Venerdì, 09 Gennaio 2015 00:00

Una valanga di fuoco

24-IX-15
Sì, sì; è vero, anche la vittoria stanca, è la vita di guerra che esaurisce. Non scrivo, non lo posso, che con sacrificio di me stesso. Tu non sai che cosa significhi la guerra offensiva in montagna.
Non mi ero spiegato: volevo dire: oggi finalmente posso scrivere, non molto poco, non più di un semplice saluto. Tu che lo puoi, Angela, scrivimi, ho bisogno di te. Peppino

Capitano GIUSEPPE MIRTO
11° Reggimento Bersaglieri 39° battaglione
Divisione speciale B Seconda Armata
Cartolina in franchigia spedita il 24 Settembre 1915 dalle posizioni dell'Alto Isonzo.
(coll. Gabriele Molo)


Isonzofront 1124È una notte piena di incertezze, di inquietudini e di sospiri. Siamo di rincalzo sull’alto Isonzo in stato d'allerta, con i fucili spianati e la testa appena sotto il bordo della trincea.
Il buio non fa vedere niente intorno. Stiamo lì, ciechi, l’uno di fronte all’altro, come orbati di tutti i sensi.
Rimango seduto in una postazione di ascolto, un piccolo cratere a venti metri di distanza dalla nostra linea. Sento una pallottola che mi sfreccia vicino alla tempia prima ancora di udire il colpo di fucile.
Alle ventitré in punto viene trasmesso dal Comando del Battaglione l'ordine che all'una dovremo muovere all'attacco.
Il battaglione si snoda nel buio silenziosamente, in fila indiana, fra la vegetazione, i buchi delle granate e i sassi, e raggiunge le posizioni assegnate. Le prime squadre trasportano sotto i reticolati tutti i tubi di gelatina che dovranno aprire i varchi. Altre squadre tentano di tagliare i fili spinati con delle pinze da potatori.

All'una i pochi cannoni che devono coprire il nostro attacco aprono il fuoco. Gli austriaci lanciano razzi illuminanti e rispondono ai pochi colpi della batteria italiana con un poderoso bombardamento di grossi e medi calibri diretto da posizioni lontane.
Il nostro obiettivo è la conquista di un fortissimo trincerone a ferro di cavallo difeso da due ordini di reticolati, fra quota 509 e quota 463.
Iniziamo l'avanzata su per le pendici della collina. Ci arrampichiamo su certi cumuli di terra battuta che un tempo dovevano essere stati gradini. Sento sotto di me che la terra è stata coltivata, scavata, divisa, e ha ceduto sotto la mano dell'uomo.

In un attimo è come se una luce grigia nel cielo spegnesse le stelle, superasse ogni barriera, strisciasse dappertutto sotto di noi. Poi un fuoco d'inferno, pallottole che esplodono e colpi di artiglieria incessanti.

Le truppe, in formazioni rade, continuano l'ascesa e il nemico, come da un balcone, spara senza pietà e lancia bombe. Sono centinaia di proiettili che si abbattono sui soldati che avanzano sui sassi e sulla melma o appostati dietro fragili ripari. Molti fucili sono fuori uso; se avremo la fortuna di raggiungere l'obiettivo, dovremo lottare all'arma bianca.

Ci avviciniamo al primo reticolato a prezzo di sacrifici e di perdite ingenti. Il mio plotone ha avuto già due morti e sei feriti. Feriti sono anche il comandante di un plotone e il capitano di una compagnia, che vengono trasportati al posto di medicazione.

Ci fermiamo un paio di ore sulle posizioni raggiunte, ma non c'è un attimo di pace.
Alcuni soldati cadono fulminati mentre cercano di allargare con le pinze i piccoli varchi aperti nel primo reticolato dai tubi di gelatina; uguale sorte tocca a diversi altri, a causa delle mine disseminate tra la bassa vegetazione e i sentieri del bosco. Faccio presente per iscritto al comando di battaglione delle innumerevoli difficoltà e scrivo in modo chiaro che i mezzi a disposizione non sono sufficienti per una proficua avanzata.
Alle cinque circa arriva un fonogramma di risposta del comando di brigata che dice di andare avanti senza indugio nell'attacco e, se necessario, di passare sui reticolati "dopo avervi buttato i cadaveri”.
L'ordine è disumano, ma si deve eseguire, pur sapendo di andare incontro a morte certa.

Riunisco intorno a me tutti gli ufficiali e comunico che eseguiremo il movimento appena verrà lanciato un razzo tricolore dal comando di reggimento.
Sentiamo che il momento è solenne e che probabilmente non ci rivedremo più. Alcuni si stringono la mano, altri si abbracciano.
Penso che dalla vita dobbiamo prendere quello che possiamo.
Penso che ho vissuto tutta la mia vita in una rabbiosa immaturità.

Il duello delle artiglierie continua incessante, nell'aria si vedono i bagliori del fuoco di sbarramento e le granate scoppiano nel bosco con un fragore assordante.
Alle cinque vediamo librarsi in aria il razzo segnalatore. Le truppe balzano in avanti, oltrepassano il primo reticolato e si fermano davanti al secondo. Le perdite, dapprima gravi, diventano impressionanti. Non abbiamo ancora assaltato e diversi ufficiali e soldati sono caduti sotto i proiettili.

Attraversiamo il varco ed entriamo in una zona apparentemente sgombra da ostacoli. Sulla destra del pendio vediamo avanzare i soldati del II Battaglione e allora l'entusiasmo si fa strada nei nostri animi, pur essendo stremati dalle perdite subite e dalla stanchezza. Il comandante del battaglione fa suonare il segnale dell'assalto e al grido di “Savoia” i fanti della Valtellina si slanciano in avanti con forza e arrivano fin quasi al trincerone.

Una valanga di fuoco si rovescia su tutti noi. Arriva una granata e scivolo in basso in cerca di riparo. Mi raggomitolo e premo il viso nel fango, tenendo le braccia sollevate a proteggere la testa.
Per un attimo non so dove mi trovo né chi sono.
Esisto e basta.
Il respiro si ferma, esitante: il confine tra vita e morte pare dipendere dall’indecisione del corpo di  riprendere a inspirare e espirare.
Il cielo vibra come se fosse attraversato dai fulmini.
Mi guardo attorno e vedo vicino decine di soldati caduti, immobili: l’unico movimento consiste nei rigagnoli di sangue scuro, denso, che lentamente abbandona i corpi.

Noi superstiti con la forza della disperazione rinnoviamo l'assalto, riuscendo a mettere piede in un tratto di trincea dove ha luogo una mischia furibonda a colpi di baionetta, fucili e bombe a mano.
Non ci separa che una piccola valletta dall'obiettivo.

L'artiglieria austriaca interviene prontamente e spara sulla posizione contesa. Raffiche di mitragliatrici provengono dai fianchi e dalla cresta della collina, da cui ci divide ancora un folto gruppo di reticolati elettrizzati.
Lo slancio eroico è spezzato. Non ci rimane altro che abbandonare queste pietraie e ripiegare tra il groviglio dei fili spinati, i buchi dalle granate e l'ammasso dei cadaveri.

Raggiungiamo le trincee di mezza costa, sostenuti dal fuoco del III Battaglione, dove attediamo a piè fermo il probabile contrattacco.
Il combattimento è durato più di sette ore e le perdite sono state gravissime.
La collina è cosparsa di cadaveri.
Mi aggrappo agli automatismi del corpo, al suo saper reagire agli eventi, al suo attaccamento alla vita, ai meccanismi di sopravvivenza.
Guardo il cielo e penso alla stupidità, alla cecità, all’incapacità degli uomini di concepire un’esistenza senza conquiste, senza sopraffazioni.
E penso che farò il mio dovere, ubbidirò agli ordini, per rispetto dei soldati morti per una causa così infantile.
E penso che mi batterò, se dovessi sopravvivere, affinché la guerra sia solo un ricordo, un doloroso errore.
E mi ritrovo a sorridere e a piangere e, per un solo istante, ascolto il silenzio delle montagne.

(Cristiano Prakash Dorigo-Marco Crestani)

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