Lunedì, 16 Giugno 2014 00:00

Almeno il mio diario

C’era una riunione in appartamento quella sera,  in cui si poteva parlare di vari argomenti a scelta.
Tra questi, la quotidianità in appartamento - con questa si intende le faccende domestiche, il senso di abitare, di appartenenza, i rapporti tra ragazze e il rispetto reciproco - e, per chi ne aveva voglia, il racconto di un pezzo della propria vita, a scelta libera.
Di solito c'è qualcuna che inizia, cui seguono commenti e ulteriori storie, sull'onda di quanto appena sentito.
Anche stavolta: Virginia quel giorno era inarrestabile, parlava e parlava, aveva bisogno di espellere parole a getto continuo; parole aguzze, che tagliuzzavano gli organi interni, che facevano sanguinare e che bisognava buttar fuori.
La sua famiglia, quando era ancora alle elementari, si spostò da una grande città del sud a un piccolo paese del nord. Era cresciuta male, comunicando peggio, nel dialetto della città senza sapere una sola parola di italiano.
Ecco come raccontava un episodio significativo della sua vita. Un episodio conseguente a una situazione odiosa e pericolosa. Un episodio da cui non c’è più ritorno.

Quella mattina Virginia e sua sorella Anna andavano a scuola come al solito.
In classe c'era compito di italiano le ultime due ore. Fare il compito di italiano era una grande fatica per Virginia: lei aveva pensieri normali, desideri e idee uguali agli altri; quando si trattava di raccontarli, però, tutto diventava complicato: sia per iscritto, che pronunciando le parole a voce. Venivano fuori male, storte, come se gli mancasse un pezzettino, e per questo inciampassero.
A ricreazione aveva parlato con Melania, la sua amica del cuore; stavano pensando a come fare il pacchetto regalo per il compleanno di Giulia, che faceva la festa di compleanno la domenica successiva.
Appena rientrata in classe, si sentiva un po' tesa all'idea del compito e proprio mentre l'insegnante aveva iniziato a parlarne, si era voltata verso la porta, come tutti, perché avevano bussato: era la professoressa Giuliano, la vicepreside.
Aveva salutato l'insegnante, gli alunni, si era schiarita la voce, scusata per il disturbo che aveva recato alla lezione, e aveva chiesto se Virginia poteva gentilmente uscire un momento.
Virginia l'aveva guardata stupita, indicando se stessa con l'indice, come a chiedere "dice a me?"; la vicepreside aveva risposto di sì con la testa, accennando un sorriso imbarazzato.  
Lei si era alzata, era andata verso la porta, si era voltata per incontrare lo sguardo di Melania, ascoltando il brusio leggero dei compagni che parlottavano tra loro, commentando l’insolito evento (Virginia fa una digressione al racconto: racconta di come si senta sempre osservata, di quanto si creda un’anomalia, ci dice della sua personale alterità rispetto alla regolarità che immagina domini le esistenze dei suoi compagni).
Non lo sapeva ancora, ma quella era l'ultima volta che vedeva la sua classe, i suoi compagni, l’insegnante, la sua amica del cuore.

L'ufficio del preside era al piano di sotto.
Avevano percorso il corridoio, girato a destra, fatte le scale un gradino alla volta, voltato a sinistra, in un silenzio totale. La scuola sembrava svuotata, come se fossero tutti corsi fuori per un'emergenza improvvisa. Virginia si rendeva conto di non aver mai percorso i corridoi della scuola durante l'orario di lezione. Sentiva i passi rimbombare, il respiro veloce della vicepreside che procedeva silenziosa.
Le sembrava che perfino i pensieri si sentissero a disagio lungo quei corridoi. Pensava che i luoghi esistono per come siamo abituati a vederli ,e cambiando prospettiva, cambiano anch’essi.
La sua cameretta era bella e confortevole di giorno, con la luce del sole che entrava dalle finestre e illuminava il suo lettino e quello dei suoi fratelli e sorelle ( in quel periodo erano in sei, maschi e femmine, ma sua mamma aveva fatto molti più figli; talmente tanti da dimenticarsene, quasi ). Di notte invece, col buio, col silenzio, diventava un luogo triste. E quando si apriva la porta, tutti pregavano sottovoce che toccasse a qualcun altro, quella volta.

Lei aveva imparato a riconoscere l’odore del pericolo, e aveva l'impressione che stesse per succedere qualcosa.
Aveva in testa una confusione feroce; quelle notti faceva sogni strani, in cui precipitava, cadeva, si rialzava, cercava di sostenersi, ma qualcosa o qualcuno, più forte di lei, la tirava sempre giù, in basso, in un ambiente che non riconosceva, ma che non le piaceva.
Appena entrata in presidenza, la prima cosa che notò è che tutti le sorridevano; tutti tranne sua sorella Anna, che sembrava spiazzata quanto lei.
Erano tutti seduti, con un’espressione forzatamente amabile. C’erano, oltre a Anna, il preside, la vicepreside, due signore e tre carabinieri, col cappello tenuto sulle gambe. Lei salutò, come le pareva fosse giusto fare in un ambiente così importante.
Si sedette.
Iniziò il preside, tono ufficiale, schiarendosi la voce, facendo uscire all’inizio della frase una voce un poco stridula, rotta dall’imbarazzo. Diceva che le signore e i signori presenti, erano là perché avevano bisogno di parlare loro di una questione molto delicata.
Conclusa la frase, rivolgeva lo sguardo verso i carabinieri, sperando che intervenissero e lo salvassero dal farsi voce di una questione tanto delicata, poco attinente al suo ruolo e alla sua funzione, che erano prettamente didattiche.
Non ce la fa, non riesce a parlare, aveva pensato Virginia, mentre guardava Anna, che sembrava rimasta ancora in una sorta di sospensione, di attesa di qualcosa che non riusciva a immaginare.
Virginia invece sapeva, immaginava, e aspettava solo la conferma.

Il maresciallo, con tono fermo e dolce per come poteva, iniziò dicendo che le due signore presenti, erano due assistenti sociali, e che tutti loro erano lì per una questione molto delicata.
C’era un’inchiesta in corso, e fin quando non avessero concluso l’indagine,  non avrebbero potuto tornare a casa, per questioni di sicurezza.
Questa volta era stata Anna a guardare Virginia, la quale sembrava sprofondata nei suoi pensieri; pareva lontana, da un’altra parte, come quando la situazione in casa era difficile da sopportare: c’è chi scappa correndo, e chi sta immobile ma ha un nascondiglio segreto dentro di sé.
C’erano stati pochi secondi di silenzio che sembrava pesare come una montagna.
Virginia non era spaventata: si era abituata a quei silenzi, ai movimenti involontari dei corpi che reagivano all’imbarazzo muovendosi, schiarendosi la voce, grattandosi la testa, sudando, guardando il vuoto.
Gli adulti scappano dalla verità perché ne hanno paura, pensò in quell’istante.

Allora, per aiutarli, interruppe lei il silenzio. Chiese: “scusate, ma se non possiamo tornare a casa, come facciamo con i vestiti?”. Era un problema concreto, e molto importante per una ragazza in prima media.
Tutti sorrisero un poco, quasi sollevati; solo una delle assistenti sociali aveva capito che era una domanda seria, cui si doveva rispondere. Disse che sarebbero andate da una famiglia per un breve periodo, che le avrebbero accompagnate loro, e che sarebbero andate quella mattina stessa, appena finito dal preside, a fare le compere insieme; loro avrebbero pensato a tutto, anche a pagare i vestiti, la biancheria, gli spazzolini, i pettini, le scarpe. Lo diceva guardando Virginia negli occhi, senza però farla sentire a disagio: era uno sguardo dolce, quasi come quello delle mamme dei cartoni animati. Mica come la sua, di mamma, che parlava solo dialetto e che aveva una voce roca, e parole aspre.
Virginia si sentì sollevata; Anna disse che voleva un paio di scarpe rosa fucsia.
L’assistente sociale si voltò, e le disse che andava bene, che non c’erano problemi. Virginia chiese se potevano salutare la madre, ma le venne risposto che no, non si poteva; non potevano nemmeno tornare in classe: dovevano partire subito.
Andate prima che chiudano i negozi, disse, mentendo, il preside.
Virginia lo guardò, lui arrossì.
Vorrei avere almeno il mio diario, aggiunse lei.
Il preside fece cenno di sì con la testa, senza riuscire a incrociare il suo sguardo.

(di Cristiano Prakash Dorigo)

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