Venerdì, 20 Febbraio 2015 00:00

Pioggia di piombo

Dal fronte 24/1/18
Cara Emiliana
Impossibile che è da Natale che non ricevete mie, vi scrissi l'ultima ai primi dell'anno con auguri, forse sarà andata smarrita. Però posso assicurarvi che la mia salute è sempre ottima, e ne provo piacere nel sentire che la vostra è altrettanto. Se voi sopporterete, noi vinceremo. Questo è il motto. Mai lamentarsi, per voialtri sarebbe un delitto a confronto di noi.
Salutissimi Angelo.

ANGELO BONFANTI
1474ª compagnia mitragliatrici "Fiat"
Cartolina in franchigia spedita il 24 Gennaio 1918 dell'Altopiano di Asiago.

(coll. Gabriele Molo)

Danno l'ordine di avanzare.
Imbracciamo i fucili, ci chiniamo in avanti e seguiamo il rumore, come cani da caccia che annusano la preda.
Loro danno ordini, e noi eseguiamo: signorsì!
Dobbiamo calarci giù per un pendio: siamo avanzati appena, a carponi, e il nemico ci scopre; e allora è una tempesta di piombo, che ci piove addosso.
Immaginate la pioggia, quella forte, quella che non ti dà scampo, come gli acquazzoni estivi; solo che invece di pioggia, qui cadono gocce di piombo calde come il fuoco dell’inferno; e invece dei lampi, ci sono le bocche dei cannoni;  e al posto dei tuoni, il terribile fragore di armi indiavolate.
E noi là, poveri infelici: centinaia di bocche spalancate che gridano: aiuto aiuto, portaferiti, salvatemi; e c’è chi chiama la mamma, chi la sposa, chi il papà, chi Dio; insomma, scene che fanno rabbrividire.
C'è chi muore sul colpo, chi è gravemente ferito; i superstiti sono pochi.
E’ una desolazione di spavento, un’ecatombe che chi non ha provato e visto non può credere, un vero sfacelo, come se il diavolo avesse conquistato il mondo e le anime degli uomini tutti.

E poi io, invece di retrocedere, mi porto più avanti, in modo da sottrarmi al tiro nemico, camminando come fanno i caprioli, pensando che non c’è mica tanto da scherzare.
Trovo una specie di trincea fatta di sacchetti di terra dove di notte si mettono i posti avanzati: è larga circa due o tre metri, e mi ci butto dentro di traverso; a un certo punto però non ne posso più, arso dalla sete che mi brucia il petto; più in alto, dietro me, si sentono ancora i soldati che gridano aiuto, aiuto, portaferiti!
Combattono aggrappandosi con tutte le forze alla vita, contro l’insistente invadenza della morte.
Io per il grande spavento non so più cosa fare; dicevo tra me che qui forse tocca morire e perciò, in un modo o nell'altro, penso di mettere il mio fucile in posizione di sparo: non vorrei diventare uno che non ha opposto resistenza all’assurda situazione in cui mi trovo.
Quasi rido: non mi avrai senza fatica! Mi accorgo di dare del “tu” alla morte, come ci conoscessimo di persona.

Sono cocciuto e forse disonesto; o forse no, ma non sono mai stato tanto disperato. Vorrei addirittura ferirmi a una mano, per poi eclissarmi all’ospedale; ma lo spirito santo non me lo concede, perché se si tratta di spararmi, e per di più a bruciapelo, può subentrare il tetano e così poi mi scoprirebbero, e manderebbero alla fucilazione. E non è solo per questo: non sono un vile; no, sono solo un soldato che a ogni morto visto con questi miei occhi, cede un poco di fiducia all’esasperazione, da cui mi difendo come posso. E quel che posso, in mezzo agli spari, alle urla, al sangue, è poca cosa.
E a proposito di cose dell'altro mondo: dev’essere stato un qualche santo che ho pregato sottovoce, che mi ha protetto, tenendomi la mano sulla testa e comandando lui i miei gesti, impedendomi di prendere la mira e premere il grilletto quando ho puntato il fucile verso la mano inerte.

Sul fare della sera, mentre sono solo, rannicchiato in mezzo ai sassi, in attesa, vengono avanti ancora parecchi superstiti, a cui mi unisco anch’io. E’ proprio il mio reparto, ed è bello rivederli. Avanziamo di nuovo e il mio tenente, che si chiama Dipalma, mi ha promesso una decorazione al valore militare, perché mi sono portato avanti prima di loro, i sopravvissuti, e perciò mi vuole premiare.
Fatto sta che circa pochi minuti dopo il nemico ci scopre di nuovo: è là, poco distante, e cominciano a sparare col loro tapum,
Viene ferito proprio il tenente, a tutte e due le gambe, e nel frattempo viene ucciso un soldato: gli hanno centrato il cuore, e non ha detto più né Gesù né Maria; il tenente lo portano via i portaferiti e poi ho saputo, più tardi, che gli è stata conferita la medaglia d’argento.
Perciò al posto mio, l‘ha presa lui.
Comunque quella sera, al chiaro della luna, arriviamo in una contrada abbandonata ai piedi della quota dove c'è la trincea.
Ce ne stiamo tutti zitti: non si deve fiatare e si sente appena il tapum e qualche colpo di canone.
Dobbiamo fare sosta tutta la notte, così ci dicono.
Un aereo ronza sopra di noi e lo strepitare dei fucili si fa sempre più vicino. Osservo il fumo levarsi da tutti noi che stiamo bruciando dentro, è un fuoco che cova piano e mi fa trattenere il respiro.
Penso che non m’importa niente della medaglia e che finora non mi hanno colpito come tanti altri e non sono stato ferito alle gambe come al tenente Dipalma.
M’importa soltanto dello sguardo che ci scambiamo tra noi, di vedere dietro a quegli occhi la vita, di sentire il respiro e di vedere il fumo che esce dalle bocche e dal naso, che certifica la vita, che allontana la morte, che è più importante di qualunque medaglia.

(Cristiano Prakash Dorigo-Marco Crestani)

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