Lunedì, 26 Gennaio 2015 00:00

Il buco che ho nel cuore ha la tua forma

L’esordio letterario di Eleonora Molisani è spiazzante: intriso di una moralità impressionante. Una moralità che si definisce attraverso una specie di legge del contrappasso: ci costringe a immergerci nel mondo rovescio, quello che preferiremmo non conoscere o per lo meno preferiremmo riconoscere come altro, rispetto a quello che sentiamo appartenerci, quello presunto normale, quello dei buoni sentimenti e degli eroi, anche quelli di tutti i giorni, e delle spose fedeli, o delle madri coraggio, dei padri indefessi onesti lavoratori, tutti gente a posto come quella gente estinta che tratteggiano i necrologi, sempre salvifici.
Ma se la cosiddetta normalità, io dico, non è altro che una media, allora ben vengano le storie drammatiche di Eleonora Molisani. Ventuno racconti tesi, da non consigliare ai minori o a quelli che sono configurati per accomodarsi in un universo Disney. E un ventiduesimo gioco di parole, leggero che pare discostarsi dall’atmosfera satura di incomprensione, prevaricazioni, miti positivi che poi si rivelano miti mostruosi: quasi un estremo tentativo di ridimensionare rivelazioni opprimenti e stemperarle nella dimensione astratta delle parole su carta.

Invece le parole restano, la letteratura inquietante de Il buco che ho nel cuore ha la tua forma non è fantasiosa esercitazione, ma rappresentazione del possibile. Ciò che sorprende in ognuno di questi racconti brevi, tratteggiato in una lingua efficace eppure tutt’altro che scarna, è lo scardinamento degli stereotipi: come nel bellissimo La rete ammazza i giovani. L’innocuo tentativo di una madre, per comprendere se il proprio figlio sia gay, si rivela un espediente mortale del destino, complice la rete dei social e i rapporti deformati che ammette la sostanziale inconoscibilità dei partecipanti. Quasi fatale come una tragedia greca.
L’incomprensione pervade Se son rose, sfioriranno. Qui l’assurdo si nutre di frasi non dette. Succede che le persone amate siano costrette a perdersi definitivamente, causa il maledetto carattere individuale che impedisce di dire al momento giusto le poche parole giuste che pure ognuno avrebbe voluto dire e sentirsi dire. Il senso della perdita delle occasioni assume un valore simbolico per celebrare l’incomunicabilità che, malgrado la nostra società così logorroica, nel privato affligge quasi tutti. Eleonora Molisani è implacabile nel Crudelia De-Mom. Qui è protagonista la strumentalizzazione dei bambini, la superficiale analisi di certi psicologi chiamati a far da periti ad un processo di abbandono del tetto coniugale. Questo bellissimo racconto mette a confronto l’innocenza di un bimbo e l’amore ricambiato per la sua mamma con la forza forzata di un diritto per prove, inventate, al fine di far prevalere la posizione di una parte contendente. Con sapiente progressione l’autrice dimostra come un bimbo, suo malgrado, possa diventare inconsapevole strumento dell’accusa, a condanna della madre affettuosa. Qui diviene insopportabile il peso di condannare all’insensibilità affettiva le creature più indifese, doppiamente vittime.
Anche la cronaca, verosimilmente, nutre le storie del libro: dell’ucraina costretta a battere e che continua a illudersi di avere nel suo persecutore un punto fermo di sicurezza per il suo improbabile futuro. O quando la follia omicida si scatena: pretesa di possedere dalla propria donna succube una fedeltà perenne a prescindere, in cui il maschio riconosce alla propria slealtà quasi un diritto naturale, ma non ammette che lei possa comunque abbandonarlo. Il campionario che sottopone Eleonora Molisani è un allert di pericolo, un indizio che costringe a riflettere su sostanza e apparenza.  Un padre padrone, violentatore delle proprie figlie, trova il coraggio di presentarsi accorato alla nota trasmissione di ricerca scomparsi, quando una figlia fugge di casa col suo ragazzo. Questo ottimo microromanzo in meno di tre pagine lascia intuire persino la frettolosa conseguenza che spinge certe esistenze, ancora premature, a prendere il primo tram che passa, non importa dove le condurrà, pur di sfuggire ad una intollerabile situazione personale. In questo caso il tram è la richiesta di un affetto stabile: ”vuoi sposarmi?” chiede ingenuamente a Luca la ragazzina in Dear daddy.
I lettori di questo libro di racconti intraprenderanno un viaggio nell’inferno della quotidianità, dove la morte, il degrado così umani e inarrestabili non vengono ipocritamente assunti come conseguenze naturali: i protagonisti sono sempre ribelli, come ribelle è ad esempio il disabile che pretenderebbe dalla sua donna la manifestazione di una sana realistica compassione, una presa d’atto della sua disabilità con le sue dolorose conseguenze, piuttosto che la stonata e finta accettazione di  una improbabile, diversa normalità.  
In chiusura desidero rivelare un miracolo e deriva indiscutibilmente dall’abilità dell’autrice: malgrado le tematiche, tutti i racconti, così grevi, si leggono con grande piacevolezza. Non si tratta di un ossimoro, ma di capacità descrittiva, ironia sottesa, sdrammatizzazione attraverso qualche pennellata che fa apparire scanzonato e dunque lieve persino il fermo tentativo di un suicidio. Certo alcune chiose possono apparire ad effetto, magari anche non strettamente necessarie, ma l’insieme è considerevole, tanto più che ogni racconto è accompagnato da un appropriato esergo che arricchisce ulteriormente l’inevitabile riflessione.

Roberto Masiero

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