Giovedì, 20 Marzo 2014 00:00

Mulino Cento sul Savio

C’era qualche confusione sul Figlio di Dio. Ogni tanto passava a torso nudo, tenendo camicia e giacca dentro un arco del braccio appoggiato a pugno chiuso sul fianco. Un passo lungo, veloce senza essere rapido. Macinava strada in modo incredibile. La stessa mattina qualcuno lo vedeva — e capitava che lo dicesse — in altri posti, lontanissimi di lì.
Capelli biondicci, forse rossi, e radi, tagliati a spazzola: allora si diceva “all’umberta”. Non si guardava mai intorno; con quella meta fissa che aveva negli occhi. Non si era mai fermato a chiedere un bicchiere d’acqua, o ad alzare da solo il secchio dal pozzo. Un giorno arrivò la Tina, lì dove giocavano i bambini, gridando che era passato, e che aveva una borraccia. Tutti la guardarono, senza rispondere, e lei se ne andò.

Il fatto che non fosse mai capitato di sentir dire qualcosa di quel migrante, in casa, alla sera, a tavola, dopo cena, prima di andare a letto, nelle parole dei grandi, dei genitori, che parlavano liberamente davanti al bambino, faceva un silenzio lontano, un’assenza tutt’intorno al Figlio di Dio.
La confusione stava nelle parole dei muratori che riparavano il muro di casa da un buco di granata, lanciata negli ultimi giorni del passaggio del fronte: era arrivata di notte, quando lui e i suoi passarono qualche giorno e qualche notte in un foro nascosto della montagna.
Aveva detto, qualcuno, che era un proiettile di marina, che prima perfora e poi esplode. Solo per fortuna non era esplosa, una volta entrata in casa. Ma nessuno l’aveva vista, e neanche era stato visto qualcuno portarla via; perché la smontavano e la vendevano a pezzi.

Il manovale impastava la calce, un ragazzo la portava al muratore insieme alle pietre, e quello murava. Tutti stavamo intorno a guardare, anche quando alle undici e mezzo si fermarono e si misero a sedere sullo scalino del pozzo, sull’altro lato della strada. Da una carta unta, tirarono fuori il mangiare per tutti, siccome erano una famiglia, e quando finirono la bottiglia del vino la riempirono d’acqua.
A un momento, quando il ragazzo si era avvicinato agli altri che giocavano in un’ombra, il muratore stava dicendo all’aiutante: «È il tredicesimo figlio, del figlio di dio». Il manovale aveva risposto che non era così, che il Figlio di Dio era invece proprio lui, non suo padre. E che non aveva figli. Aveva sposato una, ma era scomparsa. Il padre era un gran fattore, che lo aveva cacciato di casa per una storia con le serve. Però lavorava ancora per lui. C’era anche una faccenda di spie, per i tedeschi. Qualcuno lo voleva uccidere allora – quando lo si faceva più facilmente – ma era scomparso.

Il tempo di dire quelle storie e il Figlio di Dio, che era apparso in fondo alla strada, sulla curva del pioppo grande, facendo nascere il discorso, era già oltre, dalla parte della diga, dietro il pescheto malato.
Adesso era di nuovo la voce di sua madre: che non voleva che il bambino stesse tante ore per strada; e quando poi era ora di mangiare; e c’era da prendere l’acqua dal pozzo.
Poteva anche pensarci prima, ma l’ora era giusta.
Tutti furono d’accordo che era proprio quello, nella fotografia, il Figlio di Dio, quando una domenica pomeriggio gli uomini seduti sullo scalino di casa, o su sedie appoggiate con la spalliera obliqua al muro, si passavano il giornale piegato in due alla mezza pagina delle fotografie, tutte piccole in riquadri, con le facce per trovare quanti erano dispersi, proprio nelle righe degli scomparsi dopo l’armistizio.
«Per forza. Era un matto. Con tutto quel che ha fatto...»
«Io l’ho visto passare sul camion dei tedeschi, lo portavano via in un rastrellamento.»
«Ma era con loro, o l’avevano preso?»
«No. Quella volta lo liberarono.»
«È per via dei tredici figli. L’hanno lasciato per quello.»
«Sarà anche per quello, che è scomparso.»

Di nuovo sua madre; voleva che stesse in casa. E allora era il momento di prendere da sotto il tavolino della radio i giornali vecchi, alle pagine degli scomparsi prima o dopo l’armistizio, e così poteva passare il tempo come voleva. Tante facce che si rassomigliavano; ce n’erano due o tre quasi proprio come il Figlio di Dio.
Erano scomparsi anche dei bambini. Bisognava aprire gli occhi. Ma c’era un’altra storia che aveva cominciato a leggere; era al punto in cui «i portatori si rifiutano di proseguire!».

(di Bruno Pompili)

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