Lunedì, 05 Ottobre 2015 09:23

Le colline del mio incontro con me

collLa stazione di Conegliano pullula di ragazzotti e a occhio e croce sono tra i più vecchi sulla pensilina.
Quello stesso binario due in cui, per alcuni anni, prendevo il treno per tornare a Venezia, quando abitavo qui in zona: erano i miei ultimi vent’anni, e da lì a poco, ai trenta, avrei cambiato zona.
Oggi, a distanza di anni, mentre il treno si allontanava, mentre la distanza mi consentiva di riprendere fiato, mi è parso di capire.
Nei due giorni di Libri in cantina, a Susegana, la mia condizione intrapsichica ha lavorato in silenzio, inviando segnali sordi, evocando pensieri e immagini sopite, risvegliando sensazioni.

Un’amica l’ha definito “l’effetto colline”, e forse lo è davvero per tutti; con l’aggiunta però che queste erano le “mie” colline; o forse sarebbe il caso di dire che sono le colline del mio incontro con me.
È stato infatti proprio allora, quando prendevo la mia vespetta e, da solo, me ne andavo per quelle strade, che mi riempivo di sensazioni che in tutta evidenza avevo, ma che temevo perché mi mettevano in intimità con le mie fragilità, perché penetravano la mia corazza, il ghigno beffardo con cui affrontavo il mondo, la vita, gli altri: l’alterità che ero io, con cui vivevo e tuttora vivo, con il riconoscere le diversità e le uguaglianze, le singolarità e le similitudini, l’ego e l’abbandono.

Allora c’erano altri nomi con me, alcuni dei quali non ci sono più; oppure ci sono ancora ma ci si vede poco, pur mantenendo un posto privilegiato nel mio cuore.
Questa volta i nomi sono cambiati, ma non sono cambiate le regole dello stare assieme, del raccontarci un pezzo alla volta, del nasconderne qualche altro; del sentirsi a casa, nel mondo, se si è vicini, pur sapendo che è lo stesso anche quando si è distanti.

Attraverso i libri ci si espone, si offre trasparenza, si fa luce su parti di sé, al di là del libro stesso: e non mi riferisco all’autobiografia stretta, e neanche a tutte quelle formule che vorrebbero definire l’indefinito, che si usano per tranquillizzare chi teme che un oltre potrebbe uscire troppo dai bordi tracciati dalle regole, dal mercato, dal buonsenso.

E proprio qui ho capito - mi riferisco ad allora e a ora, in una simultaneità che ha abbattuto il gioco del tempo formale - e ho ritrovato quelle salite, quei colori, la vespetta, i miei tardi vent’anni, gli amori di allora e quelli di adesso.
Credo che si sia sentito al reading di sabato sera, mentre davanti ad amici vecchi e nuovi, a persone sconosciute, raccontavamo Emilio Castellani, l’anarchico veneziano che ha vissuto fino in fondo ciò che la vita gli ha offerto, accettando tutto, perché solo così si può fare.

Il treno ha quasi raggiunto Mestre. Mi preparo a scendere con addosso una stanchezza abissale e una leggerezza aerea.
E una gratitudine sottile mentre mi passa davanti un ragazzo in vespetta che sorride.


(Cristiano Prakash Dorigo)

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