Giovedì, 25 Dicembre 2014 00:00

Incontri (Omaggio a Guccini e Mestre)

È in ritardo, come sempre, unica certezza della sua vita incerta.
Chiude il portoncino con quattro mandate, con un automatismo robotico.
Scende i gradini tre alla volta e correndo la incontra lungo le scale.
La riconosce subito, uguale all’immagine che coltiva nei ricordi, con dieci anni in più, ben distribuiti, nonostante la curva della loro età sia ormai parabola discendente. Sono due bei quarantenni, e quasi nulla gli sembra cambiato in lei.
Subito, l’impatto della sua presenza, nei suoi circuiti neuronali.
Pensa a tutto quello che sa, e sa che tutto quello che pensa non vale niente, appena più di poco, forse nemmeno quel poco e quel niente.
Quello che sa, che pensa, è relativizzato dalla circolazione sanguigna, dal caos delle cellule che corrono qua e là, su e giù, come non avesse più semafori a dirigere il traffico interiore, sempre controllato e pacato.

Vaffanculo pacatezza e controllo.
Il corpo s’impone, frena deciso: inversione a U.
“Sei tu”, dice.
“Sì”, risponde lei.
“Cosa fai qui?” aggiunge d’istinto, pentendosi subito delle parole e del tono con cui ha pronunciato la frase.
“Sono venuta a pagare il terapeuta del secondo piano”, dice lei, guardando il pavimento del pianerottolo con un movimento involontario: un riflesso del suo pudore.
“Ti va un caffè, qui vicino c’è una pasticceria?” chiede lui.
“Sì, certo che sì. Se puoi aspettare cinque minuti” risponde.
L’aspetta fuori, camminando avanti e indietro sotto i portici, in attesa.
Il portone si apre, lei esce.
Vanno senza parlare verso la pasticceria, raggiungendo la saletta interna.
Si siedono, lei sul divanetto e lui sulla sedia; lei appoggia le borse, si toglie il cappotto e lui si accorge di aver notato solo in quel momento com’era vestita e pettinata: aveva guardato solo i suoi occhi azzurro chiaro, riconoscendone la dimensione insondabile, benché trasparente nell’esprimere i suoi stati d’animo.
Sono seduti vicini, le gambe si toccano a tratti, sprigionando piccole cariche elettriche che corrono lungo i loro corpi.
L’eccitazione è un’inesauribile fonte emozionale: ricorda gli elementi chimici pronti a fondersi, a reagire, a trasformarsi in altro da sé.
Ordina lui, d’istinto, senza chiederle conferma.
“Non hai sbagliato: ricordi ancora”, dice lei, sottolineando, senza dirlo, che le sembra sintomatico quell’automatismo.
Non dicono, ma sentono la contrazione del tempo: dieci anni di vite separate, passati e vissuti come tra parentesi.
“Che strano trovarti oggi”, inizia a dire lei, “sono sette mesi che vengo in terapia in questo condominio e non ci siamo mai incrociati”.
“Pensa che ci abito da tre anni e non conosco ancora tutti i vicini”, dice lui.
“Ho iniziato la terapia dopo un periodo buio, in cui non riuscivo a vedere alcuna luce. Quanti figli hai?”, gli chiede.
“Ho due figlie, una di sette e una di tre anni. Se vuoi dopo ti faccio vedere le foto, le ho qui sul cellulare. Mi spiace per il tuo brutto periodo, e spero che la terapia ti aiuti”, dice.
“Scrivi ancora? Pensavo proprio a te quando mi sono detta, senza allegria, che la mia vita sembra un romanzo. Quando ci siamo lasciati, dieci anni fa, era natale: la strada, le bancarelle chiuse, nessuno in giro e uno stupore bianco, come la neve che cadeva pigra quel giorno.
Ti eri allontanato senza dire una parola e non eri più tornato.
E per confermare la teoria delle coincidenze, come in un romanzo scritto male, lui si è ucciso per natale.
Ora io e mia figlia, a natale, ci concediamo le vacanze in paesi che non lo festeggiano, per allontanarci dai ricordi”, fa lei.
Silenzio.
I loro occhi si incontrano, si catturano, fuggono, si ritrovano, rifuggono.
Le loro gambe si sfiorano, e basta un tocco leggero e fugace a scatenare un’energia insostenibile: una massa di ricordi, rimpianti, sentimenti, sensi di colpa, coscienza, fuga, chiarezza, nausea, paura. Silenzio, occhi che roteano e fissano dettagli inutili: scatole di cioccolatini, focaccine, le divise delle banconiere, le scarpe di uno che beve un caffè, la borsa firmata di una ragazza.
Non sono più stati felici, si sono mancati da morire, sono morti e rinati monchi; sono nati per stare insieme e hanno sputato sul loro destino: sono un solo organismo vivente ormai moribondo, sono solo un banale lui e una triste lei.
Sono qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa.
Lui si alza dal tavolino con una fatica di secoli sulle gambe, va verso la cassa con piedi pesanti di piombo, paga con mani arrugginite e tremolanti.
Non capisce cosa dice la cassiera: le orecchie non distinguono suoni: producono solo brusio.
Si volta, lei non c’è più.
Si guarda allo specchio di una vetrinetta, non vede nessuno.
Esce in strada e respira a pieni polmoni, mentre si avvia verso il nulla che ha riempito di parvenza di vita che, in quel momento, si dissolve.
Guarda alla sua destra perché nota solo ora che la sua figura non produce ombra.
“Almeno lei ha sempre avuto il coraggio di vivere, dopo: io solo di fingere”, si ritrova a pensare mentre corre verso l’autobus che riparte, incurante di lui e della sua vita incerta.

(CPD)

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