Giovedì, 17 Luglio 2014 00:00

Dubbi

Ansimo, respiro caotico, buio, luci e flash, rumore, urla.
Calmo!, devo stare calmo, calmo; tranquillo, tornare in me: torna in te, torna a te, mi dico.
Dura poco, sempre meno.
Respiri profondi, col diaframma… inspira, espira… inspira, respira.
Sì, è passato.
Potrei quasi dire, volendo, osando, di essere fortunato; dopo solo un anno sto quasi bene; o almeno non troppo male: non capita più tutte le notti; ormai, una o due a settimana.
Sì, ok, è passato!

Ho trascritto per un lungo anno quel che mi succedeva: per riconoscere i miglioramenti, i progressi, come abbia saputo reagire, come sia riuscito a non soccombermi.
Per affrontare lo stato di profondo disequilibrio che mi opprimeva, mi venne consigliato di scriverne. Così ho fatto; in duplice copia: una per l’analista che mi segue, l’altra per me.
Non saprei definire uno stato di shock e le sue conseguenze in termini scientifici, ma posso farlo bene con le parole che mi sono alleate, sorelle.
La prescrizione non prevedeva i pensieri, il commento, ciò che resta di fronte al dubbio. Solo nuda cronaca dei pensieri e degli stati d’animo che vivevo. Solo ciò che è, non ciò che penso che sia. Solo scrittura automatica.
Eppure devo trasgredirla; devo ripensare a quel che ho fatto, se lo farei di nuovo e cosa trarrò da tutto questo.
Non so quale insegnamento derivi dalla barbarie, forse lo scoprirò.
Il peggio che può accadermi, è scoprire che non serve a niente.

Quel che però mi mette più a disagio è l’incertezza; mi provoca una sorta di ansia descrivere ciò che sento, perché tutti si aspettano da me un giudizio categorico, una verità sicura e tranquilla, scontata, su chi ha ragione e chi torto. Una razionalizzazione su chi ha colpe e chi rivendicazioni; come se io venissi dopo, come se i dubbi fossero un terreno molle e paludoso che dovrei lasciare ad altri, a quelli che passeranno tutta la loro esistenza senza mai sapere nulla; la gente, il popolino, i telespettatori, i mediocri che ignorano la complessità delle circostanze della vita.
Eh già: dovrei poter dare una sentenza, istituire una qualche giurisprudenza della ragione che annichilisca  sentimenti e emozioni.
Voglio invece raccontare i fatti come meglio posso, con un disordine emotivo composto da fatti, idee che si mescolano collose tra loro, ma che fanno pienamente parte di ciò che sono.

Gli appunti esordiscono così:

Giovedì sera, 20 luglio.
Sono in stazione, fra poco arriva il treno e partirò.
Sono solo, raggiungerò gli altri  domattina.
Solo…
Sono sempre stato solo con le mie idee; trasversale, tormentato e ho sempre suscitato negli altri sentimenti contrastanti, come se l’adesione o meno a certe posizioni fosse sufficiente a conoscere una persona.
Ho accettato l’invito pur non condividendo le idee di alcun gruppo: idiosincrasia al credo massificato, impacchettato.
Sono purtroppo distante dalla sicumera dei giusti.
Non appartengo a nessuna corrente fideista, a nessun credo istituzionalizzato, e non per scelta ideologica ma per necessità fisica: sono solo con le mie domande, orfane da sempre di risposte.
I miei maestri dicono che non si devono seguire i maestri, che bisogna esperire invece di credere.

Venerdì mattina, 21 luglio.
Arrivo.
Sto cercando gli altri e, nonostante il vigore dei telefonini, non riusciamo a trovarci tanto è traboccante la fiumana di gente che affolla ogni centimetro di questa città impazzita.
Mi aggrego comunque al corteo che parte con calma, gioioso, curioso, contagiato dal clima.
Tutti ballano, cantano, improvvisando, come investiti da un inconscio collettivo che annulla ostilità e diffidenza.
Man mano che avanziamo dimentico ogni giudizio, ogni domanda: sto bene e basta, senza bisogno di spiegazioni e ragioni logiche.
Iniziano però quasi subito le soste forzate e il tam-tam informale del passaparola, diffonde notizie di disastri, incidenti.
Il corteo, eterogeneo, immenso, viene scosso all’unisono, come fosse un unico organismo vivente, dal frastuono inconfondibile di spari; tremende visioni, fumate dense, spesse e puzzolenti, rarefatte come allucinazioni, spengono la grazia che ci aveva accarezzato.
Colli allungati, teste in movimento; si cerca di capire, di sapere; siamo stupefatti: come svegliarsi di colpo e abbandonare un sogno.

Venerdì, pomeriggio.
Sto male.  
Poco da scrivere: viso e occhi bruciano.
Dei ragazzi girano tra la gente e aiutano chi ha bisogno di collirio e stracci bagnati per alleviare il fastidio acuto.
Vista, olfatto, gusto sono compromessi.
Nella sofferenza dei sensi, nulla ha più senso.

Con un gruppetto di sette o otto persone ci allontaniamo e riguadagniamo la strada.
Camminiamo un poco per salite e discese, percorriamo una via e ci troviamo improvvisamente nel mezzo di uno spettacolo infernale: tutti urlano urla disumane: poliziotti, carabinieri, manifestanti, fotografi, operatori televisivi, giornalisti, passanti, colti da panico che penetra, impavido, la realtà oggettiva.
C’è un odore acre di fumo di lacrimogeni, di immondizie che bruciano; la gola a pezzi, gli occhi chiusi, le gambe schizzano e corrono anche se i polmoni urlano, il naso è brace ardente.
Corri, scappa, corri; non importa più dove o lontano da chi.

Venerdì sera.
Sfatto, allo stadio.
Angoscia, stupore, solitudine.

Venerdì notte.
Di merda.

Sabato mattina.
Vado senza sapere perché. Mi unisco ad altri con un misto di inerzia e volontà.
Dopo un po’ arrivano notizie di gruppuscoli radi ma determinati, che spaccano tutto senza che la Polizia faccia niente.
Sottolineo: l’estremismo di pochi strumentalizzato ad arte, esteso a tutti.
Poco dopo pioggia di lacrimogeni, cariche furiose.
Scappo, scappiamo, il più lontano possibile, nessuno sa dove.
La rabbia scaturisce gesti, inibisce la ragione.
L’enorme corteo è spaccato e ognuno scappa; l’adrenalina anima le gambe, il sangue pompa sui muscoli; siamo un branco di animali in fuga.

Sabato pomeriggio.
Non so più dove sono.
Mangio un panino e capisco che siamo tutti, TUTTI!, sotto shock.
Sono seduto su un muretto e vedo arrivare verso di me un grumo di gente che corre, fugge.
Non realizzo subito e, un attimo dopo, è troppo tardi; un gruppo di poliziotti ci circonda e ci bastona con lo sfollagente.
Cerchiamo di parlare e spiegare che stavamo solo mangiando un boccone, ma per risposta, pestano, pestano, pestano, pestano, pestano!!!

Questi appunti li scriverò in seguito.
La memoria pregna di ricordi me li fa tornare in mente come fossero in presa diretta, pensieri indelebili, incancellabili.

Sabato sera.
Ora so dove sono: una caserma, una qualsiasi.
Siamo in tanti, per ora in piedi; tutti, uomini e donne, in corridoio.
La fine dell’attesa coincide con l’arrivo di un folto gruppo di agenti: ci dividono in gruppi da venti.
In quel preciso momento so che sono un fermato, e sento che mi aspettano ore da incubo.
Cerco di farmi spiegare qualcosa, ma quelli urlano, spingono.
Ci trasferiscono in uno stanzone e, per un paio d’ore, siamo tutti genuflessi, mani sul muro.
Le ragazze sono insultate, umiliate, minacciate.
Faccio un altro tentativo, provo a formulare una domanda, ma in tre, fulminei, mi raggiungono  da dietro e urlandomi diritto alle orecchie e sputacchiando saliva, mi intimano silenzio cazzo!
Con i manganelli spingono ai reni, ai fianchi, sulla spina dorsale. Come fosse un preludio, un rimando al dolore che potrebbero provocare se non ubbidissi.
Quei manganelli di merda non fanno male; non ancora: lo lasciano solo immaginare.
Nessuno parla più, siamo terrorizzati, stanchi, stremati: chi piange o anche singhiozza è insultato, umiliato, bastonato.
Vorrei guardarli negli occhi, cercare e trovare la conferma della loro umanità, capire cosa ci sia dietro a tanto spregio, come sia possibile ci trattino così.
Ma loro non me lo permettono, mi girano la testa con le loro mani pesanti, i polsi grossi, il radicato convincimento che loro sono i più forti, i padroni.

Dopo ore gravose, ci fanno stendere, ci lasciano pisciare, ma molti non hanno il coraggio di staccarsi dal gruppo; più semplice chiudere gli sfinteri.
Siamo tutti, ormai, totalmente in balia di questi uomini-bestia allenati a terrorizzare, a ritorcere la volontà, a piegare gli istinti.
La notte siamo sempre stati nello stesso stanzone e, a turno, veniamo  svegliati e condotti in altre stanze per un tempo variabile e indeterminabile e eterno.
Quelli che tornano sono tesi e rigidi, ma sfatti e svuotati.

E’ il mio turno: sto dormendo e un urlo mi sveglia dal torpore avvolgente.
Due in divisa, uno per parte, mi sollevano e spingono attraverso un corridoio fino ad un ufficio.
Mi fanno sedere a suon di spinte: devo confermare le mie generalità.
Devo spogliarmi, mi sento nudo e indifeso, come vogliono loro.
Dalle stanze attigue si odono urla strazianti e non capisco se si tratta di persone torturate o di diaboliche registrazioni.
Una volta denudato sono perquisito da mani callose, dure, volgari e incapaci d’amore, che feriscono.
Commentano il mio corpo con ancora maggior volgarità, sputando minacce, violenze, dicendo tra loro che il prossimo ad essere perquisito sarà una ragazza e che, se non sarà brava e condiscendente, le ficcheranno il manganello dentro.
Sottintendono, ridacchiando, nel clima rarefatto e surreale, che potrebbe succedere anche a me.
Penso ai romanzi sudamericani, ai noir di Ellroy, ai film che descrivono pestaggi e false esecuzioni.
M’accorgo di non tremare solo per paura dei loro manganelli, dei loro commenti, del loro infierire con frasi piene d’impudicizia.
Finalmente finiscono, mi riportano nello stanzone.
Mi assopisco innumerevoli volte ma ad ogni minimo rumore, come fosse una scossa elettrica, trasalisco, tremo.

Molte ore dopo prendo coscienza che l’ambiente è al buio a causa degli scuri chiusi ermeticamente, che ci sono solo un paio di lampadine da 40 watts al massimo, giustappunto per lasciare un minimo di visuale che ci consenta di vedere noi stessi; corpi ammassati stesi a terra, sguardi fissi, vuoti, terrorizzati.
E’ giorno, lo si capisce quando entrano: una luce più plausibile, vera, penetra repentina dalla porta.
Tutto si protrae ancora a lungo: tanto da farci chiudere gli occhi dalla spossatezza, per poi farceli spalancare dall’angoscia.
Smarrisco l’orientamento temporale e sprofondo in un’apatia che appiattisce ogni volontà.

Lunedì mattina.
Sono a casa. Ho chiamato al lavoro, ho preso una settimana di malattia.
All’apparecchio ho sentito, o almeno così mi è parso, un brusio quasi impercettibile, come stessero intercettando il mio telefono.
Quando ci hanno fatti uscire, pochi alla volta e sempre da soli, dei ragazzi che non conoscevo mi hanno consigliato di stare attento, di non parlare con i giornalisti, di stare, per un po’, tranquillo.
Andando in stazione mi è passata accanto una pattuglia; ho cominciato a tremare in modo incontrollato, a sentire un orrore assoluto impadronirsi di me.
Rabbia, terrore, incapacità di inquadrare razionalmente quel che era successo.
Pensieri e ossessioni sembravano superati, nei loro limiti fantasmatici, dalla cruda realtà.

Dopo un mese lungo un secolo, ho accettato di farmi visitare da una psicologa per i disturbi del sonno.
Lei mi ha dirottato da uno psichiatra, il quale mi ha trovato emotivamente e psicologicamente stressato.
Ho accettato di assumere psicofarmaci per dormire.
Ogni mattina però, al risveglio, credevo di sentire quelle urla, di vedere quegli occhi privi di sguardo e penetrabilità, di sentire la punta del manganello su di me, sulla schiena.
Ma ogni sera, ogni telefonata, ogni sguardo rivoltomi, riaccendevano quel terrore cieco, fisico, brutale.

Dopo un altro mese ho firmato una denuncia corale assieme ad altre persone che avevano subìto i miei stessi trattamenti.
Abbiamo tutti dichiarato di essere stati vittime di torture corporali e psicologiche.
Dopo alcuni mesi ho ricominciato a riflettere con distacco sul significato di rivoluzione, di repressione poliziesca, di terrorismo istituzionale.
Ancora domande; ancora pensieri da cane sciolto, ancora solo, a pensare al significato profondo di essere autenticamente me stesso, anche se ancor più impaurito di prima.
Poi sempre meno frequenti i risvegli in cui ci metto qualche secondo a realizzare dove sono; secondi che hanno il sapore del terrore; quelli che hanno in sé lo strazio di chi è rotto dentro.
Un pensiero fisso cresce di giorno in giorno.
Risponde al bisogno di pensare che quelle divise erano abitate per la maggior parte da ragazzi impauriti che non sapevano niente di quanto stava accadendo nelle stanze del terrore, dove i loro colleghi, ignobili ignoranti squadristi allenati a torturare, usavano cieca violenza.  

20 Luglio 2002
Un anno dopo.
Ho preso due giorni di ferie, comprato il biglietto del treno.
Devo tornare a Genova: devo!
Forse!

(Cristiano Prakash Dorigo)

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