Giovedì, 19 Dicembre 2013 08:43

Il cavaliere del cielo

E’ un’ora, ormai, che cammino per il sentiero delle Cenge qui in Val d’Assa, e l’aria è fredda e umida. Il bosco è popolato di suoni e la foschia aleggia tra le cime degli alberi che, con le loro grandi fronde rigogliose, assumono una brillantezza madreperlacea.

C’è una grotta seminascosta dalle rocce strapiombanti e dal fitto fogliame che a un certo punto mi colpisce e voglio avvicinarmi per vederla da vicino. Il terreno è coperto da uno spesso strato d’argilla e noto un groviglio di forme protese verso i rami più bassi degli alberi.



Vedo brillare delle piccole cose argentate sparse sulle asperità della roccia, ma mi colpisce subito un piccolo luccichìo che sembra quasi un astuccio di ghiaccio, di quelli che di solito una tempesta lascia intorno ai ramoscelli più delicati. Mi avvicino e riesco a capire di cosa si tratta solo quando sono vicinissimo.

A luccicare è una specie di astuccio di latta dalla forma precisa, ritagliata, composto da due guancette unite da una cerniera a un’estremità. E’ pulito e lo esamino da vicino, voltandolo e rivoltandolo nella mano. C’è una lettera ‘K’ al centro che sembra incisa da poco, ma si capisce che è una cosa vecchia, lì da chissà quanto tempo. Nell’angolo in basso c’è una piccola scritta con una data, incise a caratteri minuti. La data è il 1917 e si legge bene, è chiara, nitida. La parola, invece, si fa fatica a leggerla perché le lettere sono un po’ troppo attaccate fra loro.

Leggo ‘Cirè’ con la ‘C’ maiuscola e con la ‘i’ e la ‘r’ che si riconoscono abbastanza. Al momento è un nome che non mi dice niente, forse perché mi sembra senza senso.
Osservo il materiale di cui è fatto, poi lo faccio girare lentamente tenendolo tra il pollice e l’indice. E’ un oggetto che sembra appartenere al mondo naturale delle cose, ma allo stesso tempo inquieta.


Da queste parti è facile trovare resti della guerra del 15-18. L’Altopiano è ancora pieno di “ferro” di quegli anni. Il sottosuolo qui ha solide fondamenta, ma sotto ci sono diverse stanze del tesoro e tante piccole brecce che possono rivelare le storie più terribili e fantastiche.

I raggi di uno splendore giallo-oro si stagliano sul suolo del bosco e le sfumature dei rumori e del silenzi mi riportano alla memoria atmosfere lontane nel tempo e una sorta di bizzarra, assurda nostalgia, come se due ricordi diversi si sovrapponessero, in un luogo a me ignoto.

Sento dentro una strana emozione, che non è esattamente paura e, mentre osservo i segni del tempo moltiplicarsi intorno a me, sento un fruscio di foglie staccate che volavano via e una voce del tutto sconosciuta. Dal bosco emerge un vecchio con un grosso bastone liscio come uno zufolo. Ha una corporatura robusta e un colorito sano e mi saluta nel modo più amichevole e familiare possibile: potrei benissimo essere un caro amico o un nipote, anziché un estraneo.

E’ espansivo e ciarliero: si informa sulla mia escursione e mi racconta storie che non ho mai sentito. Mi parla dei boschi di pino mugo e delle incisioni rupestri emerse solo dopo l’alluvione del 1966, ma anche dei luoghi della guerra, della Tagliata di Val d’Assa, la fortezza distrutta nella primavera del 1916.


Racconta i fatti a uno a uno e quando gli mostro l’astuccio che ho trovato mi pare in qualche modo colpito nel profondo. Sembra riconosca dei segni o dei presagi. Mi racconta di un pilota austroungarico della prima guerra mondiale, Josef Kiss, chiamato “il cavaliere del cielo” perché cercava sempre di risparmiare la vita al proprio avversario. Un “asso” dell’aviazione, di stanza con il suo aereo dagli aeroporti (allora) austriaci di Cirè di Pergine e Roncegno, che volava su un caccia dipinto di nero con una grande ‘K’ raffigurata su entrambi i lati della fusoliera.
Il vecchio mi spiega che venne colpito (ma non abbattuto, ci tiene a specificarlo) nel gennaio del ’18 proprio qui in Val d’Assa, dopo un volo incredibile (che “qualcuno ricorda ancora oggi”) a sfiorare le montagne scintillanti di neve.


Ne parla come di un avvenimento ancora vivo nella memoria e vuole portarmi a vedere il luogo dov’è avvenuto questo combattimento in quota (che chiama il “duello sopra gli alberi”). E’ emozionato e muove la mano con gesti eleganti e ampi, come un direttore d’orchestra. Ha profondi occhi azzurri con agli angoli delle sottili rughe e in questo momento tutto il suo aspetto tradisce il peso di un’ineluttabile necessità. Ora si arrampica risoluto verso i mughi. Il terreno è friabile e lui è pesante: più volte i detriti gli franano sotto i piedi facendolo ruzzolare in uno scompiglio di polvere e ghiaia. Ma, ancora in scivolata, riprende a risalire inesorabile, pazientemente, fino a quando raggiunge la parete del monte, dove il suolo è più compatto. Il sasso è sforacchiato e scheggiato dai proiettili, che il vecchio mi indica uno a uno.

Sembra ci sia stato un conflitto a fuoco l’altro ieri, ma lo sappiamo benissimo che tutto questo risale a poco meno di cent’anni fa.

(di Marco Crestani)

 

Letto 1887 volte
Altro in questa categoria: « Tempo parallelo La perfetta felicità »
Devi effettuare il login per inviare commenti

Centro Culturale S. Antonio delle Fontanelle ~ Contrà Busa, 4 ~ 36062 Fontanelle di Conco ~ Tel: +39 0424 427098
e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. ~ admin ~ login ~ mappa del sito ~ privacy policy