Giovedì, 03 Luglio 2014 00:00

Addio giovinezza

La Torino della Belle Epoque non è Parigi, frivola e trasgressiva. Non ha il quartiere latino e le ballerine di Can-Can. Torino è austera e signorile con la collina di Superga, il parco del Valentino, la reggia di Stupinigi ed è poco distante da montagne magnifiche, degna capitale della dinastia Sabauda.
Nino e Sergio ci si trovano bene, e poi sono giovani e la giovinezza espande ovunque i suoi profumi. Un po' di provincialismo, rispetto ai loro coetanei d'oltralpe, non guasta e i due amici hanno molta fantasia e poco denaro da spendere. Nino è piuttosto esuberante, ironico, estroverso. Ama la poesia e conosce le correnti culturali che vanno per la maggiore in Europa, oltre ad avere numerosi amici sia tra i “Crepuscolari” sia tra i “Futuristi”, senza per questo far parte dell'una o dell'altra schiera.
Sergio invece è riflessivo e introverso, forse è meglio dire riservato, ma ogni frase che pronuncia difficilmente ha qualcosa fuori posto. Nino e Sergio sono studenti e un giorno decidono di scrivere una commedia sulla goliardia torinese. Una commedia “borghese” che racconti una storia semplice e pulita, come pulite sono le anime dei suoi autori.

Mario studia Legge e vive in affitto nella camera ammobiliata in un appartamento di proprietà della signora Rosa che ha una figlia, Dorina, ragazza semplice e ingenua ma di forte temperamento. Dorina è innamorata di Mario e lui, a modo suo, le vuole bene. Quando può e a insaputa della madre, Dorina va nella stanza di Mario e tra baci e litigi si alimenta quell'amore casto e d'altri tempi, ben sapendo entrambi esser destinato un giorno a finire. Poi ci sono le irruzioni degli amici studenti tra cui spicca Leone, sfortunato con le donne, che si consola mangiando dolci. Un giorno, mentre Mario è solo, si presenta una misteriosa signora, resa ancor più seducente dalla velina che le nasconde il volto. Il giovane uomo è folgorato da quel frutto proibito e tra i due ha inizio una relazione amorosa.
Dorina sospetta qualcosa e con uno stratagemma riesce a trovarsi faccia a faccia con la rivale, affrontandola decisa a difendere con le unghie il suo amore per Mario. L'atmosfera è carica di tensione, la signora si sente offesa, ma quando Dorina crolla ai suoi piedi piangendo e implorando di non portarle via Mario, si commuove per quel sentimento sincero e profondo e decide di abbandonare il campo. Venuto a conoscenza del fatto, Mario va su tutte le furie e non vuole più vedere Dorina. Ma un po' il tempo, un po' la mediazione di Leone, fan sì che le cose ritornano al loro posto... fino a quando giunge mesto il giorno degli addii. Mario si laurea e quel mondo ovattato è ormai alle spalle, ognuno prenderà il suo posto nella commedia della vita e tutto diverrà ricordo, per poi svanire con il tempo.  

La prima rappresentazione della commedia va in scena il 27 marzo 1911 a Milano e l'accoglienza è tiepida, ma di lì a poco “Addio giovinezza” di Nino Oxilia e Sergio Camasio trionfa in tutti i teatri d'Italia. Appena il tempo di gustarsi quel meritato successo che la tragedia travolge ogni progetto per il futuro. Sergio muore di meningite fulminante il 23 maggio 1913. Addio giovinezza, addio vita!
Nino è impietrito ma continua il cammino iniziato con il fraterno amico realizzando altri lavori come la trasposizione cinematografica della commedia, di cui è regista, e scrivendo poesie.
Ma i rulli di tamburo e non solo, percorrono l'Europa e l'Italia entra in guerra il 24 maggio 1915. Anche Nino verrà gettato in quella furibonda mischia ma non prima di aver salutato il mondo di ieri, finito per sempre, rappresentato dalle “Piccole cose di tutti i giorni” e dalla perplessità crepuscolare. Compone una poesia : “Saluto ai poeti Crepuscolari”, dove oltre a Corazzini e Gozzano ricorda l'amico Camasio.                

Ma voi non vedeste la vampa
sul mondo, nè potrete
la vita futura cantare.
Cadeste sul limitare
del tempo; moriste di sete
lasciando alla stampa
un breve sorriso di morte:
la vostra sorte
fu quella dell'onda che sciacqua
lieve lieve sulla sabbia,
non quella dell'ondata che si squassa
sugli scogli con impeti di rabbia;
foste la nuvola che passa;
il vostro nome fu scritto sull'acqua...
E tu cantavi la provincia,
le tragedie dei burattini,
il suono dell'Avemaria;
cantavi le domeniche
piene di sole e di malinconia
e aspettavi di morire,
Sergio Corazzini!

Io sognavo di cantare
la corsa in un mondo
più vasto; in un ciel più profondo,
dentro a un più profondo mare
la corsa vertiginosa:
volgevo la testa e senza posa
vedevo i tuoi burattini
ballare, gestire, manine, piedini,
al ritmo del tuo cuore stanco...
Poi sei morto. Ed io ti canto,
sepolto tra le rose
del camposanto,
poeta delle piccole cose,
mentre rulla il tamburo...

Domani le piccole cose
saranno per sempre sepolte
e la provincia domenicale
non avrà che il tuo tumulo a guanciale.
Le molte
provincie diverranno un regno senza
gli inutili tuoi re di cartapesta
con la corona in testa...
Tutto il mondo sarà
repubblica di scienza,
terra di libertà
dove l'ingegno governa,
e la conquista moderna
e le invenzioni
faran più svelti roteare i mondi
tra le costellazioni;
trascineranno gli uomini
con gesti isterici
e volti cadaverici
sotto le lampade...
E tu cantavi il passato, Guido Gustavo Gozzano!
Il gioco del volano cantavi e il divano tarlato;
cantavi soave, in sordina, i dagherrotipi, le essenze
di rosa, le diligenze; cantavi la crinolina...
Io sognavo di cantare il presente
vertiginoso, le macchine
rotanti, i salvatacchi,
il marciapiede lucente;
volgevo la testa e udivo
il milleottocentosessanta
suonare la gavotta sul pianoforte a coda
con l'aria di chi goda se qualche corda è rotta...
Avrei dato tutto Grimm,
il tuo Grimm falso e tarlato,
per un tango chez Maxim...
Poi sei morto: Ed io ti canto,
poeta del passato,
mentre rulla il tamburo...

Morto è il Passato, poeta!
... Domani passeran fischiando treni
per le ville languidette
del tuo sogno vestito d'ombra e niente:
morto è il Passato e con le baionette
stiamo uccidendo il Presente
per mettere in trono il Futuro...
... Ma tu, Sandro, tu
non cantavi che l'amore
e non usavi rime; amore, amore,
che dà baci e figli...
Oh! quel profumo di tigli
laggiù
nei viali del Valentino!
Oh! i baci nella nebbia del mattino,
gustosi come frutta! Oh! i baci presi
e dati e trascinati per i colli
torinesi!
Ricordo le sere, le folli
chimere, le angosce divine,
i circoli delle sartine,
il cake-walk...
Oh! giovanile certezza
di gloria! O del futuro
smanioso brivido santo!
Ma sei morto. Ed io ti canto,
poeta della giovinezza,
mentre rulla il tamburo...

Domani le piccole cose
dormiranno sepolte fra le rose,
domani il passato
sarà dimenticato,
ma l'amore, l'amore
rifiorirà nel cuore
dopo
tanto odio senza scopo,
riaprendo a fior d'acqua l'occhio puro...

Fiamme scoppiettanti, laceranti
incendiano il vecchio mondo,
poeti crepuscolari!
Sull'orlo dell'abisso senza fondo
ove caddero ad uno ad uno infranti
i vecchi altari,
m'accomiato da voi! Rulla il tamburo!

Nino Oxilia combattè da impavido, disse chi gli fu affianco, e di certo al suo fianco sarebbe stato Sergio Camasio quel 18 novembre 1918, quando Nino cadde ferito a morte sul Monte Tomba, alle pendici del Grappa in difesa della patria. Addio giovinezza, addio vita!
Al diavolo la tristezza, in fondo è proprio vero: “Muor giovane colui ch'è caro agli dei”.
Grazie Nino, grazie Sergio, vi ricordiamo con un sorriso ripensando a Leone che mangiava i dolci, perché non ci sapeva fare con le donne. 

(di Andrea Vollman)

 

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