Venerdì, 16 Maggio 2014 00:00

Diario di un insegnante d’italiano ai Tropici (Eight)

John Besançon era uno scrittore – ah! Scriveva raccontini esili esili, raccontinini, cose sciape e scolorite, ma scolorite apposta, moscerini spiaccicati sul parabrezza – fotogrammi di vita vissuta, li chiamava lui. Era un botoletto con ciuffi disordinati in testa, una testa simile a una grossa patata dolce, di quelle che si mangiano a Thanksgiving, grassotto e triste, con bellissimi occhi blu cielo, untuoso e inevitabilmente incline a leccare il culo. Un aspetto patologico. Leccava il culo a tutti, persino a me. Ma attenzione, non era un leccaculo qualsiasi. A questo punto vorrei riportare l’analisi che mi presentò una sera la grassona, in un postribolo di un villaggio sperduto nel cuore dei Caraibi. La grassona sul vassallaggio e lo sfruttamento dei leccaculo vi aveva costruito una carriera e, secondo gli studi della grassona, vi sono quattro categorie di leccaculi:

“Ahem – nella prima categoria metteremo gli entusiasti professionisti, i sorridenti dalle 5 alle 8 orario continuato, gli eccessivi dell’emozione. Ogni loro reazione è talmente enfatica da suonare subito moneta falsa: gli racconti che un piccione ti ha cacato sul cappello e loro si aprono subito a un’espressione di costernazione e lutto; gli dici che ti sei comprato un paio di calzini scontati e loro s’irradiano di luce divina e cantano l’Inno alla Gioia. Chiunque abbia qualcosa da vendere è un entusiasta professionista” mormorò la grassona, facendo brillare le pagliuzze dorate dei suoi occhi paludosi, “ma la patologia è particolarmente estesa anche nella middle and upper class femminile americana, a partire dall’adolescenza e dal tuo primo impiego come cheer-leader. Tuttavia, sono più ottusi che pericolosi. Credono davvero nelle loro manifestazioni emotive o finiscono col credervi, come chi, recitando una parte, s’immedesima al punto da non distinguer più il ruolo da se stesso. Non è insomma che fingano le loro emozioni: semplicemente non sanno che sono finte”.
“E la seconda categoria?” chiesi, masticando un’eccellente coscia di pollo intinta nel curry.
“I leccaculo-full time,” rispose a bocca piena. “Si distinguono dai primi perché in loro c’è un progetto cosciente, o almeno c’era. Costoro infatti han cominciato a leccare con una certa consapevolezza ma poi se ne sono ammalati. Il fatto è che leccare il culo dà  dipendenza. La sindrome non è ancora stata studiata, che io sappia, ma bisognerà farci un pensierino prima o poi, una ricerca, e darle un nome: leccaculo-addiction o qualcosa del genere. La loro indole infatti è talmente corrotta che essi stessi non sanno più distinguere tra soggetto e soggetto da adulare, leccando indistintamente, e soprattutto indiscriminatamente, senza un briciolo di finezza, più leccano e più godono e più non sanno fermarsi, infoiati, sovraeccitati, ansanti e scodinzolanti.”

Bevve un sorso ampio di birra gelata, come Nero Wolfe, poi continuò :
“La terza categoria sono i leccaculo a soggetto. Costoro lo fanno coscientemente, metodicamente, con abnegazione e focus sul risultato finale. E infatti, non disperdono energie: individuano, con istinto coltivato dall’esperienza, i soggetti da leccare e quelli inutili. E su questi ultimi, che nulla posson dar loro, sembrano riversare le frustrazioni, le umiliazioni, la fatica del lecchinaggio sui primi. Diventano arroganti, freddi, auspicano d’esser leccati a loro volta, e quando lo sono, disprezzano ancor più i ruffiani. Il leccaculo a soggetto è quello più dannoso, in quanto il più conscio della propria condizione di servo e bramoso di scalare le caste: se, una volta che ha finito di adorarti, fingi di volgerti altrove – ma continui a spiarlo con la coda dell’occhio – ti accorgerai che spegne il suo sorriso immediatamente e di fatto il suo volto diventa scuro e truce. Questi sono i più pericolosi, sono cattivi – e la luce solare che t’hanno elargito, prima o poi te la fanno pagare.”
Aveva la bocca sporca di puré di zucca, di un color arancio notevole.
“E poi c’è il quarto tipo, il più raro e forse il più intelligente di tutti. Il Besançon. Un leccaculo straordinario, un fuoriclasse, il re dei leccaculi. E chi è il re dei leccaculi? Colui che riesce a guadagnarsi la benevolenza di tutti senza mai lasciar trasparire la propria natura di leccaculo. Il leccaculo in incognita.”

E infatti Besançon, bisogna dirlo, era benvoluto da tutti. Tranne da me, sia chiaro, perché, benché fossi attratto magneticamente dalla sua bontà quasi paterna, dai suoi modi discreti, dalla sua modestia verginale, c’era qualcosa che mi repelleva in lui. Fino a quella sera pensavo fossero i suoi peli nel naso, prima che la grassona m’illuminasse su ragioni che neppure io conoscevo.
“Beh, magari è benvoluto perché ha delle qualità morali...” obiettai, poco convinto.
“Oh, bella. Non crederai mica che coloro che son benvoluti da tutti lo siano in base alla proprie qualità morali?”
“No?”
“Vorrebbe dire che la nostra ammirazione per il Bene viene prima del nostro Bisogno Di Essere Ammirati. Ma sarebbe un mondo diverso, no? Noi apprezziamo non colui che è buono e intelligente ma colui che ci capisce, ci apprezza, ci ama – e solo in conseguenza a ciò lo riteniamo buono e intelligente”.
“Mmmh, certo,” in realtà cominciavo a perdermi.
“Infatti Besançon ha messi di amici ed estimatori, ragazze, ragazzi, amici dei ragazzi, amici delle ragazze, professori, scrittori, fruttivendoli. Persino il dentista gli vuole bene. Con taluni, ormai soggiogati del tutto dalla sua magnanimità, soprattutto i giovani studenti dei suoi corsi di scrittura, può persino permettersi d’essere crudele, di stroncare le loro creature senza appello, e loro lo accettano come una lezione necessaria, come se fossero stati ciechi e il messia Besançon gli avesse aperto gli occhi.”
“Beh, anche i discepoli, probabilmente, accettano impunemente ogni critica e strale nella speranza che la loro umiltà venga un giorno premiata e possano ascendere al Regno dei Cieli, ovvero Besançon li aiuti a pubblicare le loro corbellerie.”
“Oh, bravo, vedo che cominci a capire...”
“Eh eh eh,” ridacchiai orgogliosetto.
“Tuttavia, nemmeno i suoi discepoli sanno che lo stanno usando, come tutti usan tutti. Almeno a livello conscio, il loro affetto è sincero. Perché Besançon sembra intelligente, generoso, schietto.”
“E non lo è?”
“Quello è il 10% dell’iceberg. Il restante 90 sfugge a tutti, altrimenti lo decifrerebbero per il leccaculo che è e magari lo eviterebbero, virerebbero al largo. O forse no. Abbiamo tutti bisogno di qualcuno che ci lecchi il culo, di qualcuno che ci confermi della nostra identità, della nostra esistenza, necessitiamo qualcuno che dia un valore alle cose che facciamo e quindi a noi stessi. Ecco la chiave: Besançon dà un valore a tutti. Fa domande a tutti, sulle loro vite, sulle loro attività, sulle loro professioni, e attraverso il suo interesse certifica che le cose che fanno – la loro vita – hanno un senso. Besançon riesce a far sentire importante anche un becchino.”
“Ma come fa?”
“Lo ascolta. Esibendo interesse. Il che automaticamente rende la vita dell’interlocutore interessante. E poi fa una serie di domande che dimostrano partecipazione e al contempo sono ruffianerie implicite: Mi chiedo, come fa a trovare la delicatezza per trattare con i famigliari? Come si fa ad acquistare tali finezze psicologiche? Contano più la cultura o il talento naturale? Potrebbe darmi dei consigli? A quel punto il becchino si sente un mago della mente e un benefattore dell’umanità, nonché Amico Alla Pari di Scrittore Famoso”.
“Ma Besançon non è poi così famoso!”
“No, ma ai suoi adepti piace pensare così, è un omaggio che gli fanno e uno specchio in cui si specchiano.”
“È un genio, a suo modo.”
“È un povero diavolo. Bruttino e basso. Diffida sempre dei bruttini e bassi,” e qui sorrise furbetta, la nanerottola, “hanno dentro sé una rabbia in costante ebollizione, ambiscono a guardarti dall’alto, e sviluppano talenti misteriosi. Besançon non è un genio, è la gente che è fondamentalmente stupida – anche la gente straordinariamente intelligente, anche la gente che conosce tutto – perché non conosce se stessa. E non conosce se stessa perché non vuole, perché la vita è dura, perché talora è meglio la prospettiva di sfracellarsi contro un iceberg che individuare, nella notte scura, la nostra vacuità. Attraverso il suo esibito interesse, Besançon fornisce alle persone la possibilità di spiegare ciò che fanno, perché avvertono che lui capisce il senso di ciò che fanno. Quel che non capiscono, invece, è che il senso di quel che fanno glielo dà Besançon, glielo inventa Besançon, ascoltando, domandando, lusingando. La loro stima per la sua intelligenza è gratitudine per avergli fornito la possibilità di esistere.”
 
[Questo brano è tratto da Arancio di Emanuele Pettener, pubblicato in co-edizione da Priamo e Meligrana editore].

 

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