Martedì, 06 Maggio 2014 00:00

Diario di un Insegnante d'Italiano ai Tropici (Seven)

“Mi ricordo mio padre in cucina, abbracciato alla radio che annuncia la tragedia di Superga: fu l’unica volta che lo vidi piangere”. È il 4 maggio 1949, Pier Luigi Biasetti ha otto anni, siamo nella Torino del Grande Torino, una delle squadre più forti di tutti i tempi. In un un pomeriggio piovoso, il velivolo che riporta indietro la squadra da una trasferta portoghese si schianta sulla collina di Superga.
“Anche mio padre, come tutti i Torinesi, andò in pellegrinaggio a Superga, tornando indietro con un pezzo d’aereo avvolto in un nastro granata”.
Pier Luigi Biasetti – “Pigi” – classe 1941, è un uomo alto e ancora bello, ha avuto una carriera dirigenziale di alto rango, ha viaggiato, guadagnato, conosciuto personaggi che son passati alla storia, ma nella voce e negli occhi intatta è la tenerezza a ricordare quei momenti.

“Mio padre mi portava allo stadio Filadelfia ogni domenica, ma io ero troppo piccolo e non vedevo nulla; camminavo fra le gradinate attaccando chewing-gum sugli spalti. Per motivi di lavoro aveva conosciuto Gabetto e Mazzola, e alla fine dell’ennesimo campionato vinto ci fu l’invasione di campo e così me li presentò: dissi che mi piaceva giocare in porta e allora mi misero in porta, e giocai con Gabetto e Mazzola, con Bagigalupo che mi dava consigli sul come muovermi. Ricordo che il pallone mi sembrava enorme.”
Pigi, Cristo santo, ma come fai ad essere juventino?!
Ride. “Avevo 14 anni e andai allo stadio per un derby, ci andai come tifoso granata. Ma mi piacque la Juve. Da allora, senza osare confessarlo a mio padre, cominciai ad avvertire una certa attrazione per il bianconero. Andavo ai derby con mio padre in curva granata, e di nascosto godevo ai gol della Juve. Addirittura col tempo mi venne una profonda avversione per il Torino, per il disprezzo che i tifosi torinisti avevano per la Juve”.
E quando hai fatto coming out con tuo padre?
“Non l’ha mai saputo. Nel senso che non mi sono mai manifestato contro di lui quando si parlava di calcio. Aveva capito però che non sarei mai diventato il tifoso granata che avrebbe desiderato”.
Pigi, facciamo un passo indietro: della Guerra hai qualche memoria?
“Un giorno stavo mangiando, suonano le sirene: mia madre mi butta una coperta in testa, mi portano in cantina, ma non capivo perché. Del dopoguerra invece mi ricordo quando assaggiai la cioccolata, quella vera, e non mi piaceva”.
Che lavoro faceva tuo padre?
“Accordava pianoforti. Facevamo parte della piccola borghesia di Torino. In quegli anni si soffriva, c’era poco lavoro, e anche per questo mio padre aveva la fissa del posto fisso, e quando avevo vent’anni, terminata ragioneria, insisté che entrassi in banca; a luglio del ’61 presi il diploma, ad agosto cominciai a lavorare”.
Ti sarebbe piaciuto fare qualcos’altro?
“Medicina. E prima ancora avrei voluto fare il liceo classico. Ma eravamo abbastanza  poveri, mio padre aveva bisogno che cominciassi a lavorare e non aveva i mezzi per mantenermi all’università”.
Tu però  hai inclinazioni letterarie. Leggi molto, scrivi poesia.
“Ero molto più portato alle materie letterarie che per altro. Più tardi cominciai a scrivere un libro. Poi però mi trasferii all’estero, e la vita mi condusse altrove”.

Pigi entra in banca a vent’anni (nella sede torinese della Banca Commerciale di Milano, ora Intesa) e s’iscrive all’università. Lavora di giorno, studia la sera, con l’energia invincibile dei suoi vent’anni. Dà alcuni esami, corre come un treno:
“Poi un cerbero che insegnava ragioneria, la materia dov’ero più preparato, mi dice: chi studia e lavora non fa bene nessuna delle due cose. Questo mi mortificò. A livello psicologico mi tolse motivazioni, qualcosa si spezzò in me. Chissà, forse anche perché rapidamente stavo cominciando a far carriera in banca: sostenni gli esami per entrare nella stanza dei procuratori, più difficili di qualsiasi esame universitario”.
E comincia a nascere il desiderio di partire, di andare lontano dall’Italia. “Perché quello che penso dell’Italia lo pensavo già allora. In banca eravamo irregimentati, accettavamo passivamente ogni regola: tutti vestiti uguali, con vestiti scuri, tetri. E la situazione si faceva stagnante, le promozioni erano bloccate: scalpitavo. Era il ’67, l’anno in cui morì  mio padre e conobbi Ioli”.
La banca fa a Pigi una proposta economica per lavorare a Montevideo:
“500 dollari al mese più casa pagata, io prendevo 180-200 mila lire al mese. Poi però  arrivò  una proposta ancora più succulenta, dall’Impresit (Impresa Italiana all’Estero), appartenente al gruppo Fiat, impegnata in grandi costruzioni quali  porti, strade, ferrovie: Perù, 1000 dollari al mese. Nel ’68 mi sposai con Ioli, partii per Lima nel ’69”.
Quale fu la prima reazione al Perù?
“Mamma mia, dove ho portato mia moglie! L’aeroporto era modernissimo, ma dopo, per arrivare a Lima, segni spaventosi di povertà, una povertà che a Torino o Milano non avevo mai visto. Invece, arrivato a Lima, nelle zone residenziali dove avremmo vissuto, mi entusiasmai. Avevo 28 anni”.
Pigi è vicedirettore amministrativo ma anche un hippy. Guadagna molto bene, ha la casa pagata, la giacca e la cravatta – ma pure la barba e i capelli lunghi. I colleghi anziani mormorano: è un ragazzo in gamba, peccato quella barba.
“Vissi il ’68 da lontano, e in Perù non era come in Europa, ma aderivo a quegli ideali di cambiamento, pensavo fosse la cosa giusta: in banca sembrava d’essere nell’Ottocento, ci mancava solo la bombetta. La tecnologia avanzava, noi eravamo arretrati. Quello che non vidi di buon occhio furono gli eccessi degli studenti – ragazzi delle medie che dicevano: questo tema non lo faccio. A noi cresciuti nella disciplina ferrea sembrava francamente esagerato”.
Che giudizio hai, retrospettivamente, del ’68?
“Non buono. Dal 1982 al 1985 lavorai in Italia e questi sessantottini pretendevano di saper già tutto, e che tutto gli fosse dovuto proprio in quanto avevano fatto il ’68. Molti disastri dell’economia e della finanza li addebito a questi signori del ’68, a questo loro atteggiamento di arrogante superiorità”.

È il periodo più leggero della vita professionale di Pigi, “prima delle grosse responsabilità”. Seguendo due cantieri, scopre il Perù e le sue enormi meraviglie: la giungla, le Ande, Lima, “città in cui si respira cultura”. Fa persino esperienza di tombarolo. Nel ’71, a trent’anni, diventa direttore amministrativo della filiale, nel ’74 direttore generale, gli nascono due figlie, Micol e Giada. “Mi sentivo un privilegiato, sapevo di esserlo, solo una cosa ci disturbava, specie le piccole: l’umidità. Era come vivere sotto un tendone dentro una piscina, e ogni piccolo raffreddore si trasformava in crisi asmatica”. Così, dopo 13 anni, si riaccende il desiderio di tornare in Italia. Rientra a Milano nel 1982, non nell’aria amministrativa, ma nella direzione tecnico-commerciale.
Tuttavia l’Italia che lo attende è peggiorata: “L’Italia da cui ero partito era un’Italia con certi valori, un’Italia di persone educate. Ritrovai un Paese all’inizio dello sfascio a cui è giunto adesso: gente arrabbiata, maleducata, egoista. Gente che pensava solo a se stessa, senza curarsi del Paese. Un Paese molto scortese. Abituato a entrare nei negozi ed esser trattato con gentilezza – ora mi succedeva il contrario. Anche l’approccio sul lavoro era cambiato. Non contava cosa facevi  – eri un numero. La meritocrazia era scomparsa, non mi sentivo apprezzato. Non parliamo dell’aspetto politico, essendo già in pieno svolgimento quello che venne fuori con Mani Pulite. Anche all’interno della mia società, si andava avanti a furia di raccomandazioni e bustarelle – per capire di ciò di cui sto parlando, consiglio il film La classe operaia va in Paradiso, con Gian Maria Volonté. Era proprio così”.
Perciò,  dopo il triennio ’82-’85, la famiglia fa di nuovo i bagagli…
“Un giorno mi chiama l’amministratore delegato e mi chiede se son disposto a tornare a Lima a fare il direttore generale: ci pensai due secondi, e tornai. Tornare ad avere responsabilità, non essere più un numero, fu bello. In quel periodo ebbi modo di conoscere varie personalità della politica, fra cui Alan Garcia, presidente peruviano detto Cavallo Pazzo: suonava la chitarra e girava in moto la notte fra varie fidanzate, tutto bardato per non farsi riconoscere. Diventai amico del vicepresidente peruviano, nonché scrittore, Luis Alberto Sanchez. Avevo 45 anni, lui 89. Era un uomo interessantissimo, coltissimo. Seguivo i contratti per i progetti sull’asse fra Perù e Italia – e qui era necessario l’appoggio politico, per cui incontrai Craxi, Andreotti, Scalfaro…”
Com’era Craxi?
“Io l’ho apprezzato molto. Al di là del fatto politico, che il PSI fosse considerato il partito più corrotto. Un uomo di una cultura estrema, di un’intelligenza vivace. Ebbi modo di chiacchierare con lui e fu davvero piacevole. Era perfettamente conscio di cos’era l’Italia. Mi disse: l’unica materia prima che ha l’Italia è la materia grigia, tutto il resto ci manca”.
 E Scalfaro?
“Quanto positiva fu la mia impressione di Craxi tanto negativa quella di Scalfaro, che conobbi in Venezuela: mi dava una sensazione acuta di falsità”.
 Andreotti?
 “Era intelligentissimo, si sa, arguto – ma di un’arguzia differente da quella di Craxi”.
Hai avuto modo di conoscere anche il premio Nobel per letteratura Mario Vargas Llosa...
“Cenando all’ambasciata, un paio di volte chiacchierai a lungo con Vargas Llosa, mentre ci servivamo al buffet. Erano gli anni che sarebbero culminati con la sua candidatura a presidente, che descrive così  accuratamente nel libro Il pesce nell’acqua [Rizzoli, Milano, 1994, traduzione di Vittoria Martinetto e Angelo Morino]. Mi colpiva il suo amore straordinario per il Perù, e l’autentica passione e convinzione con cui voleva cambiare il Paese. E che straordinario storyteller! Quando raccontava, incantava”.

Ma non son tutte rose e fiori: “Ahimé queste conoscenze che avevo non piacquero a qualcuno: stavo diventando troppo potente. Allo scopo di allontanarmi dal Perù, mi mandarono in Venezuela”. Siamo nel 1988. Pigi inizia a lavorare a grandi progetti sull’asse italo-venezuelana e, fra gli altri, incontra Hugo Chavez: “Quando lo conobbi – presidente eletto non ancora insediato – ne fui entusiasta: rappresentava un cambiamento.  Non avrei mai immaginato che sarebbe diventato quel che poi diventò: un altro Fidel Castro”.
Fiore all’occhiello della carriera di Pigi è il contratto per la costruzione della ferrovia che collegherà Caracas con l’hinterland arrivando a un terminal unico con la linea metropolitana, anche quella parzialmente costruita dalla sua società. È il contratto di cui Pigi va più orgoglioso, con enormi utili. Il problema era che i progetti non partivano, perché  mancava la copertura da parte del Venezuela, che avrebbe dovuto investire il 15% : non esisteva infatti una legge d’indebitamento che le permettesse di mettere i soldi: solo nel ’96 finalmente s’iniziarono i lavori, che finirono nel 2010. “Purtroppo il successo mi ha portato invidie. Venni praticamente mandato in pensione, anche perché non accettai un nuova proposta che trovai svilente”. Gli occhi di Pigi si colmano di amarezza, la voce si fa di un tono più basso.
Ti manca il tuo lavoro?
“Il mio lavoro mi manca molto e continuerà a mancarmi. Sogno di lavorare ogni notte, e ogni mattina è un brusco risveglio”.

Il Venezuela è diventato un paese violento, persino uscire a cena diventa rischioso. Chavez parlava di espropri, case da cedere al popolo, “operazioni che poi non avrebbe fatto. E la cosa più grave: il controllo dei cambi, per cui tu compravi in dollari qualcosa e per poi riavere i tuoi dollari  dovevi rivolgerti al mercato nero e pagare il triplo. Ti faccio un esempio: cambio ufficiale 2,50, mercato nero 8. Se facevi un investimento e decidevi di andartene, ci rimettevi quattro volte tanto quello che avevi investito…”
Così, nel 2010 hai ritrovato l’Italia.
“E l’ho ritrovata più schifosa che mai. Milano un tempo era una bella città, internazionale. Adesso è una città sporca, trasandata, non c’è un poliziotto in giro, non ti senti protetto. Per la prima volta, tornando la sera a casa, mi son sentito a disagio come a Caracas: brutti ceffi con le bottiglie di birra in mano… una Milano lasciata andare, ognuno vive per conto suo, il soggettivismo all’ennesima potenza. Gente triste, arrabbiata”.
Cosa consiglieresti a un ragazzo italiano di 20 anni?
“Di andarsene”.
Dove?
“Se vuoi avere più facile carriera nei paesi sottosviluppati, dove sei più apprezzato. Oppure in Europa – ovunque tranne in Italia”.
Sei contento che le tue figlie vivano negli Stati Uniti.
“Assolutamente, molto contento”.
A cosa attribuisci il cambiamento della mentalità italiana dagli anni ’60 ad ora?
“Al menefreghismo per il Paese. L’Italia non è Italia. L’Italia è regioni e province. Ognuno vive la sua realtà nella città dove vive, nessuno pensa a un’Italia – non c’è. Non c’è”.

È  tempo di congedarci, spengo il piccolo registratore. Il sole del South Florida scotta, l’acqua azzurra della piscina, di fronte alla quale abbiamo conversato per quasi due ore, brilla di luce. Guardo Pigi e penso che sia un uomo poetico. Ho affetto per lui perché è il papà di due delle mie più care amiche, e perché abbiamo avuto modo di frequentarci spesso in questi anni, ma ora capisco che ho affetto per lui soprattutto perché è un uomo poetico. Ha sempre un sorriso, una battuta in tasca, e negli occhi un velo di malinconia.
Pigi, perché scrivi poesie?
“Le poesie le ho scritte in un momento in cui sentivo di essermi troppo materializzato e di aver abbandonato, per dedicarmi al lavoro, quella che è sempre stata una passione. La mia segreta passione”.

(di Emanuele Pettener)

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