Giovedì, 30 Aprile 2015 14:25

L’ultima scena (in tredici brevi atti)

1

È passato del tempo, tanto, troppo, mai abbastanza.

Ricordo ogni particolare, anche i dettagli più stupidi, insignificanti, minimali.

Era settembre, New York fremeva di incantesimi vitali, e sembrava pronta ad abbracciarti.

E noi la lasciavamo fare, ricambiandola.
La giornata iniziava con la luce del mattino che entrava sfacciata dalle finestre, appoggiandosi sui miei occhi stanchi, dopo una notte tormentata. Non capivo il tormento; non ce n’era ragione: eppure c’era, sfidando la logica.

Ero in compagnia della felicità, che dormiva beata accanto a me, con la sua schiena nuda, dopo avermi regalato un’altra giornata di gioia.

Eravamo arrivati da due giorni e forse subivo ancora il fuso orario.

Ad esempio per assurdo ricordo la colazione di quella mattina e quello che ci siamo detti.
Nella sala dell'hotel dove c'era il buffet self-service, ci eravamo riservati un tavolo strategico, da cui servirci senza farci troppo notare.

Avevo insistito io per sederci là, con l’ombra del provinciale che si muove con circospezione.
Dopo il secondo giorno, a dire il vero, avevo capito che non serviva, che eravamo tra quelli che mangiavano meno, e che gli americani non giudicano un diritto: se la prenotazione prevedeva “breakfast”, si pagava l'opzione, e si era padroni di fare ciò che si voleva senza dover patire il sentimento dei furbi.
Quella mattina ridevamo perché c'era un tipo che aveva il parrucchino, e di fianco, il suo fidanzato aveva i capelli lunghi fino alla piega delle ginocchia.
Dopo colazione siamo risaliti in camera. La scena nella mia testa è cinematografica.

Lei esce dalla doccia, un asciugamano legato sotto le ascelle e uno in testa. La guardo e lei capisce subito.

Con l'indice fa segno di no.

La guardo implorante, scherzoso.
- “no che poi mia sorella mi guarda e capisce subito. E io voglio che prima ti conosca: non voglio lasciarle troppo spazio di immaginare ciò che vuole. Lei è la sorella maggiore e ha sempre detto la sua. Stavolta voglio che ti veda, che vi parliate, che tu la faccia ridere come fai ridere me, e poi tutto quello che vuoi…" Nel finire la frase compie con la mano il gesto goffo della tigre che graffia l’aria, come in un film di Alvaro Vitali.
“Va bene, vorrà dire che se i due fidanzati mi invitano... Poi non lamentartene...” Avevamo riso insieme con un'armonia complice.
Amavo farla ridere, vedere il bianco dei denti, gli occhi che luccicavano, che finivano sempre col lacrimare, il corpo che si scuoteva un poco.
Scusa se mi interrompo, ma ricordare il suo sorriso è più di una fitta; è un male fisico, una forza contorcente.
Prima che uscisse ci siamo baciati.

Un bacio innamorato è un piccolo evento, o magari una cosa da niente.

Nessuno però ne parla mai, forse perché contiene un'intimità che non ha il suono delle parole, l'estetica del racconto.

Ma quel bacio, quella tenerezza, quell'intesa.

La sua bocca profumava di acqua di mare.

Era morbida, era vorticosa, era abissale, era totale.
Lei è uscita, ma prima mi aveva scritto tutte le istruzioni coi nomi delle stazioni, mi aveva ricordato di comprare i biglietti della metro, di non dimenticare portafogli e telefono, di non guardare le altre ragazze.

Eravamo teneri e stupidi, volutamente, come lo sono tutte le coppie innamorate, che sono uniche, che sono tutte uguali.
Era uscita abbandonandosi a un ultimo gesto slanciato, naturale, come possedesse la naturalezza e l'agilità, e le contenesse nel corpo e nell'istinto.

La vedo ancora in presa diretta - macchina in piano sequenza, senza mai staccare, da inizio a fine scena -.

Appena curva sul mobile accanto alla porta, il piede destro sulla punta, il braccio che comanda il movimento della mano - una mano bellissima, affusolata, dita lunghe - che attacca il post-it sulla porta.
Uscendo mi guarda un secondo appena, sorride, chiude la porta dietro sé.
La scena finisce.
È l’ultima scena.

2

Il foglietto con le istruzioni prevedeva qualche fermata di metropolitana. Ma a me piace guardare la città dalla strada; la metro la prenderò magari al ritorno con lei, pensavo.

Volevo vedere le facce di questa città che contiene tutte le razze del mondo, volevo che mi costassero fatica, che mi costringessero all’incontro col miscuglio di umanità e alla digestione di così tanta roba.
Volevo impararla, memorizzarla, riuscire a raccontarla.

Mi sono preparato, vestito come mi aveva consigliato lei per impressionare la sorella, senza insospettirla: “vola basso ma mai rasoterra”, mi aveva detto. “Non fare citazioni, ma se si tira fuori l’argomento libri, non risparmiarti; non nominare le parole “economia” o “finanza”: ricordati che lei lavora al centro del centro finanziario mondiale che deve sopportare degli stronzi superintelligenti dieci ora al giorno quando le va bene che deve fare due ore di viaggio tra andata e ritorno e che non ne può più di sentire parlare in modo generico di un mondo che combatte ogni minuto una guerra per il destino dello stesso con gente che conosce solo la verità per averla letta nei libri o sentita in tivù o vista nei film e non ha la più pallida idea di cosa sia la ferocia dei potenti che governano i nostri destini”.
L’aveva pronunciata tutta senza prendere fiato, senza punteggiatura, ripetendo forse quello che la sorella le aveva detto dei rammolliti alternativi che le aveva presentato prima di me.
E siccome con me voleva andare fino in fondo, voleva fermarsi e concedersi il sogno, la realizzazione di un sospetto - non il principe azzurro, ma un più concreto amore da amare-, la concreta libertà di un legame vero, il consenso della sorella era l’ultimo prerequisito per iniziare un progetto complesso e naturale: la sua nuova famiglia, l’adultità, la scommessa fatta, vinta e incassata; che tutta la fatica che aveva fatto, tutte le energie che aveva investito, erano state riconosciute e premiate.
Il solo pensiero, se fosse stato solo a livello di pensiero, mi avrebbe pesato talmente tanto che me ne sarei scappato; ma invece tutto questo, era lei; la sua intelligenza, la sua bocca, il suo culo, le sue mani, il suo sorriso.

3

L’avevo conosciuta dopo averla vista un giorno a Venezia.

L’avevo notata subito, e me ne ero subito, un poco, innamorato.
Una bionda coi capelli che non arrivavano alle spalle, che lasciavano il collo scoperto a metà. Il collo che avrei voluto baciare subito, in quell’istante.
Eravamo in un bar all’aperto; io aspettavo un amico scrittore, lei era con un amico, uno che stava facendo un dottorato alla facoltà di chimica: un chimico, diceva lei, destinato a fallire professionalmente, visto che la chimica stava scomparendo da Venezia: Marghera è una tomba futuribile, un morto, come una palla in discesa, che sta rotolando verso la scomparsa definitiva in una discarica, aggiungeva.

Ricordo il suo sorriso che evidenziava i denti, che sembravano meno bianchi di quanto siano in realtà a causa del pallore della pelle: un pallore che ho amato subito.

C’era vento, vedo ancora la grazia del gesto di mettersi il cardigan leggero a coprire spalle e braccia, colpite dalle brevi raffiche di una parentesi d’estate stranamente fresca, che aveva preceduto l’afa che l’avrebbe stretta pochi giorni dopo.

Lei parlava, sorrideva, rideva, e io la guardavo a tratti, distraendo lo sguardo dagli occhi dell’amico scrittore, che mi stava dicendo che Hemingway secondo il suo parere era uno sopravvalutato.

E io rispondevo che sì, forse aveva ragione; e poi aggiungevo che avrei voluto leggere un romanzo in cui Kundera mi raccontasse di quella bionda che conteneva un’interiorità misteriosa e radiosa; un racconto che avrei letto, imparato a memoria, decantato ad alta voce come una poesia.
Ad un tratto il cardigan era volato via; il suo amico si era subito alzato per recuperarlo, ma aveva trovato me, già pronto a consegnare il maglioncino in cotone morbido e leggero nelle mani di quella donna che mi aveva ringraziato, guardato con gli occhi sorridenti, a cui avevo sorriso ma non troppo perché, al solito, mi vergognavo di mostrare alle donne che mi piacciono, che mi piacciono.
Poi avevamo ricominciato a parlare di libri con l’amico scrittore, concordando su alcuni punti, discordando su altri.

Ma non era importante; l’unica cosa che contava era potersi concedere alla bellezza, all’intimità, alla sensazione che l’amicizia concede riposo e verità, anche se non pronunciate da parole, ma da quello che si sente, che non si verbalizza per non sprecarlo. E lui aveva visto e capito, e aveva accettato il mio ascolto a tratti distratto.
Non sempre si può essere al centro dell’attenzione, ma non sempre si è in grado di accettarlo.

4

Ci eravamo poi ritrovati durante una manifestazione in cui io leggevo un pezzo davvero brutto di un altro autore, cui avevo aderito per far sì che il mio nome diventasse un’abitudine a cui non rinunciare, in quell’ambiente abitudinario e conservativo e settario.
“Ci siamo già visti da qualche parte?” aveva chiesto lei.

"Non solo visti: ti avevo proprio guardata per almeno un’ora", rispondevo, lasciando uscire parole dalla mia bocca che non avevo ordinato al mio cervello di pronunciare.

Lei aveva sorriso, mi aveva dato la mano per presentarsi: “mi chiamo Samantha con la th finale, aveva detto”.
“Samantha? io Eugenio: piacere!”.

Le avevo baciato la mano e avevo visto stendersi sul suo braccio la pelle d'oca; la stessa cosa che mi aveva scosso dentro, come se il solo toccarla fosse un esperimento chimico che sprigionava un'energia cui potevamo assistere, senza sottrarcene.

Era arrossita un poco e subito aveva aggiunto: non mi chiamo Samantha, ma più banalmente Teresa, aveva aggiunto, senza lasciarmi la mano.
È qualcosa che non dipende da noi, scegliersi: è il destino, dio, le leggi di sopravvivenza della specie, la storia già scritta.

Quando accade, lo si sente; si sa che è così, che così dev'essere, e che la verità ha una sua natura semplice, benché si manifesti raramente.
E allora bisogna subito acchiapparla, lasciarsi penetrare, nutrirsene.

E così abbiamo iniziato ad amarci subito, perché avevamo sentito entrambi la stessa “cosa”.

5

Ero uscito e il rumore di New York mi aveva invaso. Le auto, coi loro aggeggi brutali, i tubi di scappamento, i clacson, le urla, le sirene, il giallo dei taxi; non si accorgevano che tutto questo congiurava contro la loro salute di cittadini di una città mostruosa, la cui mostruosità, in effetti, costituiva, assieme alla sua vitalità, un fascino unico.
Ogni città ha dei segreti stratificati: certe città americane, contrariamente a certe altre europee, non li nascondono; te li mostrano in modo trasparente. New York contiene il meglio e il peggio che un ambiente urbano possa offrire, e non si vergogna per questo: afferra ciò che puoi ma attento: se cadi ti fai male; e se cadi, e lo vuoi, c’è sempre il modo di rialzarsi e ricominciare.
Cadere, crollare, confliggere, conoscere, costruire, castrare, ricominciare.
Avevo praticamente assorbito tutta quell’energia subitaneamente, e mi ero dimenticato di quanto avevo pensato pochi minuti prima. In strada si percepiva un qualcosa difficile da spiegare: facevamo tutti parte di un progetto segreto, di cui nessuno conosceva dimensione, scopo, obiettivo, ma che era decisivo per le sorti della città, e per i suoi abitanti.
Una metropoli in cui ci si può sentire terribilmente soli, ma mai isolati; una città che lascia decidere a te il tuo destino, te ne offre la possibilità, te ne chiede la responsabilità, ti presenta infine il conto.
Camminavo immerso in questi pensieri, di cui mi vergognavo un po’ per la loro ordinarietà, ma che non riuscivo a evitare.

Al contempo sentivo scorrere dentro me la grazia del privilegio di aver incontrato una delle donne più notevoli al mondo, che amavo e che mi amava, in modo talmente naturale, e perciò perfetto, da non sembrare vero, pur nel- l’evidenza della realtà, che testimoniava il contrario.
Avevo messo la mano nella tasca dello zaino dopo averlo tirato giù dalle spalle, aperto la cerniera, tirato fuori il cellulare quando ho sentito un rumore lontano, un boato indistinguibile, eppure di una qualità speciale di straordinarietà. Un BOATO la cui resa onomatopeica avrebbe bisogno di lettere MAIUSCOLE: un misto tra un ruggito ROARR, e uno scoppio BUMM. Avevo guardato il cellulare, quando un ragazzo mi aveva urtato, facendomelo cadere a terra: correva, scappava, non mi aveva nemmeno guardato. Raccogliendolo da terra, e successivamente alzando lo sguardo, avevo notato la fumata nera che si alzava decisa nel cielo.

6

Ci avevo impiegato qualche secondo a collegare il rumore, il fumo, il ragazzo; avevo messo a fuoco lo sguardo e avevo visto: il fumo veniva dalla torre di fronte a quella dove lavorava Giulietta, la sorella di Teresa.

A quel punto, in quel preciso istante, ego, hic et nunc, in quella città estranea a me, che non conoscevo, di cui sapevo più quello che si dice che quello che è, ho sentito che una morsa tenera mi legava agli altri, a quel ragazzo che mi aveva urtato ed era scappato, a Giulietta, a Teresa, ai suoi colleghi, a tutto il grattacielo, a tutta la città, a tutto il mondo, al cosmo, all'universo, all'infinito, alla concreta e spessa valenza del male; il male che mi faceva quell’immagine, quel rumore, quei pensieri d’amore e morte. Il tempo era durato più del solito, come sempre, come tutto il tempo, in cui il dolore è padrone e costringe il resto all’esilio.
L’ufficio di Giulietta  era al non so quale piano: qualche decina e rotti.

Vedevo il retro del grattacielo rispetto a dove c’era l’aereo, il fumo che usciva da dietro. Cercavo di calcolare l’altezza in cui l’aereo, di cui vedevo un pezzo minimo spuntare da non capivo bene dove, si era conficcato; volevo capire se poteva essere l’altezza dell’ufficio, se potessero essere proprio lì, le due sorelle più importanti della mia personale storia d’uomo. Non so a che distanza ero dal posto; non sapevo esattamente niente: non ero in grado di razionalizzare alcunché. L’unica cosa che so per certo è che correvo, e forte, come mai, come avevo visto fare solo nei film, verso la direttrice visibile della mia probabile tragedia.

Mentre correvo, la gente era inebetita, immobile con lo sguardo rivolto alle torri, oppure correva disorientata verso un altrove che fosse distante da lì.

7

La prima volta che avevo fatto l’amore con Teresa, era stato un evento.

Avevo avuto già diverse relazioni, numerosi incontri occasionali, talvolta dal punto di vista dell’immaginario erotico maschile, più eccitanti.

Ricordo una ragazza che aveva voluto farsi scopare in piedi, nascosti dietro la colonna di una chiesa veneziana, eccitata all’idea di essere lì a Venezia, di poter raccontare qualcosa alle amiche americane, ma soprattutto di poter essere intravista casualmente da qualcuno: un passante, oppure un prete, o chissà chi. Ansimava in modo eclatante, e sembrava godersela davvero, benché al contempo la sentivo lontana; o forse lo ero io.

Con Teresa invece non era una questione di tecnica, di bravura, di eccitazione: con lei era semplice, era spensierato, e totalizzante. Erano incursioni in zone temporalmente e spazialmente sconosciute. Un distacco dalla dimensione terrena, dove il controllo, la mente, l’abitudine, perdevano il loro senso e significato.

Sembrava fosse normale, pur essendo, in modo evidente, straordinario.

8

Mentre correvo verso le torri, mi era venuto il dubbio che avessi sbagliato, e che non fosse quella, la torre: che fosse l’altra, che fosse stata l’agitazione, la paura, a indurmi a pensarlo. Mentre correvo senza sosta, pensavo che aver pensato all’amore mentre mi sentivo in guerra, era una sorta di aggiustamento biologico per pareggiare i conti.
La scena nel frattempo aveva assunto la forma di una paradossale concretizzazione dell’impossibile. Un aereo di linea che si va a conficcare in uno dei grattacieli più conosciuti del mondo; a raccontarla, nessuno ci crederebbe.

Il tempo era incontenibile, non si poteva calcolare; frammenti accelerati si alternavano ad altri di immobilità.
Correndo avevo iniziato a sudare, mi ero tolto lo zaino dalle spalle, tolto la felpa, messo all’interno dello zaino, riposto questo sulle spalle, il sudore che si attaccava alla schiena.

Correvo mentre accanto a me, i suoni, le espressioni, i movimenti, erano preda di quegli stessi sbalzi temporali che io stesso percepivo.
I movimenti erano lenti, sincopati; oppure all’improvviso acceleravano in modo incontrollato: un consumo d’energia fuori misura, verticale, stroncante.

Ma io dovevo correre, e correvo.
Ad un certo punto si sente il suono prorompente di un aereo.

Mille sirene ovunque non riuscivano a coprirlo.

Poi un boato.

Vetri fughe di gas incendi sirene urla fumo grigio bianco nero frammenti volteggianti pianti disperazione cemento imprecazioni cantilene catatoniche immobilità frenesia caducità limite.
Un tempo di simultaneità.

La descrizione di un tempo senza grammatica possibile e onnicontenente e esatto e sbagliato.

La testa agisce da sé, dirige lo sguardo verso l’alto, guidato dall’istinto, e gli occhi vedono e registrano.

L’aereo arriva, curva un poco a sinistra, s’infila dentro l’atra torre, deflagra. La mente paralizza tutto, fuorché le gambe, che continuano a correre, in accordo coi muscoli involontari, e invade ogni cellula, uccidendo ogni speranza, ogni felicità futuribile, ogni prospettiva, ogni colore che non sia il nero.

A quel punto il panico è la precondizione necessaria alla sopravvivenza, al non soccombere a se stessi, alla reazione.

Guardo le torri gemelle, immagino le due sorelle quasi identiche, gemelle: la mia mente gioca con le parole, costruisce arzigogoli, avanza similitudini: sta evidentemente preparandosi ad affrontare la bestia del dolore feroce.

9

Ricordo la prima volta che siamo stati insieme.

Il pudore pareva un orpello inutile, l’intimità era arrivata prima e ci aveva accolti con semplicità, come ospiti amici con cui è bello stare insieme. Il suo corpo ed il mio avevano perso peso e consistenza, e si fondevano senza fatica.
Il letto su cui eravamo stesi roteava vigorosamente, il tempo aveva cessato il suo avanzare e lo spazio era confuso nei suoi normali confini, alle nostre misure. Eravamo talmente giovani ed elastici, e anche vecchi in confidenza, che la dolcezza e la foga e il vigore e la debolezza faticavano a frapporsi in quegli abbracci in cui, materia e nulla, compenetravano ogni atomo.
Eravamo consapevoli di essere venuti a contatto con l’assoluto, con un genere di esperienza sovrumana.

10

La città era diventata un sospiro, una sospensione temporale.

Due aerei che si infilano in due enormi grattacieli sono un evento inimmaginabile.

Ogni fantasia appariva ridicola, ogni pensiero impensabile, ogni speranza disperata.

Ero in una specie di guerra inutile e improvvisa, in un’angoscia senza preavviso, e ne ero invaso.

Tutto vibrava, un fragore sotterraneo borbottava, un calore insopportabile si spargeva su ogni cosa.

Il senso di tutto ciò non poteva esistere.
C’è stato un momento in cui tutto si è fermato.

A vederlo da fuori, lo si può immaginare così: sei al cinema e nel bel mezzo di una scena, la pellicola si blocca. La dinamicità della trama, il coinvolgimento emotivo, la sequenza logica si fermano a loro volta. La percezione del tempo svanisce e perde significato.

All’improvviso però la scena riprende.

11

Non lo so, non so più niente.

Vedo soltanto.

E sento.

E percepisco e incamero.

In un dato momento, il momento ics, viene giù tutto. Il crollo a vederlo sembra  logico.
L’aria si satura di un fragore totale.

Si alza una massa enorme, che continua a gonfiarsi e crescere fino a coprire la città, il mondo, l’universo.

Presto ne siamo tutti ricoperti, non si può parlare, respirare.
Il mio paradiso terrestre si ricopre di detriti, di polvere, terrore, stupore, dolore, rabbia, spossatezza.

Mi sforzo di ricordare il suo volto, il corpo, gli occhi, gli zigomi, le labbra, la schiena, ma non vedo niente, solo buio polveroso, anche sui ricordi.

Mi pare invece di sentire l’odore del suo alito quando mi parlava la notte e mi raccontava di quando era bambina, dei giochi che faceva, delle fantasie che aveva, di cui facevo già parte, anche se non mi conosceva, ma mi sapeva già vivo e presente nella sua carne virginale e innocente.

12

Non so come, non so perché, mentre correvo, chiudevo gli occhi, abbassavo la testa e mi lanciavo a più non posso contro un immenso camion dei pompieri.

L’impatto è stato devastante, ma non sentivo niente.
Il sangue mi aveva riempito la faccia; ne sentivo l’odore attraverso le narici, e il gusto, mentre mi colava verso il collo. L’odore e il gusto sapevano di rosso, di infinite variazioni di tono di quel colore, avevo pensato prima di crollare a terra.
Quando mi sono svegliato, circondato da facce serie, affidabili, traboccanti di pietas e comprehensio gratuite, come se l’aver partecipato tutti insieme a una catastrofe collettiva potesse, se non condividerlo, ammansire il dolore di ciascuno, affidandolo ad un dolore più grande: una sorta di fossa comune, collettiva, in cui seppellire e commemorare il proprio lutto.
Ho chiuso gli occhi arreso, e ho pianto.
La sua esistenza non è mai finita.

13


Al suo funerale ho pronunciato queste parole:

“Io non credo in Dio, e ho grossi dubbi per quanto concerne la fede.

Credo e conosco la meraviglia dell’esistenza e oggi sono qui per testimoniare anche la conoscenza dell’eternità.

Teresa mi ha regalato la fede nella vita, la fiducia, mi ha convinto che esiste la possibilità di incontrare la magia, la totalità, la trascendenza carnale, la felicità eterna di un istante.

Auguro a tutti noi di poter incontrare ancora una persona come lei, che è unica e insostituibile, ma come ci insegna la scienza, se un fenomeno accade una volta, è per definizione ripetibile.

Io sono stato fortunato, anche se non potrò mai più essere felice.

Vi voglio raccontare brevemente questo episodio: eravamo a Parigi e passeggiavamo per il lungosènna.
Ad un certo punto, mentre camminavamo, ci siamo fermati: eravamo circondati da una fiumana di gente, e come accade spesso anche a Venezia, c’era un brusio multilingue che ci circondava. Ci tenevamo le mani e sentivamo le stesse “cose” (come altro definire quell’insieme di tutto, che ha una sostanza e un peso, e che al tempo stesso non è visibile ed è impalpabile? ).

C’è stato un istante in cui siamo stati totalmente investiti da una forza immane, di fusione e comprensione, quasi insopportabile. È difficile da spiegare a parole poiché si tratta di sensazioni, e la sua essenza, non prevede l’uso del linguaggio. Eravamo al contempo frammentati e solidi, particelle atomiche e un tutt’uno con le persone, il brusio, l’aria, il cielo, il fiume, le pietre, le stelle.

E tutto ciò, era contenuto in una sorta di amore universale, globale, che non prevede giudizio, commento, pensiero, ma solo abbandono.
In questo momento di commozione sento di amare tutti voi, di provare un sentimento autentico di compassione, e non chiedo altro che questa sensazione, che ormai è certezza, la possiate percepire anche voi: l’eternità esiste, e può essere solo qui, ora.
Teresa mi ha concesso la grazia di credere in me e in questo. E anche che tutto ciò, e cioè io e questo, in realtà non esiste, in quanto la realtà è un’illusoria costruzione mentale.

Esiste solo un flusso energetico, che è, e che è amore.
Grazie"

(Cristiano Prakash Dorigo)

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