Martedì, 19 Novembre 2013 08:50

homo mutans, 1

Filippo di Andros

Tutta questa gente se ne andrà. Li chiamano ristoranti, adesso. Io me li ricordo come taverna. Restiamo appena noi del paese; potremo dire di nuovo: vado da Cristoforo. Qualcosa da mangiare me lo dà.
Perché Filippo non lo so. Mi hanno sempre chiamato così e non mi sono fatto mai domande, perché ho sempre capito che non so rispondere direttamente e subito. Ho bisogno di pensare a lungo, perché sono molto lento.
Questo mi fa ragionare dentro. La quantità di domande a cui non so rispondere. Mi sembrano anche semplici, ma d’improvviso si fa un vuoto, e mi pare che una parola sia tanto complicata. Ma così va bene: sto zitto e non do fastidio. Mi hanno detto che d’estate non dovrei stare qui, per via dei turisti. Ma non ho proprio fatto segno di capire, e li ringrazio che non abbiano insistito.

Quello straniero con i capelli bianchi, mi guarda ma non mi vuol far pesare lo sguardo; io lo so che mi guarda attentamente, ma gli basta un mezzo secondo per osservare; poi se ne va come se non mi avesse visto, e invece l’ho capito che mi porta in sé come un’immagine stabile. Viene qui tutte le estati. Lo conoscono in tanti e lo salutano con affetto, cordialità forse si dice. Altri lo conoscono, ma non decidono di parlargli. Anche lui ha le sue diffidenze. Lo so che sarebbe imbarazzato a parlarmi, la mia faccia fa capire a tutti che non ci sarebbe proprio niente da dirmi. Ma mi basta, mi piace. Lui mi vede e so che mi ha visto. Anch’io. Ma forse pensa che io non lo veda. Però io ho fiducia in lui, mi piace, e non credo di sbagliarmi. Anche se in fondo tutto questo non ha molta importanza. Non so neanche chiedermi dove sia il suo paese, non ho il senso delle distanze, non ho il senso di niente, solo queste parole confuse che mi tengo dentro e fanno un certo peso, mi stancano molto. L’estate mi stanca molto. Per fortuna che non sono mai riuscito a parlare. Così ho più forza, la poca che ho, per guardare intorno. Sono convinto che tutto questo fortunato risparmio mi dà un’aria impassibile e assente. Filippo, chissà.
Un anno, non mi troverà. E forse chiederà di me; cercherà parole precise per descrivermi. La risposta sarà semplice. Basta poco per dirmi. E allora penserà che poteva fare a meno di chiedere. è inutile come se avessi risposto io, in silenzio.

Gli diranno che mi hanno chiuso da qualche parte perché do fastidio alle bambine. E non è vero. Né alle bambine, né alle ragazze, né alle vecchie.
Un anno, potrebbe anche decidere di farmi un saluto, quando arriva e saluta tanti altri. Mi piacerebbe in fondo, anche se superfluo. Non è strano chiamarsi Filippo? Chiamami come vuoi, straniero.
La verità è che do fastidio a mio fratello. Solo in paese sanno che è ricchissimo e si vergogna di me. Un giorno ascolterà una delegazione di compaesani che gli consiglierà di trovarmi una sistemazione per me definitiva. Gli diranno che do fastidio alle bambine, e lui si convincerà subito a chiudermi. Hai capito come stanno le cose?

Andrò a far compagnia all’armeno. Vedi come vanno le cose al mondo! Anche lui ha un fratello ricchissimo. Quando è scappato da Smirne e si è rifugiato qui ha trovato un piccolo luogo soddisfacente. Ha curato la madre e poi è rimasto solo; ha avuto una paralisi che non gli consentiva più di andare a ritirare i pacchi dei giornali e ha dovuto cedere l’esercizio del chiosco. È caduto in casa e si è fratturato qualcosa. È andata sempre peggio fino a quando il fratello si è fatto carico delle spese del ricovero per poveri. Ora sta lì a infracidire. Chi può cambiarlo, pulirlo, nutrirlo, fargli un po’ di compagnia. E io? Per anni ha venduto giornali, ciabatte per i turisti e le scarpine per i bambini, sotto costo: tanto per vivere. Le pinne per nuotare. I fili di nylon per pescare, gli ami di tante misure, ma sempre grossi come se il mare avesse solo pescicani o lucci.

So che si sbagliava sul tuo nome e tu non te la sei mai presa, non lo hai neanche corretto: ti chiamava Giulio, senza ragione. Quando ti vedeva arrivare, d’estate, era un momento di festa. Riconoscerti, nonostante il passare del tempo, ed essere riconosciuto: un po’ di cordialità. Ora non lo puoi trovare, e neanche me troverai. E tu non verrai più, regolarmente. Poi non verrai più per niente nella nostra isola, a cacciare pesciolini e polipi da bambino. Lo so che sei uno che non racconta cose mai successe, pesche miracolose. Queste le lasciamo agli imbecilli. Tuo figlio che ha imparato qui a pescare, ora cerca altro. Questa solitudine è insopportabile.

(di Bruno Pompili)

 

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