Martedì, 10 Novembre 2015 08:21

La calata di Afrinto

La nuova strada taglia il monte per diagonali e gira in gole senza sole.
Intorno ai cantieri spiazzi di terra, quando rossa quando gessosa, hanno perso gli alberi in chiazze nude.
Sbuffi di polvere salgono rapidi e improvvisi dal verde o coprono speroni sulle curve sbiancate; il rumore degli scoppi tarda abbastanza, e anche se ripetuto fa girare il capo a tutti per osservare, un istante. Contano sulle dita e confermano che sono ancora lontani.
«Balzo. Dimmi quanti sono.»
«Mi sembrano di meno. Non più di quindici, Mesto.»
«Andiamo a bere.»

«Biscia. Resta qui. Vedi se arrivano delle macchine. Fa conto di niente e lasciale passare.»
Sono cinque, con Mesto, quelli che vanno verso un macchione giallo bruciato, evitando colate di catrame bevuto dalla polvere e barili rovesciati; camminano sull’erba secca e scompaiono dietro scavatrici dalle pale a terra. Non hanno fatto nulla per nascondere le armi ai miei occhi.
«Balzo! Non dovevi portarlo con te.»
«Non l’ho portato, Mesto. Si è attaccato a me. Camminava per la salita. M’ha fatto segno di essere preso. Se ne andrà prima di sera.»
«Forse. C’è tempo, ma non dovevi prenderlo. Sarà un problema.»
Per non restare solo come un idiota mi avvicino a Biscia.
«Perché ti chiamano Biscia?»
«È il mio nome. Anche per gli altri: sono nomi veri.»
«Tutti nomi veri?»
«E tu?»
«Afrinto.»
«Vuoi farmi ridere... Come il fiume, laggiù.»
«No. Lui è Alfrinto.»
«Mi sembra uguale.»
Biscia è andato a sedersi su di una grossa pietra, dove la strada sbocca sullo spiazzo. Toglie la pistola dalla cintura e l’appoggia su di una pietra più bassa: non la vedrebbe chi venisse dalla parte della salita.
Arriva d’improvviso un sidecar con strisce gialle e si allontana per la discesa senza segno alcuno. Biscia non sembrava neanche guardare.
«Io me ne andrei, troverò un passaggio più avanti.»
«Come vuoi, ma dovresti salutare Mesto. Ci tiene.»
«Se non tardano troppo.»
Viene uno dal macchione e porta da bere a Biscia qualcosa che sembra fresco; gli borbotta nell’orecchio e se ne va, picchiandosi le natiche con le palme aperte delle mani.
«Se devi andare vai subito. Devi stare attento alle mine quando scoppiano. La giornata non è finita. Bùttati subito a terra in qualche fosso se senti una botta.»
«Saluta tu gli altri. Fortuna, Biscia.»
«Per me, proprio per me, è meglio se aspetti. La giornata è lunga. Vieni almeno a bere qualcosa.»
«Grazie. Secondo te oggi è caldo?»
«Come ieri. Scendendo vedrai delle grosse volpi, ma non sembri uno che si spaventa per poco. Si stanno ritirando a monte della strada, in altre vallate forse, di sicuro in una zona più piccola; a volte si ammazzano da sole, fra di loro voglio dire, a volte le schiacciamo noi con le macchine.»
«Sì, la terra si fa stretta. Fortuna, Biscia.»
«Viaggio, Alfrinto.»
«Afrinto...»
«Appena puoi segui il fiume. Il vecchio sentiero è tutto massi e serpenti. Il coltello non ti basterà. Ah, guarda che ha detto Mesto che puoi andare, ma non ci hai visto. Gli sei simpatico, pare.»
«Vado ora. Sarà così...»
«Il vecchio sentiero, no. Brutta gente, brutti incontri. Volpi troppo grosse. Mi sembra quasi che tu abbia una pistola.»
«Coltello, Biscia.»
«Pistola, Alfrinto.»
Volpi morte ce ne saranno qua e là, qualcuna forse ci sarà; scoppi di dinamite molto lontani, o in altre gole. Dopo un’ora almeno, su di un pezzo di cartone fissato a un paletto la prima indicazione per Vulpinia, che non serve: guardando bene, il paletto è stato girato; o era caduto ed è stato rimesso in piedi, ma Vulpinia è a monte. Basta così.
Con un rumore improvviso e senza eco il sidecar con le strisce gialle risale in direzione opposta, come se non fosse guidato ma attratto da un magnete lontano.
Dopo un’ora almeno la strada si fa sentiero, e fiume non c’è. Si dovrà puntare la direzione del mare.
Un fiume, o un torrente, prima o poi si trova; e invece è proprio un fiume, senza gorgoglii.
Si allarga molto e sembra fermo. Ora sono strade di pianura, con platani e file di pioppi interrotte da eucalipti giganteschi con grossi rami spezzati e caduti, rossi a terra.
L’unica indicazione, che si ripete con direzioni diverse, dice paludi, mentre il viale largo e dritto dei pioppi segue un terrapieno rugginoso. Ai bordi erba rinsecchita, foglie gialle fino sull’acqua che s’impantana. Un cartello ricorda che da qualche parte c’è Vulpinia. Tonfi di rane che hanno paura dei passi.
Quello che sembrava uno spaventapasseri è un uomo. Certo molto immobile, fisso verso il mare. Fermo su di una sola gamba, con l’altra, con l’altro piede, con un movimento ripetuto dal basso all’alto, se la gratta lentamente, rigido in un sonno quieto, come un cavallo sotto il sole.
La strada si ferma di colpo, senza restringersi.
Più avanti bisognerà dormire, anche se non ci sono paesi.

Bruno Pompili

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