Lunedì, 02 Dicembre 2013 10:12

Amori ridicoli

Si parte dal titolo: in che senso l'amore (o, in questo caso, gli amori) è ridicolo? Che cosa mai ci può essere di ridicolo nel più immenso dei sentimenti? Forse il fatto che l'amore ha sempre a che fare con l'uomo e perde, così, la sua componente più nobile, mischiandosi alla carnalità, all'egoismo e agli istinti più meschini tipici del genere umano.
Amori ridicoli si compone di sette racconti, scritti tra il 1959 e il 1968: i protagonisti sono uomini e donne impegnati nelle proprie relazioni sentimentali, in classici rapporti di coppia, che portano con sé implicazioni e contraddizioni, perché difficilmente i personaggi sono in grado di legarsi all'altro in modo sereno. Il più delle volte è la visione che i caratteri hanno di sé a confondere il sentimento: nella loro incapacità di distinguere l'amore assoluto – quello più puro ed irraggiungibile –  da quello carnale è possibile intravedere un percorso individuale in cui gli istinti sessuali in parte umiliano l'individuo, dall'altra sono un aspetto di cui egli non può fare a meno. È un po' come la vita (vita e amore non sono facce della stessa medaglia?), un cammino di crescita che, però, si combina anche con la sofferenza e la non accettazione di sé, di quello che realmente siamo noi e, soprattutto, gli altri.

Dove sta davvero il guaio? Nel fatto che gli uomini sono abituati a mentire, anche sull'amore. Succede allora che a un professore venga richiesta una recensione e lui non voglia farla. Non la vuole fare perché il saggio che gli è stato presentato non gli piace, ma sente di non voler stroncare il lavoro di una vita. Allora, al posto di essere franco con l'autore, preferisce negarsi e, messo alle strette, s'inventa una bugia per non esprimere il suo parere: lo scrittore si sarebbe recato nel suo appartamento e avrebbe molestato la sua ragazza. La menzogna non funziona, anche perché l'autore del saggio è un uomo sposato, con una reputazione, e perciò non ha nessuna intenzione di lasciare correre l'accaduto. Peccato che per tale futilità la relazione tra il protagonista e la ragazza sia destinata a deteriorarsi irrimediabilmente.

E ancora, un uomo e una donna decidono di passare insieme quindici giorni di vacanza. Durante il tragitto in macchina s'inventano un gioco, per cui lei sarebbe una sconosciuta autostoppista e lui un ignoto conducente d'auto. Quello che nasce come un gioco, però, è destinato a scontrarsi con le paure dei due: la ragazza si chiede “quante donne prima di me avranno ricevuto le medesime attenzioni?” e lui non può fare a meno di scorgere quel lato oscuro e civettuolo nella sua compagna.

Il ridicolo nasce da questa serie di falsità, che spingono l'essere in una sorta di strada a senso unico: l'individuo prosegue solo, nonostante accanto a lui ci sia, in realtà, qualcuno. Inoltre, il ridicolo è generato anche dallo scarso libero arbitrio di cui godiamo, poiché schiavi di convenzioni sociali, delle buone maniere (perché non dire semplicemente che il saggio non è piaciuto?),  dei compromessi che siamo costantemente costretti a stringere per vivere, o meglio, sopravvivere. L'uomo si pone domande stupide, compie azioni assurde, inutili, che generano solo sofferenza: eppure esse dominano in quanto, come specificato da Kundera stesso, è come se, nel presente, fossimo bendati, capaci solo d'immaginare quanto ci sta accadendo in quell'attimo. Solo in seguito il fazzoletto ci viene tolto dagli occhi e noi possiamo volgere lo sguardo al passato, cogliendone il senso. Peccato che, a quel punto, sia troppo tardi.

(di Elena Spadiliero)

 

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