Giovedì, 14 Novembre 2013 18:50

Fukushima mon amour

Piove, marzo.
Sono a casa, sto bevendo un té, leggendo un romanzo di uno scrittore russo.
Sento il ritmo regolare della pioggia contro il vetro della finestra: un sottofondo piacevole.
Squilla il cellulare, è Haruki.
Rispondo: una voce dal tono molto scosso, respiro affannoso, voce e parole sembrano pronunciate casualmente, dicono che ha il corpo ricoperto di segni rossi: è uno sfogo cutaneo.
Mi chiede, per favore, di raggiungerlo.

Arrivo davanti casa sua.
Suono, mi apre il portoncino.
È vestito con una brutta tuta da ginnastica. È sciupato, ha il viso macchiato e gonfio.
Entro con circospezione, gli chiedo cosa sia successo, forse troppo frettolosamente.
La stanza è in ordine, fin troppo; pare inanimata.
I dischi e i libri sono al loro posto, i quadri anche, la televisione, il computer portatile acceso, sul tavolino davanti al divano.
C’è però un’atmosfera mortifera che copre ogni oggetto; è solo una sensazione, eppure ti penetra, glaciale e netta.
 
Mi fa sedere, porta un té e finalmente parla.
“Da cinque mesi sto facendo una terapia per dei seri problemi al fegato e al pancreas. Ho cambiato diversi  farmaci, ma non si sa a quale sia allergico. Devo farmi ricoverare per accertamenti”.
“Cinque mesi che fai la terapia? Ma io non sapevo niente, e… scusa ma sono sconvolto… Sei sempre stato solo, ti sei sempre tenuto tutto dentro…”, dico io.
“Lo so! E adesso me la faccio sotto. Mia moglie non sa niente, non ho avuto il coraggio di parlarle, e non so come affrontare sto casino… Scusa …”.
La voce è debole, condizionata dalla commozione e dell’umiliazione; nasconde tra le mani un pianto di chi non è abituato a farsi vedere così, e corre verso il bagno trascinando le ciabatte.

Lo seguo, busso, entro e l’abbraccio.
“Sono qui con te… Ti voglio bene…”, dico mentre gli occhi mi si riempiono di lacrime e la voce mi si strozza. 
Lo abbraccio con gli occhi chiusi, e non sento niente.
È la persona con cui sono cresciuto, con cui ho condiviso viaggi e storie.
E non provo niente.
Vorrei provare dolore, sentire l’apprensione soffocarmi, immaginare il peggio: ma niente.
Lo stringo e lui diventa di gomma morbida, mi si modella addosso fino a non sentirlo più. Poi scricchiola un poco come fosse in decomposizione, come cenere di brace che si polverizza.
Non sento male, non provo nulla.
Poi riapro gli occhi e lui è lì; evitiamo di guardarci negli occhi per non umiliarci ancor di più.
“Torniamo di là e chiamiamo l'ospedale”, dico.

Chiama lui, spiega la sua posizione.
È ingegnere nucleare, lavora in centrale da sette anni e sì, forse c’è stata una piccola fuga di uranio; o forse è successo quando è andato con la squadra di tecnici volontari a ripristinare la corrente elettrica dopo lo tsunami.
In azienda dicono che non ha tracce di radioattività, che non è contagioso, che non si può escludere che si tratti di un effetto collaterale dovuto alla missione.
Gli dicono che manderanno un’ambulanza.
Ascolto in silenzio la telefonata. Gli dico di non preoccuparsi per la moglie; chiederemo consiglio ai medici. Nel frattempo, diremo che è uno sfogo allergico.
Si rilassa un poco.
La realtà ci impone di essere forti.
Si fa silenzio.
La casa ne è invasa.

Usciamo, dobbiamo andare, l’ambulanza sarà qui a momenti.
Fuori piove.
S’alza il vento, sempre più forte.
Mi volto verso la casa.
Un lampo improvviso, inaspettato, si accende dall’appartamento di Haruki.
Uno scoppio, una deflagrazione fa volare pezzi di vetro, carne, schegge di plastica, legno.
Il condominio si gonfia, scoppia, s’accartoccia, s’incendia, si ripiega e infine si disintegra.
Il tutto dura pochi secondi.
Lo spostamento d’aria mi scaraventa verso l'alto con un’energia tale, che non avrei mai potuto immaginare nemmeno col pensiero; non c’è più nulla né davanti né dietro me.
Non c’è più Haruki, non c'è l’ambulanza, la strada, la città, il mondo, il pensiero, il sentimento, l'emozione.
Tutto ormai è soltanto niente.
Sto galleggiando nell’aria.
Volteggio e roteo.
Mi perdo nella non dimensione cui appartengo: né vivo, né morto.

Mi sveglio sudato.
Mi guardo attorno sconvolto.
La camera è piena di brandine.
La camera non è una camera: è una palestra.

È marzo, è il 2011.
Mi chiamo Yamaguchi e, se potessi esprimere un desiderio concreto, vorrei riuscire a dormire senza dover sognare questi incubi.


(racconto di Cristiano Prakash Dorigo)

 

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