Il Blog di Priamo (182)

Martedì, 02 Dicembre 2014 00:00

Non chiedere perdono

Non posso chiedere perdono perché il mio peso di rimorso lo voglio sentire: nel cibo, nel sonno, nelle parole, negli affetti, nella memoria; deve impedirmi di vivere bene.
La sterile volontà di chiedere perdono, finché dura (se mai ci sarà dimenticanza), tiene viva l’intera colpa senza vero confine di tempo; in tanto ne simula la ripetizione.
I testimoni a carico sono del tutto inutili – li considero perfino immorali – per quanto mi riguarda; ma non vorrei che svanissero, perché permangono a segnalare vergogna. Tuttavia, e tuttavia, mi so punire da solo, e la vergogna di fronte a chi mi può rimproverare è un sottile insopportabile sguardo. Va al di là della punizione e della sua misura.
I limiti innalzati dal tempo mi aiutano in ogni caso; qualche involontaria notte di miglior sonno è, con inganno personale, benvenuta.
Esco da me e dal mio sogno, e allora il pensiero si dilata, e certo non migliora. Guardo e sono scontento. Una voce mi dice che questo non interessa nessuno; ma non ne ho gran pace: non c’è ragione. Però continuo a guardare, perché me ne do il diritto; poco conta se qualcuno ascolta o se non c’è proprio.
È anche sera, e puoi guardare meglio, avendo scontato un’altra giornata. È così.

Domenica, 30 Novembre 2014 00:00

Via Broseta

Antichi passi
Il centro a stella di pietre colorate
La via di muri medioevali
I soffitti con pitture rinascimentali
Il caminetto arde cenere a strati
Monachine lungo la cappa
Il bricco pronto sulla pietra calda
Dietro la tenda come un’oasi verde e gialla
L’abbraccio della sera paniere di cose buone
I richiami degli uccelli le prime luci accese
La pentola che bolle l’aria furtiva della notte
Ore indisturbate lente come convalescenze

Mercoledì, 12 Novembre 2014 00:00

In val dei Mòcheni

moch1Appena imboccata la valle e passato uno strano ponte di legno, ho quasi la sensazione che il tempo, da queste parti, si sia fermato da sempre.
Ci incamminiamo carichi dei nostri zaini pesanti come macigni.
Il vento ha ripulito il bosco e le montagne. Niente è cambiato dall’ultima volta che ci sono stato. I sentieri, i corsi d’acqua e i pascoli, tutto è rimasto come allora, tutto fluisce dai ricordi e riprende il suo giusto posto qui nella realtà.

Venerdì, 31 Ottobre 2014 00:00

Anne Frank, adolescenza in soffitta

Al solo nominare Anne Frank, sorgono pensieri e stati d'animo che riconducono direttamente alla guerra, alle persecuzioni, ai campi di concentramento, alle camere a gas.
Qualsiasi giudizio di natura politica, ideologica o storica si voglia esprimere su quelle oramai lontane vicende, la figura di Anne Frank è in ogni caso uno dei simboli più significativi di quella tragedia nella tragedia che fu l'Olocausto.
Ma, come tutti simboli, rischia di trasformarsi in stereotipo se di tanto in tanto non lo si “rivitalizza”, riportandolo alla sua dimensione più umana e cogliendo di esso quegli aspetti che possiedono, ancora oggi, valore e significato.

Un incipit può essere una predisposizione al malumore ed è in grado di colpire al cuore. Può risultare una realistica e minuziosa descrizione dell'ambiente in cui si svolgeranno i fatti, ma anche preludio di cose infinitamente peggiori.
Di un incipit si può aver paura perché all’inizio è tutto vago, c'è movimento e mutevolezza, un fluttuare di sensazioni che l'animo, per un attimo, non riesce a concepire e forse allontana.
La letteratura è l'arte della bellezza e dell'indeterminato, uno sguardo aperto e diretto sul volto delle cose che necessita di incipit pregni della forza miracolosa del linguaggio.

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