Domenica, 03 Maggio 2015 10:47

Diario di un Insegnante d’Italiano ai Tropici (Eleven)

Storia di Ruth

Swinemunde, Germania, 1934. Il signor Hagen, padre della mia amica Ruth, ha un negozio di tessuti e in una mattina piovosa riceve un’insolita visita. Un signore elegante con un cappello di feltro viene a commissionargli un lavoro importante: confezionare uniformi naziste. Purtroppo il signor Hagen deve rifiutare. ”Perché mai?” si stupisce il signore dal cappello di feltro (poiché  l’affare è indubitabilmente buono). Il signor Hagen ha paura, ma mentire può essere ancora più rischioso che dir la verità: “Vede, il mio cognome è Hagen… ma mi chiamo Israel”. Viene arrestato, e rilasciato solo perché accetta di vendere il negozio a un decimo del suo valore. Gli viene inoltre imposto di lasciare la città.
Israel Hagen, con moglie e tre bimbi piccoli, si trasferisce a Stettin. Viene nuovamente arrestato in quanto Ebreo nel 1935. Al momento del rilascio, un poliziotto gli sussurra all’orecchio: “Deve scappare. Dovete scappare tutti voi Ebrei! Noi sappiamo cosa sta succedendo”. Lo sanno, i poliziotti, o lo intuiscono, origliando alle riunioni dei superiori. Israel guarda negli occhi l’uomo e decide che non è il caso di sottovalutare il consiglio, contrariamente alla maggior parte degli Ebrei similmente allertati. Anche i famigliari del padre di Ruth reagiscono con accondiscendenza alla sua preoccupazione: “Suvvia, siamo sopravvissuti ai Pogrom, che c’è di nuovo? Anche questa passerà!” Così Israel, la moglie e i tre figli partono. Saranno gli unici della famiglia a salvarsi.


Vanno a Merano. Israel lavora in un negozio di scarpe e la piccola Ruth, nata nel ’28, impara subito l’Italiano. A 87 anni del resto lo parla ancora perfettamente, senza sbagliare un congiuntivo, così come parla Inglese, Francese, Tedesco e Yiddish (la lingua degli Ebrei dell’est). Guardo la mia amica Ruth in questo ristorantino provenzale sulla Federal, a mezzo miglio dall’oceano, la guardo mentre le verso il vino rosso e lei parla con la locandiera bionda. Ci conosciamo da diverso tempo io e Ruth (frequenta diversi corsi e non si perde una conferenza) e ci separano più di quarant’anni: ma lei ne dimostra almeno venti di meno e a nessuno verrebbe da considerarla, col tipico paternalismo nei confronti degli anziani, “una vecchietta”. Piccola, scattante, fresca come una rosa e tagliente come un coltello: non è una donna facile, Ruth, “opinionated,” come dicono gli Americani, coltissima e talora sprezzante. La sua lingua può esser affilata, ma gioiosa la sua risata e inestinguibile la sua sete di sapere. E poi quegli occhi. Ha occhi bellissimi, straordinari, di un verde acceso, infuocato, come uno smeraldo perduto. Guardo Ruth mentre mi verso il vino e lei mi racconta.  
Nel ’37 si spostano a Milano: “Ricordo la scuola ebraica, il maestro che mi bacchettava sulle mani con un un righello perché parlavo troppo”. Si trovano bene in Italia, le persone sono gentili, ma un giorno il padre la prende da parte e le dice: “Andiamo via. Ma non puoi dirlo a nessuno”. Erano uscite le leggi razziali. Nel marzo del ’39, con l’aiuto di un contrabbandiere, attraversano le Alpi nella notte. Si fermano in una baita, vengono accolti da alcuni alpini che li rifocillano. “È per questo che amo gli Italiani. Perché, da quand’ero bambina in poi, ogni volta che mi sono girata gli Italiani ci hanno aiutati”. Gli Italiani non erano antisemiti? “No, non lo erano. Sicuramente no. Durante la guerra gli Ebrei italiani rimanevano a casa. Gli Ebrei stranieri si nascondevano nei piccoli villaggi, altri si nascondevano in montagna e venivano aiutati dai contadini”.
La polizia francese li ferma alla frontiera. Dan loro il permesso di vivere in Francia e impongono la residenza a Lione. Sei mesi dopo comincia la guerra. “Ricordo i bombardamenti d’inverno, a scuola ci davano le maschere antigas.  E ricordo le notti in cantina mentre fuori cadevano le bombe. Nel giugno del ’40 i Tedeschi entrarono a Parigi e noi scappammo verso la Spagna”. Ma si fermano a Tolone, dove passano l’estate. Ma, le chiedo, ti rendevi conto? “Sì, vivevo con la paura. Per questo ho rimosso quasi tutto. Per questo quando ancora oggi, a 87 anni, vedo un poliziotto – sono assalita dalla paura”. Perché vi siete fermate a Tolosa, e perché siete tornati a Lione nel ’41? “Non lo so. Dopo la guerra avrei voluto chiedere molte cose ai miei genitori, ma allo stesso tempo volevo dimenticare, o non avevo il coraggio, o – più di tutto – non volevo sapere. E infatti non si parlava mai di quello che era successo”. Ora invece Ruth parla, e gli occhi verdissimi le brillano di una rabbia non sopita. “Sono arrabbiata anche con gli Americani. I profughi polacchi avevano messo al corrente Roosevelt di quello che succedeva, ma lui non ha fatto niente. Se il governo americano avesse bombardato le linee ferroviarie, i treni non sarebbero potuti partire per bruciare gli Ebrei”.

1941: “Il capo del governo francese Petain collaborò coi Tedeschi sin dal primo giorno. La polizia picchiava alle porte per chiedere i documenti. Nel luglio del ’42 dodicimila Ebrei vennero raccolti nel Velodrome di Parigi e spediti in Germania coi treni francesi”. Dall’inverno del ’41 Ruth non va più a scuola, si nascondono fino all’autunno del ’42. Un altro contrabbandiere li aiuta attraverso le Alpi e vanno in Svizzera, ma senza il padre, che resta nascosto in Francia perché gli Svizzeri lo avrebbero rispedito in Francia. La madre, Ruth, il fratello e la sorella vengono subito internati in uno stadio: “Dormivamo negli spogliatoi sulla paglia, faceva un freddo terribile. Poi ci trasferirono in un campo d’internamento nella Svizzera tedesca: ricordo ancora quel freddo pazzesco e gli uomini col fucile che ci guardavano”.

Al terzo tentativo, il padre di Ruth riesce ad arrivare in Svizzera. Lo internano, non riesce a vedere moglie e figli, ma la madre di Ruth viene a sapere che ce l’ha fatta. La famiglia viene frammentata: “Io e mia sorella venimmo inseriti in una famiglia svizzera. Non so se per carità o per soldi. Una coppia anziana di protestanti: ci nutrirono, ci vestirono, ci mandarono a scuola. È l’unico buon ricordo che ho della Svizzera. Durò tre mesi, poi venni spedita in un campo d’internamento per bambini, mia sorella in un’altra famiglia, mio fratello in un campo maschile”. Le chiedo cosa faceva nel campo: “Pulivo, lavavo, lavoravo. Avevo 14 anni e avevo questa perenne sensazione d’essere sempre fuori, indesiderata, odiata perché  Ebrea, da quando stavo in Germania lo sentivo, da sempre”. E ora che ne hai 87, Ruth, ti senti ancora odiata in quanto Ebrea? Sorride, un luccichio furbo negli occhi. “Non penso che il mondo mi voglia bene”.

Continua ad essere trasferita di campo in famiglia, di famiglia in campo. Non sa da cosa dipendono questi trasferimenti, le dicono di fare le valigie e lei obbedisce. Grazie alla corrispondenza, la famiglia frammentata non perde i contatti. Ruth ricorda un episodio: si trova con la seconda famiglia svizzera, ma non son gentili come la coppia di anziani protestanti: “Una vedova cattiva con tre figli. Mi trattavano come una serva, preparavo la colazione ma non mi era consentito condividerla con loro, solo un tè. Un giorno scappai, trovai un telefono pubblico, scoppiai a piangere con una centralinista:  sono una bambina e voglio parlare con mio padre, ma non ho soldi! La centralinista mi tranquillizzò, fu capace di rintracciare mio padre che ottenne un permesso di due giorni, mi raggiunse, riuscì a farmi trasferire”.

Ruth resta in Svizzera fino alla fine della guerra, siamo nel ’45 e ha quasi 17 anni. “La guerra era finita, mio padre attraversò la frontiera illegalmente per tornare in Francia, perché gli Svizzeri non volevano i rifugiati e non c’era lavoro per loro perché non avevano la residenza. Gli Svizzeri inoltre avevano requisito il denaro agli Ebrei: quando mio padre chiese che gli restituissero i suoi soldi, rifiutarono: doveva pagare il suo soggiorno svizzero”.

La famiglia finalmente si ritrova alla stazione ferroviaria di Lione. Il padre nella notte aspetta che arrivino uno a uno i figli e la moglie, ciascuno proveniente da un luogo diverso. Arrivano treni carichi di bambini, e alla stazione innumerevoli genitori ad attenderli. “Ricordo un bambino disperato che per ore vagò in stazione alla ricerca del padre – mio padre voleva portarselo via, finché finalmente suo padre arrivò”. Ruth sospira, gli occhi che rivedono quei momenti incredibili. Poi, come immersa in trance, dice: “È tutta una vita. È per questo che sono così. Non avere fiducia in nessuno. Avere paura che qualcuno ti segua”.

Vivono due anni in Francia, ma il padre avverte la Francia ferocemente antisemita. Ruth ricorda una sua frase: “facevo una vita migliore in Italia sotto Mussolini che qui”. Così tornano in Italia, nell’estate del ’47. A Firenze il padre commercia in pellicce e guadagna bene, mentre Ruth prende lezioni d’inglese e di letteratura al British Institute. All’Istituto Grenoble studia lingua e letteratura francese. Volevi imparare eh? “Volevo assorbire,” mi risponde, “già in Svizzera, nei campi, c’erano biblioteche: avevo divorato i classici e i filosofi – ero colpita soprattutto dalla filosofia greca. Noi bambini mettevamo in scena le tragedie greche . Gli Ebrei vogliono sempre istruirsi, imparare, è una malattia per noi”.

A Prato, Ruth lavora come interprete all’interno dei mercati di tessuti. Un giorno un Americano e la moglie le chiedono: “vuoi venire in America?” Le fanno un affidavit e Ruth parte per New York, dove resta 6 mesi: ma non le piace, le sembra scioccante che la chiamino Ruth anziché  signorina Hagen, trova subito lavoro ma torna a Firenze. A Firenze lavora dalle dieci alle quattro e fa una bella vita: ha un “reentry permit” valido un anno, ma non ci pensa nemmeno: eppure il padre la convince a rinnovare il permesso di rientro e due anni dopo torna in America. Perché, Ruth? “Perché sotto sotto c’era il desiderio di abbandonare quell’Europa che ci aveva fatto tanto soffrire. L’Europa non ci voleva. Solo in Italia non ero Ebrea. Ero straniera. Per questo per l’Italia ho un affetto che non ho per nessun altro Paese”.

A New York fa un colloquio di lavoro con Maurizio Gucci, viene assunta, diventa import-export manager e poi director of operation di import-export e del magazzino, responsabile per il trasporto e lo sdoganamento delle merci. Siamo negli anni ’70 e Ruth è una giovane donna di successo. Mentre i suoi genitori si son trasferiti in Israele, lei si compra un appartamento in una delle zone più chic di New York, Great Neck. Nel ’57 si sposa, nel ’59 nasce la sua unica figlia, nel ’66 lascia il marito (va a divorziare in Messico, perché  a New York non è  possibile). L’uomo scompare dalla vita di Ruth e della figlia. Completamente sola, tira su la figlia. “È  stato difficile, immagino”, sussurro. “No. È  stata una cosa logica”. Nell’89 passa a Fendi, infine si ritira. Viaggia molto fra gli anni Novanta e il 2000, torna in Europa per lunghi periodi, ma solo nel 2007, 72 anni dopo, trova il coraggio di tornare in Germania, a Magdeburgo, sua città natale: “con mia figlia e mia nipote, del resto un viaggio del genere non avrei potuto farlo da sola, troppo snervante. Ero scappata nel 1935, avevo 7 anni. Meno male che ho avuto una lunga vita”. Ma, mi azzardo a chiedere – e i suoi occhi diventano quelli di una tigre ferita e rabbiosa pronta a sbranarmi – li hai perdonati i Tedeschi? “MAI. Il perdono non esiste per me.  Certo non odio quelli che vivono in Germania oggi, sono 3 generazioni dopo gli assassini e quindi non sono loro i colpevoli. E la Germania è stata una delle poche nazioni che hanno aperto una discussione di normalizzazione con Israele negli anni Cinquanta”. Senti Ruth, ma ti sei mai data una spiegazione di quello che accadde, come fu possibile? E soprattutto: credi possa accadere ancora?

“Oggi sono 70 anni dopo la fine della seconda guerra. Una spiegazione? Non è facile... Hitler era un pazzo e credeva di essere un secondo Napoleone e riuscire dove il Corsico aveva fallito: conquistare il mondo. Inoltre tutti i nazisti volevano arricchirsi, rubando quello che avevano accumulato gli Ebrei, depredando i musei degli oggetti d'arte per metterli nei loro  palazzi. Ma oggi c'è un Israele per noi, quindi abbiamo imparato a difenderci, e un'altro Olocausto non succederà mai, perché siamo diventati forti”. Il verde dei suoi occhi si accende d’orgoglio. Poi dice: “Una volta in Francia, una signora mi fa: lei parla tanto il bene Francese, è sicuramente Francese! Io le mostro il mio braccialetto con la stella di Davide, e le rispondo: no. Sono Ebrea”.

(Emanuele Pettener)

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