Martedì, 04 Dicembre 2012 10:40

Un sogno che potrebbe portarci ovunque

Forse il modo migliore per leggere 2666 di Roberto Bolaño è immaginarsi in un sogno che potrebbe portarci ovunque. Un sogno strano, bizzarro e strampalato, misterioso e fortemente espressivo.
Come in molti sogni o incubi, nella prima sezione del romanzo Bolaño ci fa subito fare la conoscenza con quattro studiosi di letteratura europei interessati all’opera di un oscuro romanziere tedesco di nome Benno von Arcimboldi.
Bolaño segue gli intrighi amorosi tra gli studiosi (tre uomini e una donna) e fornisce indicazioni circa la strana carriera di Arcimboldi, che da un certo punto della sua vita ha vissuto come un eremita isolandosi dal mondo.

Improvvisamente e inverosimilmente gli studiosi vengono a sapere che Arcimboldi è stato avvistato nel nord del Messico e tre di loro decidono di andarlo a cercare nella città di Santa Teresa dove nel corso di un decennio centinaia di donne sono scomparse nel nulla. Da questo momento in poi, Santa Teresa diventerà il centro di gravità (una sorta di punto cardine che irradia verso l’esterno in ogni direzione) di tutto il romanzo.


Non c’è dubbio che Roberto Bolaño sia un grande scrittore e che questo enorme romanzo (che aveva quasi completato quando morì nel 2003 a cinquant’anni) ha convinto tutti o quasi che si tratti di un capolavoro. Anche se è stato pubblicato come opera unica, 2666 si compone di cinque sezioni indipendenti tra loro (Bolaño originariamente aveva previsto di pubblicare cinque differenti libri).


Forse 2666 è il romanzo epico che Borges non ha mai ha scritto. Indubbiamente è una prova notevole del virtuosismo di Roberto Bolaño e si legge come uno strano puzzle che si rifiuta di conformarsi alle nostre aspettative.
Gran parte della scrittura di Bolaño va al di là di qualsiasi modello letterario riconoscibile e, come I detective selvaggi, ci offre una folla di voci, sottotrame, dettagli, riferimenti e disquisizioni a non finire.


All’inizio sembra informe, goffo o perverso. Poi, una volta che lo si impara a leggere, ci si rende conto che questa sua eccentrica bruttezza è davvero un nuovo tipo di bellezza del tutto inaspettato e che ciò che sembrava sbagliato nella sua scrittura è esattamente ciò che la rende grande.

Roberto Bolaño in 2666 si rivela uno scrittore senza compromessi e un maestro della digressione. La sua prosa è originale e spesso a corto di aggettivi, ma può anche ingannare perché costellata di aforismi, molti dei quali calcolati per invitare al disaccordo appassionato.


2666
è insomma un libro pericoloso, oltre che un emozionante labirinto letterario. Una cronaca del ventesimo secolo che non ha paura di affrontare i luoghi più raccapriccianti della storia. Un’esperienza difficile da scrollarsi di dosso.

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Marco Crestani
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