Giovedì, 20 Agosto 2015 11:23

La strada interrotta

A Orşova ritornava il Danubio. In quel punto era largo quasi un chilometro e meno, ma subito a occidente ribolliva fra i mulinelli della stretta gola del Kazan — il «Calderone» —, che misura appena centocinquanta metri. Da quando mi ero lasciato alle spalle Budapest, questo fiume insaziabile si era rimpinzato delle acque della Bava, della Drava, del Tibisco, del Maros, della Morava, e di tutta una serie di tributari meno noti. Poco dopo Orşova, al centro del fiume, la piccola isola di Ada Kaleh divideva la corrente. La fila di tetti di legno dell’isola, impennacchiata di pioppi e gelsi, era rotta all’improvviso da una bassa cupola e da un minareto, e per le strade vagavano curiosi personaggi in costume ottomano; l’isola infatti era rimasta etnicamente turca, unico frammento superstite in Europa centrale, al di fuori delle moderne frontiere della Turchia, di quell’immenso impero che era stato fermato e poi costretto ad arretrare solo davanti alle porte di Vienna. Le montagne basse e scoscese sulla sponda opposta appartenevano alla Iugoslavia.

Certi capolavori incompiuti sono appassionanti, inafferrabili, ti aprono la mente e un po’ ti cambiano.
La strada interrotta è una sorta di libro sospeso e fa parte di una trilogia (con Tempo di regali e Fra i boschi e l’acqua) che è un caso unico fra i libri di viaggio del Novecento.

I primi due libri P.L. Fermor li rievoca a distanza di quaranta e cinquant’anni (in com­pleta assenza di diari e tac­cuini) raccontando lo  straordinario viaggio di uno studente diciottenne che nel 1933 parte da Hoek van Holland per raggiungere a piedi Costantinopoli.
Fermor rievoca il suo viaggio in età matura, ma non riuscirà a con­clu­dere la revi­sione del terzo mano­scritto. Arriverà a scrivere fino alle Porte di Ferro del Danubio, vicino al punto in cui converge la frontiera rumeno-bulgara, a ottocento chilometri dall’odierna Istanbul.
Solo nel 2013, due anni dopo la sua morte, è gra­zie a un com­plesso lavoro di siste­ma­zione del mate­riale super­stite che Colin Thu­bron (tra i più importanti, attuali scrittori di viaggio viventi, presidente della Royal Society of Literature) e Arte­mis Coo­per riescono a portarci il tas­sello man­cante della tri­lo­gia.

“I lettori pazienti ne hanno dedotto che l’autore dovesse essere stato vittima di un blocco dello scrittore, causato dai difetti della memoria o dallo sforzo di eguagliare il suo stesso impareggiabile stile. Ma nel 2011, alla sua morte, Fermor ha lasciato un manoscritto della narrazione conclusiva che lo aveva tormentato per così tanti anni con le sue imperfezioni e la sua elusività. Non è mai riuscito a completarla come avrebbe voluto. I motivi sono incerti. Il problema era oscuro persino per lui, e La strada interrotta lo risolve solo parzialmente. Il fascino del libro risiede non solo nella (quasi) conclusione della sua epopea giovanile, ma nella luce che getta sul metodo creativo di quest’uomo brillante e molto riservato.”

Patrick Leigh Fermor, La strada interrotta – Dalle Porte di Ferro al Monte Athos, traduzione di Jacopo M. Colucci, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.

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