Il Blog di Priamo (181)

Ricordate quando il giovane Holden Caufield dice di come sarebbe bello mettere giù il libro che si sta leggendo e telefonare all’autore?
È l’impulso che mi ha condotto a interrompere il piacere (pur crescente e beato) della lettura di Canone inverso (Mondadori, Milano, 1996) e scendere qui a scrivere: non conosco Maurensig, non ho idea se sia reperibile o se voglia esser reperibile, fatto sta che ho l’urgenza di dirgli “grazie,” stringergli la mano, manifestargli la mia ammirazione.
Ora, per me l’ammirazione è un sentimento raro, e reca in sé la necessità di palesarlo, quasi non riuscissi a serbarlo in me: ha a che fare con uno slancio di gioia, non è dissimile da un impeto d’amore, è difficile tenerselo dentro, anche se si dovrebbe, come tutte le cose intime.
Ma è davvero inusuale che io, leggendo, avverta questa ammirazione. L’ammirazione per il potere dell’immaginazione. Per l’intelligenza umana che si rende capace di inventare, architettare, sorprendere, e danzare. Creare bellezza. L’ammirazione per la grandezza.

Martedì, 29 Luglio 2014 00:00

Dogo Villalta

Un bel nome, sì: per chi lo vedeva da fuori o veniva da lontano. Nel paese, non si chiedevano tante cose: come perché cosa, a volte quando. Si era sempre chiamato così, e basta.
Poteva avere tutti i difetti che uno vuole, ma su di una cosa erano tutti d’accordo, come se sapessero veramente solo quella. La gentilezza.
Diceva buongiorno a tutti, passando o incrociando con la sua bicicletta. Qualcuno era così sorpreso che non faceva in tempo a rispondere. La volta dopo sarebbe stato più attento, ma ci cascava egualmente: Dogo Villalta era così rapido che ti metteva sempre sotto scacco, quando non te l’aspettavi era già passato oltre. E non sembrava. Dovevi imparare ad anticiparlo.
Il dubbio poi cominciò a girare. Era importante, e significativo, era garanzia di autenticità, vera bonomia, dire buongiorno a tutti? O non era piuttosto un vezzo: distinguersi; gli era forse necessario; o alla fine era un far pesare su dei normali paesani la sua superiorità. Il dubbio girava poco, ma girava. Per la maggior parte della gente il problema non c’era proprio: come arrivare anche solo a pensarlo. Chi ci faceva veramente caso, adesso. E dov’era il tempo.
Al limite, potevi non rispondere. C’era altro a cui stare attenti: problemi veri; quelli che non hanno soluzione.

Sabato, 26 Luglio 2014 00:00

Buchi

Buio. Un scintilla d’acqua. Poi un’altra. Tre gocce, quattro gocce. Una crepa. Si allarga, lascia passare, un fruscio, una catenella, una cascata. Mi porta, sono fradicio, cado. E sbatto. Fa freddo. Apro gli occhi.
Buio. Lentamente lo sfarfallio della vista comincia a percepire. Chiazze acide di luce debole si allargano e si restringono come cera in una lampada; con un tondo scoppio metallico si condensano in forme visibili ma non riconoscibili. Una strada, mai percorsa. Un passaggio, mai aperto. Una dimensione, che non governo. I battiti nel petto vanno in risonanza con un suono lontano; la gola si chiude man mano che un calore, greve, si avvicina alla pelle. Bagnata. Brevi scoppi di forme illuminano stralci di pareti. Lo sento, il soffio, pesante e umido. Si avvicina. Mi alzo, in piedi. I piedi, nella melma. Il calore, che arriva. Uno scoppio. Illumina un volto. Sembra il mio, ma è deforme: crudele. Ho paura. Uno sforzo. Stacco i piedi, un passo, poi un altro. Cerco, come sempre. Un passaggio, che mi salvi. Un buco, che mi risucchi. Lo  vedo, poi lo tocco. Ecco, quello che devo fare. Per scappare, di nuovo. Appare, tra le brevi luci. Con le mani, lo tocco.

Giovedì, 17 Luglio 2014 00:00

Dubbi

Ansimo, respiro caotico, buio, luci e flash, rumore, urla.
Calmo!, devo stare calmo, calmo; tranquillo, tornare in me: torna in te, torna a te, mi dico.
Dura poco, sempre meno.
Respiri profondi, col diaframma… inspira, espira… inspira, respira.
Sì, è passato.
Potrei quasi dire, volendo, osando, di essere fortunato; dopo solo un anno sto quasi bene; o almeno non troppo male: non capita più tutte le notti; ormai, una o due a settimana.
Sì, ok, è passato!

Mercoledì, 16 Luglio 2014 00:00

Il peso sospeso delle parole

Capite che il tempo è un elemento poroso,
elastico, che si presta  mirabilmente a
 un certo tipo di manifestazioni…
Julio Cortázar (Berkeley, 1980)

Avevo voluto strafare: tra le dita reggevo una quantità esagerata di calici vuoti con gli steli rovesciati e trattenuti per il fondo. Udivo di sotto la frenesia degli amici in vena di lasciarsi andare. Scendevo le scale che conducevano in cantina. Un passo falso e mi ero sbilanciato su un gradino smussato: oddio! Cadendo avevo tentato di sorreggermi al corrimano della ringhiera, i cristalli avevano sbattuto sul ferro, qualcuno si era spezzato, ferendomi. Nella caduta avevo rovesciato il vaso di gerbere all’angolo del pianerottolo ammezzato, l’acqua dei fiori e il suo sentore fetido si erano sparsi. Avevo sbattuto la faccia e mi doleva la bocca. Restai riverso per un tempo indefinibile, impaurito dal piccolo disastro, il cuore pulsava più forte. Tastando intorno, cautamente, mi resi conto con una certa emozione che stavo nel letto. Morbidamente: assaporai la consistenza cedevole del materasso. Provavo un senso di benessere, strano, dolceamaro: mistero del sonno, nel suo dominio assoluto neppure i sognatori hanno il minimo credito. Avvertii una specie di consolazione dentro: si affacciò il pensiero bello di Alberta. Ma intriso di un senso di pericolo. Ero già morto da troppo tempo. O almeno mi consideravo troppo invecchiato o troppo rassegnato per immaginare che sarebbe entrata in scena una lei. Capita, ad un certo punto, che un uomo solo - anche un po’ deluso - sprofondi nella propria vita come su un divano sformato dall’uso. Per abitudine azzarda perfino a dire che ci sta comodo.

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