Martedì, 08 Aprile 2014 00:00

Una storia irlandese

L’ultimo e magnifico film del regista americano John Huston, si ispira al racconto che chiude la raccolta dei Dubliners di James Joyce. Ogni anno, per le festività natalizie, le due anziane signorine Morkan e la loro nipote Mary Jane organizzano una festa con musica, danze e una sontuosa cena. Nel racconto s’intrecciano le vite dei personaggi e si conclude con un inaspettato colpo di scena. Ma questo è solo il pretesto per introdurre questa storia irlandese. Nel film, il regista si concede una libertà rispetto al testo del grande scrittore di Dublino; infatti ad un certo punto della festa uno dei convitati legge una poesia di Lady Augusta Gregory che nel libro non compare:

Promesse tradite                                                                                                

Era tardi l’altra notte
e il cane parlava di te,                                               
il beccacino parlava di te,                                           
nel profondo della palude,                                         
sei tu l’uccello solitario                                             
che attraversa il bosco,                                             
e che tu possa essere                                                 
senza compagna                                                           
finchè non troverai me;                                              

mi hai fatto promesse                                               
e mi hai mentito,                                                       
dicevi che saresti stato con me                                 
quando si radunavano le pecore,                               
ti ho chiamato con un fischio                                   
e trecento grida,                                                       
ma non ho trovato altro                                           
che un agnello che belava;                                     
mi hai promesso una cosa                                       
quasi impossibile da donare:                                 
una nave d’oro con l’albero d’argento,
dodici città
e un mercato in ognuna di esse
e un palazzo bianco in riva al mare;
mi hai promesso una cosa
assolutamente impossibile:
che mi avresti regalato guanti
di pelle di pesce,
che mi avresti donato
scarpe di piume d’uccello
e un vestito della più fine seta d’Irlanda.
Mia madre dice che non devo mai parlarti
né oggi, né domani, né domenica,
ha scelto un brutto momento
per dirmi tutte queste cose,
è come chiudere la porta
dopo che la casa è stata svaligiata;

tu mi hai rubato l’oriente
tu mi hai rubato l’occidente,
mi hai rubato tutto ciò che è davanti a me
e tutto ciò che è dietro di me,
tu mi hai rubato la luna
e tu hai rubato il sole
togliendomi la luce
e grande è il mio timore,
tu mi hai rubato Dio,
togliendomi la fede.

Sempre nel film, chi ascolta rimane con un’espressione di perplessità sul volto, e un’eguale sensazione provai io stesso nel vedere quella scena, unita al fascino che questo testo esercita.
Non sapevo nulla di Lady Gregory e infatti è praticamente sconosciuta in Italia. E’ stato solo in seguito che in conseguenza di personali ricerche sulla presenza britannica in Italia durante la Prima Guerra Mondiale, ritrovai il cognome Gregory in relazione ad un'altra poesia che il poeta irlandese William Butler Yeats, premio Nobel per la letteratura nel 1922, aveva composto in memoria di un amico, il Maggiore Gregory, pilota d’aviazione morto nel gennaio 1918 in Italia, una poesia piuttosto nota di Yeats dal titolo Un aviatore irlandese prevede la sua morte:

So che incontrerò il mio destino
da una qualche parte lassù tra le nuvole;
non porto odio a chi combatto,
non provo amore per chi difendo;
il mio paese è Kiltartan Cross,
i miei concittadini i poveri di Kiltartan,
la mia probabile perdita 
non recherà loro alcun danno
né migliorerà la loro sorte.
Non legge, né il dovere
m’indussero al combattimento,
non i politici, non l’applauso delle folle;
è un solitario impulso di piacere
che mi ha spinto in questo tumulto tra le nubi;
ho tutto calcolato
tutto accuratamente ponderato:
gli anni avvenire, uno spreco di respiro,
pure gli anni passati mi son parsi vuoti.
A pareggiare questa mia vita, la mia morte.

All'inizio del 1918 il maggiore Gregory era comandante del 66° Squadron, di stanza a Grossa nel nord Italia. Morì il 23 gennaio in circostanze misteriose. Il telegramma del Ministero della Guerra informava Margaret Gregory che suo marito era stato "ucciso in azione" , anche se nel documento del personale di servizio si affermava che era stato "ucciso accidentalmente durante un volo di addestramento" . Nonostante l'assenza di una relazione finale, questa fu la causa della morte nell'Archivio Storico Aeronautico in risposta ad una richiesta da parte di O.H. Edwards che, già nel 1934, stava preparando una biografia di Yeats. Il poeta stesso sosteneva che Gregory era stato "abbattuto per errore da un pilota italiano", ma non dava alcuna indicazione su come avesse acquisito queste informazioni. Non vi è alcuna menzione di morte causata da "fuoco amico" come si riteneva inizialmente e il documento dell'incidente conservato presso il museo della RAF precisa che il maggiore Gregory è stato "visto l'ultima volta a 2.000 metri, prima di andare in testacoda precipitando". Questo coincide con la convinzione iniziale di Yeats che Gregory fosse svenuto tornando da una pattuglia di ricognizione. L'unica certezza è che un corpo è stato recuperato e sepolto con tutti gli onori militari nel cimitero monumentale di Padova.

William Butler Yeats era amico di Lady Augusta Gregory, fondatrice del Teatro Irlandese, come poi venni a sapere, il cui figlio era “l’aviatore irlandese”. Mi recai al cimitero di Padova e trovai tra ventisette lapidi, uguali a tutte quelle dei caduti britannici, una sulla quale è inciso: “Major Gregory”. Casualmente capitai mentre si trovava al lavoro Christian, responsabile della manutenzione di alcuni cimiteri di guerra del Regno Unito nel Veneto. Gentilmente mi diede preziose informazioni a riguardo e poi rilessi la poesia di Yeats che avevo portato con me. Mi chiesi se veramente a quell’ufficiale pilota corrispondessero le caratteristiche riportate nella poesia o se fossero stati d’animo del poeta. Forse entrambe le cose, ricordando la particolare condizione che quei “cavalieri del cielo” possedevano rispetto al resto dei corpi militari, in una mescolanza di ardimento e romanticismo… ”Non legge, né il dovere/m’indussero al combattimento,/non i politici, né l’applauso delle folle;/è un solitario impulso di piacere/che mi ha spinto in questo tumulto tra le nubi.

Il cerchio si chiuse quando mi recai in località Grossa di Gazzo Padovano, vicino a Piazzola sul Brenta. Alcune persone del posto m’indicarono il luogo dove si trovava il campo d’aviazione nel 1918. Un vasto edificio che all’epoca servì da magazzino e officina lasciava intravedere, oltre un largo ingresso ad arco, il campo retrostante da cui partivano i velivoli del 66° Squadron comandato dal Maggiore Gregory. Una leggera foschia, quasi un vapore diffuso, mi fecero sprofondare in un sogno ad occhi aperti: vedevo il Sopwith Camel rullare sull’erba e innalzarsi oscillando due volte - il saluto degli aviatori - mentre il motore alla massima potenza proiettava il velivolo verso il cielo, per poi svanire in quell’azzurra vastità. Not good night, just goodbye, Major Gregory…          

(Andrea Vollman)

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