Lunedì, 22 Dicembre 2014 00:00

Morte di un amico

Oggi ho saputo della morte di un amico.

Non sapevo se scriverne, ma scrivere è la mia vita; forse sbaglio, ma anche sbagliare è la mia vita.
Nella prima frase ci sono due parole fondamentali nella vita: morte e amico.

In questo momento mi stavo chiedendo se eravamo davvero amici: ci conoscevamo da quarant’anni, avevamo frequentato le scuole medie insieme, ne avevamo combinate tante. Poi la vita a fasi alterne ci aveva fatti incontrare, più spesso ci aveva allontanati. 
Il percorso di una vita non è mai lineare; curve, salite e discese, fuori rotta, soste forzate.

Negli ultimi anni, dopo decenni distanti, ci eravamo ritrovati: era diventato presidente di una associazione che si occupava di minori tossicodipendenti: una grande struttura che ospitava diversi ragazzi con formula residenziale e diurna.

Mi ero così associato, partecipando una volta all’anno all’assemblea dei soci per approvare il bilancio.

Lui era molto impegnato, io sono molto impegnato.

Lui viveva e lavorava in zona Conegliano, io in zona veneziana.
Si usa la parola amico, e come altre parole, forse se ne abusa.

Ci volevamo bene, di un bene ereditato da scorribande preadolescenziali: non so se quel tipo di bene ha una data di scadenza, ma in questo caso credo di no.

Era un bene che tradiva, imbrogliava la prossemica, la consuetudine, l’età.

Certo avevamo ormai interessi molto diversi, pur facendo lavori che appartengono al cosiddetto “sociale” (o terzo settore, o sinonimi vari); ma questo non basta a colmare le distanze, a convergere gli interessi.
E la morte.

Non so se era credente, so però che frequentava con agilità il mondo cattolico e politico, non foss’altro per il fatto che l’associazione era stata fondata dai salesiani.

Non so come la pensava, che idea ne avesse, come immaginasse la morte: mi hanno detto però, che era sereno. Non ne dubito. 
E del resto, mi chiedo: paura di cosa?
 Tutte le religioni comprendono luoghi e concetti postmortem: se uno si affida a una di queste, è tranquillo. 
Se invece non si ha fede, non c’è ragione di averne timore, in quanto da morti, la paura non è altro che una delle tante ridicole manie dei vivi. Semmai è di questi, di noi ancora vivi – qualora avessimo iniziato a concederci alla vita – che è comprensibile una certa apprensione.
 Noi rimaniamo qui, spesso sconcertati, addolorati, dalla fine di una persona cui abbiamo voluto bene, della cui presenza e importanza, ci accorgiamo solo quando è diventata assenza e mancanza.
Ecco, non so se con Paolo eravamo amici, e non so quasi niente della morte: non ho risposte, e forse qualche domanda disordinata.

Quel che so è che adesso, mentre scrivo queste parole, proprio adesso, non dopo, tra un po’, domani, stasera, ieri, tra un anno; no, adesso, qui, sento il peso e la leggerezza, l’inquietudine e la bellezza di un’occasione unica: quella di vivere e di accettare ciò che questo comporta.

(Cristiano Prakash Dorigo)

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