Mercoledì, 24 Settembre 2014 00:00

Imprendibile

Annusavo il profumo della terra umida e, mentre gli operai scavavano sempre più a fondo, li osservavo con sguardi di compiaciuta ammirazione.

Facevano dei lavori e la strada era chiusa al traffico, tanto che il silenzio era tornato il sovrano della valle. Il tempo non era né bello né brutto. Sul paesaggio si stendeva un grigiore luminescente e uniforme simile a un soffitto di vetro smerigliato. Tutto sembrava tremare un po', come tremano le cose riflesse nell'acqua.

Non avevo intenzione di allontanarmi più di tanto, ma fui attirato da due uomini dietro di me che consultavano un grosso album di fotografie. Discutevano di linee fortificate e manufatti, ma anche di come, in ogni guerra che si rispetti, fosse necessario avere mappe ricche di informazioni dettagliate.

Parlavano e gesticolavano indicando diversi punti della valle, e qualche minuto dopo una voce disse: «Questa era la teleferica che saliva sul Biaena e questo è il Filóm de le granate, ne sono più che sicuro...».
Era l'uomo più vecchio dei due a imporsi con la sua voce forte e chiara. A un certo punto chiuse l'album, mise un dito a mò di segnalibro e poi lesse il frontespizio ad alta voce, in tono ossequioso e scolastico: «zur Erinnerung an die Zeit am Creino». Poi aggiunse: «Si sapeva bene che il Creino e il Biaena erano postazioni ideali per l'artiglieria puntata verso il lago di Garda, l'Altissimo, la bassa Vallagarina, lo Zugna...».

Parlavano della guerra del 15-18 e dei quasi quattro anni di permanenza dell'esercito austro-ungarico nella Val di Gresta, vuota dei suoi abitanti.
Mi girai verso di loro, li salutai e domandai se sapevano qualcosa di quello strano capitello a forma di bomba posto sul valico tra il Creino e lo Stivo. Era una curiosità che avevo da un po' tempo e avevo voglia di sentire una qualche loro opinione a riguardo
.
«Quello è il capitello di Santa Barbara, certo...», mi spiegò il vecchio sempre con quel suo album di fotografie sottobraccio. «E' stato costruito nel 1915 dal soldato muratore Alois Pichler di Bressanone e venne dedicato alla santa protettrice dei cannonieri e degli artiglieri.»

Mi colpì molto il suo modo di parlare elegante e come pronunciò il cognome Pichler mi venne subito in mente un caro amico con cui condividevo la passione per gli incunaboli miniati. Anche lui era di Bressanone, pensai.
«La forma di quel capitello colpisce quasi tutti. E' l'immagine della gentilezza e della dignità e torreggia come un palazzo in rovina a mezz’aria...», disse il vecchio.

Mentre lo ascoltavo, cercai di farmi venire in mente che cosa mi ricordasse il suo modo di esprimersi. Aveva un decoro e un senso di ufficialità non comuni che conquistavano.

Mi raccontò di quando il Creino era parte della linea principale di difesa, un baluardo che dominava il confine naturale, la terra di nessuno tra i due fronti.
«C'erano le teleferiche che salivano dalla Valle di Gresta verso il Creino e sul Biaena e la linea rocciosa che tagliava trasversalmente la montagna, tra il Garda e l'Adige, venne fortificata e percorsa da un tratto continuo di trincee e camminamenti che la rendevano quasi imprendibile.»

Imprendibile. Una parola forte che mi lasciò nella mente immagini vivide e complesse.

Per qualche istante, nessuno parlò. Si udiva il canto stridulo, mai udito prima, di qualche uccello. Ma dell'uccello non si vedeva nemmeno l'ombra.
«Il tempo sul Creino, dalla grande guerra, sembra non sia mai passato. La domenica mattina, poi, passa con una lentezza estrema», disse ancora il vecchio.

(Marco Crestani)

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