Mercoledì, 11 Giugno 2014 00:00

Da che parte il coltello…

sentieroO da che parte la spada… o la parola.
Provare a prendere la spada dalla lama, con le mani, è un rabbrivido (diciamolo così).
Nelle favole che contano – che per qualcuno possono contare – c’è quel bivio, un sentiero da prendere, che fa male; e anche l’altro lato non scherza. Così appare il problema: quello vero è quando non c’è soluzione.
Per la spada o il coltello la parte del manico sembra certamente convenire. Salvo sorprese: come nei film o nelle grandi imprese, nei racconti.
Ecco allora che ci avviciniamo alla parola, che ferisce più di cento spade: circa.
E capita di doverla prendere per la lama.
Anche a noi spadaccini della parola arriva dunque la confusione, insieme al problema.
Oggi abbiamo una perdita di realtà.

Ricordo come rombavano i cannoni dietro il monte, lo schiocco dei mortai nel cortile a terrazzo sul fiume e il ronzio altissimo dei bombardieri, nel racconto degli scampati o della radio. O io stesso, che li sussurravo nel buio della cantina.
La mia compagna di giochi, dopo l’ultima bomba correva con la testa scoperchiata, poi cadde come una gallina decapitata, bianca immobile e striata di rosso.

Sono cambiate le spade, e anche le parole.
Siamo entrati facilmente nei panni di un altro, di altri, molti, perché le immagini scorrevoli lo hanno consentito. Siamo stati invitati. Siamo fra gli immortali: perché vengono colpiti sempre gli altri, e se succede al nostro corpo, prima ce ne sfiliamo fuori e non ci succede nulla; per di più, dopo, partecipiamo anche al pianto e al cupo rammarico.
Ora, di tanto in tanto, si fa strada, quando meno ci pensi, l’idea che ci deve pur toccare anche a noi, per davvero: siamo ormai usciti dalla finzione, dal corpo del protagonista o dalle sue maschere? Per una frazione di tempo, all’inizio; poi l’esitazione sarà più duratura; e in qualche modo bisogna resistere: non abbiamo la parte del manico.

Le immagini intanto continuano a invadere la nostra casa, e lo spazio per quanto teorico della scena. Eroici, siamo pronti a trasferirci di nuovo.
Fermiamoci per provare il nostro grado di lucidità; se però era un test, ci teniamo per noi la risposta.
Ogni sera, ogni ora, c’è un bel racconto di indagini, tanti apparecchi con tante risposte rapide e scientifiche: «Lo becchiamo, lo becchiamo l’assassino!». Prima però ci deve sconvolgere con la sua crudeltà, così siamo più tranquilli quando viene condannato. Non si fanno prigionieri, quasi più!
Adesso, la domanda è se i cattivi abbiano un lato buono; ma non dipende più dalle circostanze, o dalle essenze: dipende dal regista, dallo sceneggiatore.
Tutto si è stabilizzato sullo schermo, a conclusione di una qualche recente puntata di Gomorra, per esempio; ci tocca, possiamo pensarci a dove stiamo, a come parliamo. Chi siamo. Cosa faremo nella scena che ci prendiamo.
Il problema è lo stesso. Il meccanismo porta lì. La rappresentazione toglie realtà.
Ma non sappiamo come dirla, quella verità, non quella storia. Perché noi per certo la vogliamo dire. Siamo anche un poco primitivi, è vero, ma abbiamo l’esigenza di dirlo perché crediamo che sia utile. O almeno importante.
Il meccanismo ci porta lì, e ha tolto ogni ombra di vero, non ci ha lasciato se non degli schemi, trasferibili più volte da una storia a un’altra.
Il male rappresentato sembra meno male; è così la ripulitura, o inizia così l’indifferenza? Lo spettacolo. E l’intrattenimento. Ebbene, abbiamo perso il manico.
È in corso una derealizzazione, brutto vocabolo, ma scriviamolo. Come fare per riprendere la parola, che dovrebbe pur avere un verso giusto; separarla dalla scena; o un verso comunque lo avrà, e ci tagli pure le mani ma non perderemo quel che è.
Come faremo a gestire il reale: è un problema vero.
Stiamo cercando la parola? Una scrittura?
Buon lavoro e qualche fortuna!

(di Bruno Pompili)

 

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