Sabato, 26 Luglio 2014 00:00

Buchi

Buio. Un scintilla d’acqua. Poi un’altra. Tre gocce, quattro gocce. Una crepa. Si allarga, lascia passare, un fruscio, una catenella, una cascata. Mi porta, sono fradicio, cado. E sbatto. Fa freddo. Apro gli occhi.
Buio. Lentamente lo sfarfallio della vista comincia a percepire. Chiazze acide di luce debole si allargano e si restringono come cera in una lampada; con un tondo scoppio metallico si condensano in forme visibili ma non riconoscibili. Una strada, mai percorsa. Un passaggio, mai aperto. Una dimensione, che non governo. I battiti nel petto vanno in risonanza con un suono lontano; la gola si chiude man mano che un calore, greve, si avvicina alla pelle. Bagnata. Brevi scoppi di forme illuminano stralci di pareti. Lo sento, il soffio, pesante e umido. Si avvicina. Mi alzo, in piedi. I piedi, nella melma. Il calore, che arriva. Uno scoppio. Illumina un volto. Sembra il mio, ma è deforme: crudele. Ho paura. Uno sforzo. Stacco i piedi, un passo, poi un altro. Cerco, come sempre. Un passaggio, che mi salvi. Un buco, che mi risucchi. Lo  vedo, poi lo tocco. Ecco, quello che devo fare. Per scappare, di nuovo. Appare, tra le brevi luci. Con le mani, lo tocco.

Luce. Non vedo. Non sento. L’inerzia tra un mondo e l’altro è sempre più lunga. Ogni nuovo mondo mi è sempre più sconosciuto. Ho passato troppo tempo a cercare e ora non ho più uno scopo. Non lo ricordo. Allora vado. Dicevo. Non vedo, non sento. Un po’ alla volta, torno, a riconoscere. Terra. Sabbia. Sento. Una luce, che mi abbaglia. Un fuoco, delle rocce; è immenso, sono roventi. Gli occhi, che lacrimano. I piedi, che sanguinano. L’aria, che cola. Sulla pelle. Cerco. Un accesso, che non trovo. Una via, per scappare. Eccolo. Un buco, da attraversare. Una speranza, da far morire. Un mondo, da conoscere. Un luogo, da abbandonare. Come sempre. Salto.
Buio. Aria. Cosa stavo facendo? Cercavo. Una vita, da abitare. Una fuga. Da una che non volevo a una che non ho. Aria, sento solo aria. Niente, da vedere. Niente, da toccare. Per evadere, ancora. Vento, che mi porta. Indifferentemente, in alto e in basso, mi fa girare, come una spirale, senza capo né coda. Giro. Non ho la chiave, per capire o per fuggire e nemmeno per muovermi: non servono sforzi, non servono paure, non servono fughe. Posso chiudere gli occhi, rilassare la carne, spegnere la mente, far tacere i muscoli e farmi cullare dal nulla assoluto. Ho cercato, non ho trovato ma comunque, sono arrivato. Alla fine.

(di Federica Chinaglia)

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