Martedì, 02 Dicembre 2014 00:00

Non chiedere perdono

Non posso chiedere perdono perché il mio peso di rimorso lo voglio sentire: nel cibo, nel sonno, nelle parole, negli affetti, nella memoria; deve impedirmi di vivere bene.
La sterile volontà di chiedere perdono, finché dura (se mai ci sarà dimenticanza), tiene viva l’intera colpa senza vero confine di tempo; in tanto ne simula la ripetizione.
I testimoni a carico sono del tutto inutili – li considero perfino immorali – per quanto mi riguarda; ma non vorrei che svanissero, perché permangono a segnalare vergogna. Tuttavia, e tuttavia, mi so punire da solo, e la vergogna di fronte a chi mi può rimproverare è un sottile insopportabile sguardo. Va al di là della punizione e della sua misura.
I limiti innalzati dal tempo mi aiutano in ogni caso; qualche involontaria notte di miglior sonno è, con inganno personale, benvenuta.
Esco da me e dal mio sogno, e allora il pensiero si dilata, e certo non migliora. Guardo e sono scontento. Una voce mi dice che questo non interessa nessuno; ma non ne ho gran pace: non c’è ragione. Però continuo a guardare, perché me ne do il diritto; poco conta se qualcuno ascolta o se non c’è proprio.
È anche sera, e puoi guardare meglio, avendo scontato un’altra giornata. È così.

La richiesta di essere perdonati dopo decenni o molto di più, per errori di ordine religioso, comportamentale, sociale… storico (proprio molto astratto è il tempo passato), è una richiesta insensata; soprattutto quando si chiede giustificazione al posto di altri, per conto di chi più non c’è, di allora, passati, coi quali abbiamo solo dei legami di finzione. E di interesse a dire che sì, ancora ci ricordiamo. Così tanto ci piacciono sempre i giochi.
Non c’è connessione, non ci sono diritti di sostituzione del colpevole, non si ereditano colpe come fossero denaro o esseri viventi e noi dunque eredi di qualcosa o di qualcuno.
Potremo dire che ci sono stati errori (è poco ed è menzogna), colpe, e ancora più, malizie. Possiamo farci carico volontario di un’intima vergogna. Ma non possiamo chiedere un insensato perdono. È scomparsa la vittima. È scomparso l’aguzzino. Siamo poveri e selvaggi, sovente con poca memoria, non possiamo chiedere perdono. Non siamo in grado di suscitare nulla e nessuno, neppure con un duro allenamento.
Quella sofferenza si è consumata in un tempo; come anche le gioie. Nulla appartiene a nessuno, quando il tempo è chiuso.
Muore la memoria, e allora come salvare il pentimento. E il perdono, a chi si va a chiederlo.
Appropriazione indebita la colpa.
Presunzione grande di sé credere di poter chiedere perdono. Non c’è più nessuno.

Se volete possiamo ordire una finzione, dove ci mettiamo in fila a salmodiare, a costruire scene: benvenute sono le maschere; ottimi gli insegnamenti; un amico il regista; un gran burlone il capocomico; un po’ ubriachi dal ridere i becchini, e dall’abitudine. Non dovremmo dimenticarlo.
Passiamo alla lettura.
Nei buoni romanzi, dunque in epoca borghese, e in ingiuriose delicatezze romantiche, c’è questa tendenza, questo afflato a legarsi a una colpa, e a chiedere espiazione, o perdono, dunque bisogno di coinvolgimento. Pena adeguata la solitudine.
Altro capitolo, subito dopo, ma altro capitolo, la vendetta. Prima avremo comunque il problema di evadere: giusto per dare una scansione temporale ai fatti.
Così abbiamo detto. E non vorremmo dimenticare.


(Bruno Pompili)

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