Mercoledì, 20 Agosto 2014 00:00

Su Paolo Maurensig e sul sentimento dell’ammirazione

Ricordate quando il giovane Holden Caufield dice di come sarebbe bello mettere giù il libro che si sta leggendo e telefonare all’autore?
È l’impulso che mi ha condotto a interrompere il piacere (pur crescente e beato) della lettura di Canone inverso (Mondadori, Milano, 1996) e scendere qui a scrivere: non conosco Maurensig, non ho idea se sia reperibile o se voglia esser reperibile, fatto sta che ho l’urgenza di dirgli “grazie,” stringergli la mano, manifestargli la mia ammirazione.
Ora, per me l’ammirazione è un sentimento raro, e reca in sé la necessità di palesarlo, quasi non riuscissi a serbarlo in me: ha a che fare con uno slancio di gioia, non è dissimile da un impeto d’amore, è difficile tenerselo dentro, anche se si dovrebbe, come tutte le cose intime.
Ma è davvero inusuale che io, leggendo, avverta questa ammirazione. L’ammirazione per il potere dell’immaginazione. Per l’intelligenza umana che si rende capace di inventare, architettare, sorprendere, e danzare. Creare bellezza. L’ammirazione per la grandezza.

Ora, per carità, facciamo un doveroso bagno d’umiltà: se questo sentimento di ammirazione frequenta raramente la mia anima, è colpa mia, ne sono consapevole, credetemi. Se non mi capita spesso di ammirare la grandezza è perché 1) di tanta grandezza sono ignorante, non l’ho ancora incontrata, e chissà quando la incontrerò, 2) se anche l’ho incontrata, probabilmente non l’ho riconosciuta, non avevo occhi e orecchie per riconoscerla (questo è  indubitabile per le arti visive, per la musica o il balletto - per quanto riguarda l’arte della lettura, confesso che questa seconda ragione mi convince meno, ma ci sta).
Rimane il fatto che leggo Canone inverso e provo questa ammirazione. La mancanza di ammirazione è associata sempre a un sentimento di presunzione:  non ammiriamo quello che presumiamo di poter fare anche noi. Quante volte, leggendo – anche e soprattutto  libri che ci piacciono assai – pensiamo: beh, potrei scriverlo anch’io un libro così. (È  questo fugace pensiero che segna il passaggio dalla lettura alla tentazione di scrivere; quindi dalla lettura innocente, intesa come diletto viscerale, intellettuale, mezzo per conoscere il mondo e noi stessi, alla lettura intaccata dai disegni del nostro ego, finalizzata a bottino di guerra,  cassaforte di segreti da rubare, tesoro di possibilità  da studiare, carpire, o rifiutare in toto).
L’ammirazione nasce da una considerazione, che per alcuni può  essere amara, e condurre persino alla verde invidia: io questo libro non riuscirei a farlo. Io Canone Inverso non riuscirei a scriverlo (non ancora, mi rassicuro); né La variante di Lüneburg (Adelphi, Milano, 1993), altro romanzo meraviglioso, letto alcuni anni fa. Questo non mi dà né amarezza né tanto meno invidia (non è questione di virtù: l’invidia nasce laddove ci sono vicinanza, desideri analoghi, competizione – per inciso, a proposito di ammirazione e invidia, suggerisco il celebre ma sempre appetitoso saggio di René Girard, Menzogna romantica e verità romanzesca,  pubblicato nel ’61 e tradotto da Leonardo Verdi-Vighetti per Bompiani). Canone Inverso mi produce invece un forte senso di ammirazione, di gratitudine, e di ispirazione. Penso, ed è un pensiero pieno di allegria: questi sono i libri che voglio leggere, i libri che voglio scrivere.
Pochissimi sono i romanzieri, pur tra i più celebrati di presente e passato, a saper immaginare una trama. Io sto con Borges, e con Maurensig, alla trama sono affezionato: inventare una storia complessa è arte di pochi, rifiutare la trama è sovente l’alibi postmoderno di chi non ha il talento di imbastirne una. Ma una storia ricca di svincoli, di imprevisti, di azioni e reazioni, rappresenta già la forza di un’intelligenza creatice che mi lascia incantato. E poi c’è  il modo in cui Maurensig racconta questa storia. Maurensig è un artista. La sua prosa è  limpida, e nei suoi labirinti si respira a pieni polmoni un’aria purissima e felice. Non gli importa niente di usare il desueto “egli,” si capisce chiaramente che non gli importa nulla di come va o non va la letteratura italiana. Racconta una storia. Bravissimo, Paolo Maurensig.

(Emanuele Pettener)

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