Martedì, 07 Ottobre 2014 00:00

E Ulisse si terse una lacrima

antopalvasoCosa scrivere che non sia già stato scritto, o detto, del padre di tutte le letterature occidentali, Omero, e dei suoi due poemi? Ogni parola, ogni singolo significato storico e mitico, ogni lascito successivo, sono stati sviscerati da secoli, millenni di indagine critica. Quindi tentare di aggiungere anche solo una sillaba a questo imponente edificio, condurrebbe irrimediabilmente dalla presunzione al ridicolo.
Altro non resta che volgere l’attenzione a qualche aspetto “minimo” e marginale, sfuggito al setaccio dell’analisi perché ritenuto ininfluente, o per l’incapacità di porsi da un punto di vista acritico, come accade nella suggestionabile emotività di un ragazzo. Ed è proprio da una personale riminiscenza scolastica che prendono l’avvio queste considerazioni.

Sui banchi di scuola, molto tempo fa, trovavo affascinante quella materia denominata “Epica”, perché le mirabili avventure dei personaggi di Iliade, Odissea ed Eneide, rivaleggiavano con gli eroi dei fumetti, dei cartoni animati, o dei protagonisti in carne ed ossa dello sport, a me così cari, allora.
L’impavido Achille, il regale e sfortunato Agamennone, Ettore l’eroico perdente e gli innumerevoli dei e semidei, come l’irato Poseidone o l’innamorata Calipso, senza dimenticare la fedele e irriducibile Penelope.
Tutto il repertorio delle forze che agiscono sulla e dalla fragile natura umana, si manifestavano attraverso la potenza della rappresentazione, che mi trascinava come in un gioco a sentirmi, se non  protagonista, almeno partecipe di quei fatti straordinari. Ma un giorno il professore lesse questi versi dall’Odissea: “(…) Così essi tali parole fra loro dicevano / e un cane, sdraiato là, rizzò muso e orecchie, / Argo, il cane del costante Odisseo, che un giorno / lo nutrì di sua mano (ma non doveva goderne), prima che per Ilio sacra / partisse; e in passato lo conducevano i giovani / a caccia di capre selvatiche, di cervi, di lepri; / ma ora giaceva là, trascurato, partito il padrone, / sul molto letame di muli e di buoi, che davanti alle porte / ammucchiavano, perché poi lo portassero / i servi a concimare il grande terreno d’Odisseo; / là giaceva il cane Argo, pieno di zecche. / E allora, come sentì vicino Odisseo, / mosse la coda, abbassò le due orecchie, / ma non potè correre incontro al padrone. / E il padrone, voltandosi, si terse una lacrima, / facilmente sfuggendo a Eumeo; e subito con parole chiedeva: / “Eumeo, che meraviglia quel cane là sul letame! / Bello di corpo, ma non posso capire / se fu anche rapido a correre con questa bellezza, / oppure se fu soltanto come i cani da mensa dei principi, / per splendidezza i padroni li allevano”. / E tu rispondendogli, Eumeo porcaio, dicevi: / “Purtroppo è il cane d’un uomo morto lontano. / Se per bellezza e vigore fosse rimasto / come partendo per Troia lo lasciava Odisseo, / t’incanteresti a vederne la snellezza e la forza. / Non gli sfuggiva, anche nel cupo di folta boscaglia, / qualunque animale vedesse, era bravissimo all’usta. / Ora è malconcio, sfinito: il suo padrone è morto lontano / dalla patria e le ancelle, infingarde, non se ne curano. / Perché i servi, quando i padroni non li governano, / non hanno voglia di fare le cose a dovere.” / Così detto, entrò nella comoda casa, / diritto andò per la sala fra i nobili pretendenti. / E Argo la Moira di nera morte afferrò / appena rivisto Odisseo, dopo vent’anni.(…)

Rimasi stupefatto, poiché pur trattandosi di un passo intermedio fra avvenimenti di ben altra importanza, aveva in se qualcosa di straordinario: l'astuto, indomito e temerario eroe, spargeva una lacrima per un cane!
Ne parlai, quasi vergognandomene, con un compagno di classe che ritenevo più “sensibile” di altri e anche lui convenne che la cosa era alquanto strana.
Non eravamo certo dei consumati mitologi, ma solo degli studenti nemmeno particolarmente brillanti di scuola media, eppure fra le nostre conoscenze letterarie non riuscivamo a trovare qualcosa di eguale.  
Di animali se ne trovano a bizzeffe in letteratura, ma si tratta di figure mitologiche o presenti nella lontananza di scene bucolico-pastorali. Quella convinzione cresceva mano a mano che ampliavo i miei orizzonti conoscitivi attraverso successive letture, attento nel trovare qualcosa di simile al passo omerico.
Non ho certo letto tutto il leggibile, ma ho letto molto e ho dovuto giungere  a opere di tempi molto recenti per avere un riscontro simile, nel quale un animale si rapporta all'essere umano nella forma a cui siamo abituati oggi.
Ed è così che un giorno ebbi una sorta di folgorazione che mi tolse da quella che stava assumendo la forma di una propria e vera mania: Omero aveva un cane, e lo amava! Chiunque esso fosse, il primo per Dante fra i poeti, l'aedo degli dei, il padre della letteratura occidentale, ha voluto come certi pittori che pongono in un angolo sperduto di un loro quadro un simbolo che raffiguri qualcosa di intimo, comporre un passo che lo riguardasse personalmente.
Scendere dall'Olimpo della gloria poetica e attraverso quella raffigurazione, celebrare attraverso il protagonista del sommo poema l'affetto per una creatura ritenuta inferiore, smentendo in tal modo il luogo comune sull'arcaicità dei sentimenti dell'uomo di oltre duemilacinquecento anni fa.
E' a mio avviso uno dei passi più importanti dell'Odissea per la sua modernità, e se qualcuno potrebbe sorridere per questa pretesa originalità esegetica, in verità si tratta di dar privilegio ad una convinzione che ha la sua origine nell'ancora “immacolato” sentire di un adolescente che in quel “Si terse una lacrima”, leggeva un verso la cui potenza risplende in tutta la sua profonda umanità.

(di Andrea Vollman)

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