo 29 anni, studiavo negli Stati Uniti da oltre un anno, e seguivo questo corso: “The novelist as intellectual”. Fra i libri da discutere, ricordo una raccolta di saggi di Baldwin, una di Joan Didion, un paio di romanzi pallidi, la traduzione inglese di Respiracion Artificial di Ricardo Piglia e dei racconti di Borges.
In classe c’era una signora irlandese, poteva avere 70 anni, più facilmente 75: era bianca, tutta bianca, i capelli candidi e il sorriso dolcissimo e mansueto, e le guance paffute erano rosa come un fiore di pesco sulla neve. Aveva una figura in carne ma senza curve, vestita spesso con lunghi grembiuli a fiori, e un indimenticabile accento britannico. Era una nonna, corporea e incorporea, poteva essere Miss Marple, chi lo sa, e aveva idee sulla letteratura assolutamente antiquate e mi piaceva enormemente, ne ero ipnotizzato: era la nonna vittoriana che avevo sempre sognato.

Venerdì, 30 Gennaio 2015 00:00

L'imboscato

3 giugno 1915
Carissimi, Ricordandovi sempre con affetto mando a voi intimi saluti sperando che voi tutti sarete in ottima salute, così come vale per me. Conduciamo una vita molto attiva che però non mi fa soffrire più di tanto, per motivi che facilmente potete comprendere non posso dirvi dove siamo dislocati e diretti. Il mio indirizzo preciso è questo: Sesta Divisione 61ª Fanteria Decima Compagnia. Appena ricevete la presente fatemi il piacere di scrivermi subito perché c’impiega molto ad arrivare.
Vi prego anche di ricordarmi a tutti i conoscenti e a chi vi domanda mie nuove. Non pensate male di me che come vi ripeto sto benissimo. Ricevete tanti saluti e bacioni dal vostro aff.mo figlio Paolino
(coll. Gabriele Molo)

Il cielo è accecante, pieno di piccole nuvole basse.
Siamo attendati in un luogo segreto in mezzo alle montagne dirimpetto alle fortificazioni e al possente potenziale bellico del nemico. Sono i primi di giugno, la guerra è appena cominciata e sul fronte dell’Isonzo la battaglia infuria.
Ho la sensazione di trovarmi al centro di un sogno esaltante.
Di colpo un lampo abbaglia le rocce vicine, così veloce che sembra più d’immaginarlo che di vederlo. Segue uno scoppio che pulsa sui timpani e un gran fracasso di pietre che rotolano a valle.
"Giù! Il nemico! Al sicuro!", grida il sergente Brioni a dei soldati che bighellonano in giro fumando.
Ci siamo ricompattati, siamo stati nascosti, in silenzio, trattenendo il respiro.
Dal brusio scomposto, che sembrava di essere in piazza, la domenica dopo la Santa Messa, un momento in cui abbiamo attraversato il nulla: un nulla pieno di meraviglia, stupore, in cui mi sono sentito un puntino rispetto alla maestosità della montagna.
E’ durato poco.
Quando abbiamo capito che si trattava solo di un colpo, come a ricordarci dove eravamo e perché, abbiamo ripreso poco alla volta le solite attività.

Lunedì, 26 Gennaio 2015 00:00

Il buco che ho nel cuore ha la tua forma

L’esordio letterario di Eleonora Molisani è spiazzante: intriso di una moralità impressionante. Una moralità che si definisce attraverso una specie di legge del contrappasso: ci costringe a immergerci nel mondo rovescio, quello che preferiremmo non conoscere o per lo meno preferiremmo riconoscere come altro, rispetto a quello che sentiamo appartenerci, quello presunto normale, quello dei buoni sentimenti e degli eroi, anche quelli di tutti i giorni, e delle spose fedeli, o delle madri coraggio, dei padri indefessi onesti lavoratori, tutti gente a posto come quella gente estinta che tratteggiano i necrologi, sempre salvifici.
Ma se la cosiddetta normalità, io dico, non è altro che una media, allora ben vengano le storie drammatiche di Eleonora Molisani. Ventuno racconti tesi, da non consigliare ai minori o a quelli che sono configurati per accomodarsi in un universo Disney. E un ventiduesimo gioco di parole, leggero che pare discostarsi dall’atmosfera satura di incomprensione, prevaricazioni, miti positivi che poi si rivelano miti mostruosi: quasi un estremo tentativo di ridimensionare rivelazioni opprimenti e stemperarle nella dimensione astratta delle parole su carta.

Giovedì, 15 Gennaio 2015 00:00

[Per la poesia, due]

«Non si ragiona di poesia!»

D’accordo. Lo abbiamo già detto qua e là. Ne abbiamo parlato anche troppo (troppo?); scritto, e con qualche risposta non sempre gentile. Abbiamo avuto in mente degli esempi: ognuno ha sempre in mente i suoi propri.
Una storia personale, di lettura e di scrittura, è una irripetibile rivendicazione di verità, e non avrei il coraggio di dire che è sbagliato. «Non è sbagliato.»
Scrivere è un atto di libertà; ma non lo è in assoluto, perché abbiamo sulle spalle (in memoria, insomma) un sedimento opaco, spesso imperforabile, che ci confina a ripetere il già detto, il già vissuto, il già scritto o letto. Avviene che si ripetano anche le sperimentazioni, che si ricalpesti il sentiero intricato delle avanguardie. O che non si sappia se mai ci siano state (ahimè, bisogna imparare tutto fuori dalla scuola?).
Scrivere poesia. Per definizione, e per coerenza, non posso avere parole. Se non sommesse, caute, personali. E soltanto sostenute dal diritto di uno che pur avendone scritte un migliaio ne ha pubblicate molto meno dell’uno per cento in età giovane e irresponsabile. Ho il diritto di chi non ha tediato, non ha consumato alberi né abusato delle amicizie. Sì, di recente, solo qualche testo in «righe corte, non versi», giusto per evidenziare gli elementi di una riflessione, sintetica.

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