Venerdì, 20 Novembre 2015 16:14

Quanta semplicità, quanta bontà e quanta fermezza

Certe notizie arrivano, inaspettate e oscure, solo all'alba. È proprio allora che devi mollare tutto e metterti di nuovo in viaggio.
Uno zio è in ospedale attaccato a delle macchine. Forse è solo questione di ore. Sta per andarsene, mi dice la voce al telefono. Rimaniamo in contatto per il bollettino dei medici, tra qualche ora. Lei è l'unico parente.
Si, dico io. Un parente che, malgrado tutto, si è sempre interessato a lui, anche se in questi ultimi anni qualcosa si è rotto dopo malintesi e parole aspre.
Penso così a lui, allo zio missionario tornato dal Congo che forse non si aspettava di morire così presto. Penso che tutti, quando arriva il momento, dobbiamo morire.
In un attimo mi attraversa la mente il brivido di un ricordo vivo. Mi sembra di essere ancora lì, in quella cucina, a parlare metà della notte di Dio e della paura della morte. Lo vedo sorridere serafico, senza dire niente.

Parto all'alba del giorno dopo e, prima di entrare in macchina, mi siedo nella veranda di casa e mi metto a guardare svagatamente il giardino. In realtà non vedo niente, non penso a niente, per quanti sforzi faccia non riesco a concentrare la mia attenzione su nulla in particolare. Mi torna di continuo davanti agli occhi, non so perché, l'immagine di un bosco di betulle, lungo e stretto.
Poco dopo sono in autostrada e contemplo con occhio benevolo i campi circostanti. Dopo qualche minuto mi arriva un messaggio in segreteria. È la solita voce e mi annuncia con tono greve che lo zio è morto nella notte, poco dopo le ventitré.
Mi sento girare la testa per un attimo. Sono convinto di aver sentito la sua voce, la leggerezza e al tempo stesso la serietà del tono. Penso al suo modo incantevole di sorridere, alle rughe sottili che da sempre gli segnano la fronte. Sento che c'è stato un passaggio e a come la morte separa l’allora dall’oggi, frapponendo la sua fuliggine senza tempo tra passato e presente.
Passo il Po. Vedo Cremona e poi Piacenza con le sue ciminiere bianche lanciate verso il cielo.
L'autostrada si biforca e prosegue verso ovest. Castel San Giovanni, Broni Stradella, Voghera, Alessandria, Felizzano, Asti, Villanova e poi Torino. Ora le strade sono ampie, ma più anonime. I marciapiedi di carreggiate parallele si aggregano a formare una distesa di cemento senza soluzione di continuità.
Lascio l'autostrada e discendo lungo una rampa che mi porta nell'angolo di una grande piazza al centro della quale si stende un ininterrotto tappeto erboso adesso degenerato in un groviglio di erba.
Vuota e deserta, la piazza è un'inattesa estensione di spazio aperto delimitato dalle facciate di vetro di imponenti edifici che sembrano toccare il cielo.
Pian piano esco dalla città che sembra non finire mai. Il sole è velato, il cielo plumbeo. C’è afa. Forse oggi, finalmente, ci sarà un temporale.
Vedendo tutti questi condomini di mattoni rossi sembra che da queste parti il tempo non passi mai.
Mi fermo a controllare il navigatore per capire dove sono e quanto manca alla meta.
A lato della strada mi colpisce una targa dorata intitolata a Gigi Meroni, la “farfalla granata”, icona di genio e sregolatezza del calcio (quando c'era ancora il calcio) anni settanta. Sono ancora alla periferia di Torino e a una curva, dopo una pompa di benzina, una freccia lunga più di un metro indica la direzione in cui sto andando.
Sulla destra la collina è coperta di boschi. Passo accanto a una cava, poi a una fattoria vera e propria. Arrivo a un incrocio: la strada prosegue verso sinistra scendendo dove scorre un fiume. Vado lungo il pendio della collina e a poco a poco il paesaggio comincia a cambiare.
In lontananza, tra gli alberi, sullo sfondo azzurro del cielo si staglia una torre, la torre del castello dei Montbel, al quale un tempo appartenevano tutte quelle terre.
Sul lato destro della strada, che ora segue un’ampia curva, la collina digrada un poco, formando dolci declivi. Da lontano si vedono case chiare, bianche, rosa e rosse, che spuntano in mezzo alla vegetazione.
Di colpo appare la grande casa di riposo. È una struttura di nuova costruzione e forte impatto visivo che sembra emergere da un cielo grigio,

Mi fermo e osservo il prato, le aiuole, il getto d’acqua spento, le panchine troppo nuove e un padiglione che fa pensare all’esposizione universale.
Si sente il rintocco di una campana. Uno solo. Non proviene dall'interno dell'ospedale, dove peraltro c'è sicuramente una cappella, ma da due o trecento metri di distanza, al di là del viale dove i mezzi pesanti affluiscono sempre più numerosi così come gli autobus di periferia. Ci dev'essere da quelle parti una chiesa o un convento, più probabilmente una chiesa, perché le campane dei conventi hanno di solito un suono più acuto e leggero.
Entro nella grande sala d'entrata e chiedo alla ragazza della reception di padre Claudio. Mi siedo e aspetto. Passa un'infermiera, poi un'altra. Dal lato opposto alla sala si levano ben presto delle voci, c'è un tintinnar di tazze e piattini e si sente chiaro un aroma di caffè.
Padre Claudio arriva dopo pochi minuti. È un uomo alto e massiccio dalla faccia rotonda. Parla senza fretta ed è impressionante vedergli muovere le grosse dita.
Mi porta fuori e mi chiede se ho voglia di camminare. Passiamo vicino a un giardino roccioso e ad ampie vetrate. Parla piano, in tono confidenziale, come se si sforzasse di mantenere il controllo delle sue parole, di farle apparire sobrie.
Ci fermiamo in un ampio spiazzo mal delineato, cosparso di ghiaia. Da un lato c'è un granaio, o una rimessa dal tetto in lamiera, e a fianco, al margine di un campo di mais, un rudere ormai quasi privo di mattoni, di cui restano solo pareti di legno scuro.
Entriamo in un grande orto coltivato da un piccolo cancello che si regge su un solo cardine. Padre Claudio mi fa strada e dice di venire spesso qui dentro a mettere le mani nella terra. Mi spiega di come i cavoli verza amino la vicinanza dei pomodori e mi mostra i filari del sedano appena impiantato.
Sento il calore del sole colpirmi le spalle prima ancora di levare gli occhi e coglierne la luce da giorno di festa. Provo all'improvviso una misteriosa sensazione di potere e gioia, come se a ogni passo un messaggio energetico mi percorresse dal tallone al cranio.
Al di là delle piante di pomodoro si intravede una capanna di tronchi. La pittura del legno è gialla e parecchio scrostata.
Dietro c'è una grande casa, in una fascia d’ombra piuttosto ridotta a quell’ora del giorno. Mi domando se sia un edificio storico abbandonato vista la notevole presenza di arbusti fitti e spinosi, dalle foglie verdi e talmente lucide da sembrare nere.

È un vecchio castello, mi spiega padre Claudio, se vuoi possiamo andarlo a visitare. Non tanti anni fa noi padri eravamo alloggiati lì, avevamo la nostra casa di esercizi, la scuola, eravamo in tanti allora, oggi siamo quattro vecchi.
C’incamminiamo lungo un sentiero di ghiaia che si dirama in due diverse direzioni. Da un certo punto in poi è sempre più ostruito dagli arbusti e, in molti punti, quasi cancellato. Da settimane, forse addirittura da mesi, nessuno sembra sia più passato di lì. Mi sento libero e vuoto, un passo dietro l'altro.
Mentre camminiamo padre Claudio mi racconta della scuola che una volta era qui, dentro al castello. Anche tuo zio è stato qui, mi dice. Era più vecchio di me, ma lo ricordo bene. Qui, tra questi muraglioni, si sceglieva se dedicare davvero la propria vita gli altri, ai poveri, ai sofferenti, agli abbandonati, ai non amati. Me lo dice in modo partecipe e non frettoloso. Mi colpisce soprattutto quel "non amati", detto con estrema dolcezza.
Camminiamo insieme, lungo poderose mura, ma non parliamo, ce ne stiamo per un po' in silenzio.
Ci sono alberi enormi e piccole aiuole con diverse piante grasse che sembrano dei giardini botanici in miniatura con tanto di targhette di classificazione. Mi avvicino e leggo: "aloe arborescens proveniente dal Sud Africa", "aloe saponarla originaria di Natal, Transvaal", "aloe variegata dal Capo di Buona Speranza". La terra è smossa, lavorata di fresco. L'aria è greve del profumo del caprifoglio e sento sempre più vicino il rumore dell'acqua che scorre. Penso al fiume che dovrebbe passare proprio qui sotto e intanto siamo vicino alla torre del castello. È tutta in cotto, dice padre Claudio, che mi spiega come questo castello sia stato proprietà del signore di Leinì che è stato ammiraglio della flotta sabauda a Lepanto. Roba dei tempi della pace di Cateau-Cambresis o del concilio di Trento.
Ho la schiena dolorante e i piedi indolenziti per via delle scarpe troppo strette. A un certo punto mi sento toccare da qualcosa, come da un ramo, e abbasso lo sguardo. Ci sono degli abiti appesi, valigie, scatoloni e cose del genere ammucchiati sotto a una tettoia gialla che sembra appena ridipinta. Mi fermo per un attimo a riallacciarmi le scarpe e penso che tutto questo disordine, forse, risponde a un ordine prestabilito e intoccabile.
Penso a mio zio che non c'è più e al funerale che si terrà domani. Ricordo la sua singolare predilezione per matite e inchiostri colorati, per canarini, piccioni e pulcini. Sento dentro un misto di affetto, sollievo e benevolenza. Me lo vedo davanti come l'ho sempre visto, il perenne sorriso della sua larga bocca, i denti forti e bianchi, l’aria più impassibile del mondo da accorto diplomatico tutto immerso nelle sue cose, forse incapace di esternare i propri sentimenti.
Probabilmente avrei dovuto fare di più per conoscerlo e capirlo, mi dico.
Incurvo le spalle chinandomi in avanti e, non so perché, mi viene in mente che anima, materia ed energia sono fatte dello stesso materiale, che la morte non è che una transizione da una sfera a un’altra e che se l’universo vive, la morte non può esistere.
Chiudo gli occhi, inspiro a fondo, e l’aria rimane sospesa in me come una nuvola dolcissima.
Padre Claudio, intanto, mi chiama da un ballatoio del castello. Vuole mostrarmi quel poco che si può ancora vedere dell'interno. È in cima a una vecchia scala di pietra e mi invita a salire. Vieni su, mi dice. Ti faccio vedere quello che resta della nostra vecchia scuola.
In fondo ai gradini c'è un leone assopito nel suo sonno di pietra che sembra a guardia dell'edificio. Ha il muso rotto per tre quarti, ma il colore della pietra, uguale al resto, non fa pensare a rovine recenti: si salva soltanto un occhio, obliquo, appena accennato. Intorno gli raggia una criniera enorme, curata nei minimi riccioli, che poi si adagiano sul collo e si dividono lungo la groppa.
Alzo il viso e mi guardo intorno, trattenendo il respiro. Poi salgo i gradini due a due fino alla fine della scala dove padre Claudio mi aspetta.
Quando sono davanti al grande ingresso sento subito un forte odore di carta vecchia e friabile. Da dove mi trovo si intravedono delle sedie in malacca, pezzi autentici che forse avrebbero un certo valore, se non fossero ridotti come sono.
L'edificio è vecchio e decadente, con piccole finestre e un tetto d’ardesia pericolante. Danzano mosche e volteggiano farfalle bianche e colorate, mentre dai grandi abbaini sul tetto si insinua il canto delle allodole.

In piedi davanti alla porta d’ingresso, padre Claudio mi racconta di come passava qui le giornate da giovane, "lungo la strada del discernimento, al tempo dei dinosauri", aggiunge con una buona dose di autoironia.
La scuola non mi piaceva, e io non piacevo molto alla scuola. Però ci si divertiva, si faceva tanto teatro, si condividevano sogni, si immaginavano luoghi lontani e viaggi eccezionali, magari a bordo di piccole imbarcazioni a vela in mezzo ai mari più tempestosi del mondo.
Mi spiega che qua, in fondo, da giovane c'è stato poco perché è partito presto per andare in "terra di missione", nella sua Amazzonia, dove ha vissuto quasi trent'anni continuati senza tornare a casa, in Italia. I migliori della sua vita, gli anni in cui ha combattuto per la rivoluzione o, meglio, con i rivoluzionari.
Accidenti, penso, è proprio un tipo strano questo padre Claudio, e un’ondata di malinconia mi travolge perché penso che la vita di un missionario non è una vita facile, da qualsiasi parte la si guardi.
Sono fermo, incantato a guardare, per un momento, un vecchio manifesto che raffigura due bambini di spalle che camminano a piedi scalzi. C'è una scritta a pennarello sulla parte bassa e dice: "Da qualche parte bisogna incominciare a fare, non parlare soltanto! Proprio da te io mi aspetto che un giorno o l’altro intraprenderai qualcosa di speciale!"
È una calligrafia ormai sbiadita dal tempo, ma il messaggio è chiaro e colpisce ancora. Padre Claudio nota che mi soffermo a leggere e allora mi spiega che questo cartellone serviva per l'animazione tra i giovani delle parrocchie qui vicino.
Erano altri tempi, ripete più volte. Fino a pochi anni fa erano diversi i giovani che seguivano le nostre attività. Quei manifesti li attaccavamo durante le feste che si organizzavano ed era bello scriverci sotto o a fianco dei brevi messaggi che in un certo modo provocassero. Questo qui, per esempio, lo ricordo bene. Volevamo che i giovani capissero il valore del cammino, dell'andare, che tante volte per camminare è necessario avere i piedi nudi e avere un contatto tenero e rispettoso con il suolo. A contatto con la terra ci si sente liberi e finalmente a casa perché la terra è madre di tutti, è l’origine di tutta la vita, la fonte di ogni nutrimento, un altare a cielo aperto.
Lo ascolto parlare e penso a come la vita di fede sia fatta di speranze e buon senso, ma anche, forse, di un continuo procedere alla ricerca di terra fertile.

Gli chiedo perché si è fatto missionario. È una domanda che forse non si aspetta e mi dice che lo ha fatto per tante ragioni, ma una, forse, è perché è un po' matto. In fondo, mi spiega, siamo tutti missionari se riusciamo con gioia a dare un progetto alla nostra vita. Bisogna far musica sino alla fine! Essere dei sognatori, credere al meraviglioso, immaginare di avere una vita piena anche senza il successo e la celebrità, amare senza riserve, pronunciare nel suo vero significato la parola uomo.
Forse, dice, mi sono fatto missionario per andare incontro alle persone.
Il nostro fondatore, Giuseppe Allamano, portava l'esempio che ci vuole fuoco per essere apostoli e se non si è né caldi né freddi, cioè tiepidi, non si riuscirà mai a far nulla di buono. "Non sarà mai missionario chi non arde di questo fuoco". Così diceva.
Parla in modo convincente, padre Claudio, e lo fa senza sentimentalismi, con un tono leggero, ridente, espansivo.

Poi di colpo mi fa notare un quadro vicino alla porta d'entrata. È il ritratto di un uomo con tutti i lineamenti come accartocciati intorno alle sopracciglia, e un gran mento vuoto da eroe dei fumetti.
È Alessandro Cruto, mi dice. Poco distante da qui, vicino alla Dora Riparia, ha costruito la prima fabbrica di lampade elettriche in Italia e per noi ragazzi era un eroe, un uomo che abbiamo sempre tanto ammirato. Ora che lo vedo qui penso a quando i vecchi missionari ci dicevano che se dentro di noi non sentivamo la scintilla della lampada di Cruto non eravamo vivi e se non fosse scaturita nessuna scintilla, non ci sarebbe stato nessun fuoco, nessuna luce e nessun calore... Quanta semplicità, quanta bontà e quanta fermezza, e che anime serene in mezzo a una vita piena e attiva. Ecco, il ricordo di tanta fedeltà e tenerezza mi ha sempre accompagnato in tutti questi anni...
Non finisce la frase e cala un lungo silenzio.
Comincio a tastarmi le tasche della felpa. Da una tolgo delle chiavi e una piccola scatola in latta di caramelle. E intanto il buio aumenta. Sta arrivando la sera. Domani mattina presto sarà celebrato il funerale.

Marco Crestani

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