Venerdì, 18 Settembre 2015 09:06

Elogio di Raymond Chandler

chandlerOgni volta che leggo qualche Grande Romanzo Americano di qualche Grande Scrittore Americano (da Hemingway a Philip Roth, per dire) mi spunta sempre in mente una frase del tipo: “Questo non ha un’unghia del talento di Chandler”.
Lo so, lo so, son riflessioni poco accademiche, una di quelle constatazioni lapidarie che vanno bene per mettere un po’ di subbuglio su Facebook, ma tant’è:  a me Chandler sembra una spanna sopra tutti. Ai tanti studenti di creative writing, ai tanti scrittori usciti dai corsi di scrittura che pascolano in perfetto equilibrismo fra personaggi tridimensionali, prosa controllata e spolveratine sociologiche -  vorrei dire, risparmiate tempo e denaro: leggetevi Raymond Chandler.

Sarà pure che è uno di quei due o tre autori ai quali sono affezionato, trascendendo il testo, uno di quei due o tre ai quali perdonerei pure una similitudine sbagliata. E gli sono affezionato perché  i libri di Chandler mi procurano felicità. La felicità di un mondo di immagini e sentimenti palpitanti attraverso una lingua palpitante: ecco, Chandler mi riconcilia con la letteratura, qualsiasi cosa essa sia. Come faccio a non volergli bene?
Di Chandler si potrebbe dire quello che Baudelaire disse di Balzac: ogni suo personaggio è come una pistola carica. Anche gli sguatteri hanno personalità. Vi è una gioia pittorica, dionisiaca in Chandler nel dipingere anche i personaggi minori: brillano. I dialoghi son sempre pezzi di bravura umoristica. Le trame di Chandler son complicatissime, ma la sua lingua è nitida, mai banale, sempre disposta all’invenzione anche rischiosa.
Chandler poi reinventa la Los Angeles degli anni Trenta e Quaranta, è  la sua Los Angeles e di nessun’altro, e ce la dona, ce la fa vivere scena dopo scena; ne avvertiamo i colori, gli odori, gli ardori,  ci brucia sulla pelle la luce malata del sole, ci rinfresca la notte di Chandler. La città pulsa, riverbera, non siamo più qui, siamo lì, nell’ufficio di Philip Marlowe.
E Philip Marlowe, ovviamente. Ogni duro dopo di lui è la parodia di un duro. Solo Marlowe può dire quello che dice senza che gli si rida dietro.  Certo, ha la faccia di Humphrey Bogart, il cinema vizia sempre la libertà che ci dà un libro di dare noi un volto al nostro eroe, ma a Bogart, diciamolo, si può perdonare. E pure ad Elliot Gould.

Emanuele Pettener

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