Lunedì, 23 Novembre 2015 09:29

Una storia del Viale

Aveva dieci anni, e voleva diventare la più grande mezzala di tutti i tempi. Anzi, lo era già. Possedeva il sinistro fatato di Diego Armando Maradona, il destro di Edson Arantes do Nascimento (detto Pelé) e la visione di gioco di Alfredo Crepuscolo. I compagni si fidavano ciecamente di lui, era il capitano, sapevano che qualsiasi pallone gli avessero consegnato l’avrebbe trasformato in oro. La gente lo amava. Ogni volta che in mezzo a un nugolo di avversari inferociti sgusciava come una biscia di campo, sentiva dalla tribuna: ooooooooh. Aveva il dribbling di Omar Sivori, l’eleganza di Valentino Mazzola, e la visione di gioco di Alfredo Crepuscolo.
Strano che non se ne fosse ancora accorto nessuno, scandaloso, fu il primo pensiero che ebbe appena aperse gli occhi, e si svegliò  sdegnato col mondo. Un mondo sozzo, che non riconosce il talento. Là, in Patronato, era il numero uno: suo padre glielo diceva sempre. Il campo del Patronato era  tutto gobbe e polvere, sembrava il Deserto dei Gobi, ma lui sapeva fermare la palla senza che questa si permettesse di dire “a”, e poi la distribuiva con nonchalance a destra e a manca. Che forte, che forte, aveva la classe di Gianni Rivera e la genialità di George Best e la visione di gioco di Alfredo Crepuscolo. Qualcuno se ne sarebbe accorto, prima o poi.

Era una domenica mattina di primavera, ancora presto. Da dietro le tendine bianche della sua cameretta, il Viale sonnecchiava ancora, forse sognava, ma attraverso le persiane la luce buona e fresca del nuovo giorno s’infiltrava già  nella stanza.
Alfredo pigliò dal comodino “L’Almanacco illustrato del calcio”, edizione 1994 (ogni Natale suo padre gli regalava l’edizione aggiornata). Lo conosceva a memoria ma prima di una partita amava andare a riguardarsi che so, certe statistiche della stagione ’23-‘24, o le foto scolorite e mute di giocatori morti da tempo: lo trovava ispirante. Ecco i calzoni alla zuava dei primi calciatori all’alba del secolo, le linee del campo tutte storte, i tifosi in paglietta e cravattino raggruppati dietro uno steccato di legno (da fuori un miagolio di gatto, un campanello di bicicletta) ecco i ricciolini fitti, gli occhiali spessi e il sorriso onesto di Annibale Frossi, campione olimpico del ’36 (lo strillo di un bambino, una risata femminile) ecco la gioia incredula di Juan Alberto Schiaffino dopo che l’Uruguay ha sconfitto il Brasile nella finale del ’50 (ronzii d’api e motorini, dalle televisioni i primi oroscopi, la marmitta fracassata di una 500, il 12 che frena ansimante per accogliere i gitanti per Venezia).

Alfredo scostò le tendine, tirò  su le persiane, e la luce invase la stanza. Aprì le finestre, si affacciò, e l’aria satura di gelsomini e benzina gli entrò nelle narici, come un effluvio di felicità. Il Viale, la domenica mattina! C'era nelle mattine domenicali del Viale qualcosa che straziava il petto, un'allegria irriducibile, una bellezza che rendeva santi: da dove veniva, chissà! Forse dalla contentezza che esalava dai pori delle persone, che andavano o tornavano da messa come si va al convegno con l'amata, o dalle casette color pesca e mandarino, da quei rassicuranti tetti di coppo, dai giardini rigogliosi di siepi e rose e ghiaia e nanetti di gesso, o forse dipendeva dal sole che baciava tutto e tutti come un vescovo benevolo, o da quel cielo color blu e miele, oppure stava nelle crepe dei marciapiedi, nell'odore di caffé  e cannoli che saliva dalle pasticcerie, nell'afrore di stampa fresca di giornali sfogliati da vecchietti dal panciotto amaranto, che passeggiavano leggendo ma, quasi avessero un radar, sapevano benissimo quando alzare la testa dal quotidiano per salutare il passante, era nei loro pacchetti infiocchettati di paste da portare per la fine del pranzo, era nel profumo di rosmarino e timo, del ragù  che giovani madri dai polpacci dorati stavano preparando.    

Ma quello era un giorno speciale, una partita speciale. In cucina incrociò suo padre, il suo tifoso numero uno. Si sedettero a tavola e cominciarono a parlare di tattica. Alfredo beveva la sua ovomaltina e lo ascoltava religiosamente: suo padre aveva giocato in terza categoria e solo un infortunio gli aveva impedito una carriera eclatante. Poi era diventato arbitro, e Alfredo aveva fatto in tempo, a 5 anni in braccio a sua madre, e vederlo arbitrare – in un campaccio in fondo al Viale, roso dal vento e dalle pioggie. Faceva un freddo boja, ma l’immagine di suo padre, vestito di nero, rigoroso e implacabile, aveva colmato il suo giovane petto di una splendida sensazione di imponenza - finché non venne sostituita da una fitta dolorosa quando si rese conto che c’era gente che lo stava insultando. La rabbia gli fece salire le lacrime agli occhi e sua madre decise che orgoglio dolore e rabbia fossero troppa roba per un bambino di 5 anni, e lo portò via. Alfredo decise che un giorno avrebbe dedicato la Coppa dei campioni a suo papà .  

Andò  a messa, gli piaceva andare a messa, assaporava le sensazioni del pre-partita. Annusava l’incenso e fiutava l’odore suggestivo dei fumogeni dei tifosi, che da fuori urlavano i loro canti di guerra. Il coro cantava Alleluja, certo, e Laudato Sii Signore Mio, ma nelle orecchie rimbombava il suo nome, inneggiato dalla curva Sud: ALFREDO – ALFREDO!
Il sacerdote diceva cose su Dio, sul Peccato, o forse: “date la palla a Crepuscolo, che poi ci pensa lui”. Ad ogni passo del rito, il cuore di Alfredo pompava sempre più  adrenalina, e via prima lettura seconda lettura Vangelo, e via omelia (un acuto d’emozione al termine, era l’ora della distribuzione delle maglie) ultima cena, scambiatevi il segno di pace (scambio di gagliardetti col capitano avversario, Alfredo Crepuscolo campione di cortesia) Pater noster e finalmente Eucarestia.
Lì cercava di tornare in se stesso. Chiedeva scusa per la sua distrazione, sapeva che il momento era solenne, sapeva che Dio avrebbe perdonato le sue fantasie, ma non lì, non lì, lì pregava per la pace nel mondo, per sua madre e suo padre, e per la caviglia malconcia di Marco Van Basten.

L’appuntamento era per le dieci e mezza in Patronato.
Il Patronato della San Marco Evangelista era un campaccio senza un filo d’erba lungo circa sessanta metri e largo dieci ma con porte regolari, con reti rattoppate o mezze bucate, da pescatori. Era delimitato dalla schiena spellata della chiesa e dalla canonica lungo la fascia ovest (non facevano altro che romper finestre) mentre la fascia est era delimitata da sterpi, il garage del prete, e da un grosso masso bianco. Dietro la porta a nord c’era la baracchetta di quegli insulsi dei boy-scout, che spesso li cacciavano perché  dovevano usare il campo per i loro giochi scemi. Dietro la porta a sud c’era il campo da basket, in cemento. E attorno a tutto questo fiorivano disordinati come fiori di campo le case rosso mattone e i palazzi del Viale, con quella loro aura verdolina di nostalgia, come se – specie ad ora di cena quando il cielo si tingeva di giallo – avessero progettato un’esistenza edificante a Tokio o a Bombay, anziché in quel limbo indeciso fra il cuore moderno di una città giovane e i languori aristocratici di una antica.

Il sole del Patronato era un sole specifico, che si poteva trovare solo là, su quel campo, non era il sole qualunquista delle estati al mare o quello convenzionale dei tramonti in montagna, era un sole tutto loro, che faceva risplendere la ruggine dei pali delle porte, che rendeva le reti candide come ricami di Torcello, era un sole che aveva persino un profumo, che gli bruciava dentro.
Lo stato del terreno segnava il ritmo delle stagioni e dei loro giorni. D’inverno ci si trovava tutti appena dopo mangiato, con la roba ancora sullo stomaco e il freddo nelle narici. Era spesso ghiacciato, e se pioveva diventava tutto pieno di pozzanghere, da dribblare insieme agli avversari. Si giocavano partite dure, violente, scorticandosi mani e ginocchia ad ogni caduta. Sulle quattro e mezza il buio li coglieva e dovevano tornare a casa mesti, a fare i compiti, ad aspettare un’altra mattinata di scuola prima di tornare a giocare. Ma piano piano il freddo e il grigio cupo del cielo si attenuavano, addirittura qualche filo verde ingentiliva il campo: il sole tardava ogni giorno di più  assieme a loro, finché  l’aria cambiava odore, possenti ondate di profumi d’erba tagliata li inondavano nel bel mezzo di un’azione d’attacco, sentivano le gambe sciogliersi, scattare come farfalle, e spostavano l’ora del ritrovo sempre un po’ più  in là, con complice soddisfazione, e la sera alle otto erano ancora ad inseguire un pallone, col cielo che trascolorava in arancio e le zanzare a torturarli e le sigle dei telegiornali dalle finestre in compagnia dei primi grilli: era estate.

C’erano solo due squadre: il Panificio Crepuscolo e le Aquile Verdi. Prima erano Aquile Rosse, poi il loro capitano, Marcus, aveva perso la sua maglietta rossa e ne aveva ben tre verdi, sicché cambiò  nome alla squadra. Marcus era considerato un duro perché, come tutte le Aquile, viveva alla fine del Viale, la zona malfamata, quella che si tuffa a San Giuliano e odora già  di salso e laguna, di donne di malaffare e banditi. Quelli d’inizio Viale non ci andavano mai alla fine del Viale, ovvero al di là dell’incrocio con Via Sansovino, che segnava il confine - troppo pericoloso: vicoli scuri, finestre rotte, brutti grugni, come minimo si rischiava una pugnalata.
Marcus aveva riccioli neri e ghigno da brigante, pelle color dell’olio d’oliva e un fratello che aveva ammazzato un uomo e ora stava in carcere, così si diceva. Tutti avevano paura di Marcus, ma non Alfredo Crepuscolo. Non che non subisse il fascino del suo carisma, ma Alfredo non poteva avere paura, lui era il capitano del Panificio Crepuscolo.

Prima si chiamavano Condor Blu, ma a partire da quel giorno che andiamo a raccontare si sarebbero chiamati Panificio Crepuscolo, per una questione di sponsor. Infatti Giorgio Crepuscolo, padre di Alfredo, aveva regalato alla squadra sei corpetti bianchi con su stampato il numero di maglia, il nome proprio di ciascuno, e giustamente il nome del suo panificio. La cosa li aveva inorgogliti straordinariamente. La prima volta che Alfredo infilò  la maglietta col numero 10 e il suo nome e persino lo sponsor fu il momento più  emozionante della sua vita: era come aver consegnato un crisma di serietà  al gioco, averlo trasformato in qualcosa di ufficiale, di logico, di essenziale.

Marcus li guardava con fiele, invidioso delle loro tenute. Gli diede la carica per esibirsi in parate favolose, volava da un palo all’altro come un colibrì e rilanciava il gioco con la furia di una tigre. Passarono in vantaggio le Aquile Verdi. Marcus scavalcò la difesa del Panificio Crepuscolo lanciando la palla da una porta all'altra: Rosbif, il cui padre aveva una macelleria che si supponeva nascondesse una bisca clandestina, fece passare la palla sotto le gambe lunghe e secche di Terenzio, figlio di un vecchio professore di Greco, e crossò  in mezzo: il centravanti delle Aquile Verdi Carolbouquet (detto così perché aveva la erre moscia) s’inerpicò  in cielo assieme al portiere Roberton e colpì con la nuca. La palla superò  Roberton, oggettivamente il punto debole del Panificio Crepuscolo, e si depositò in rete. Alfredo e gli altri si misero tutti le mani sui fianchi, a fissare scorati Roberton, e Roberton in ginocchio a fissare scorati loro: tutte scene che avevano imparato da quelli veri.
Il padre di Alfredo batté  le mani e urlò : dai, dai, non importa, dai!

Era il loro unico tifoso, quel giorno. Anzi, era l’unico spettatore in assoluto: urlava, dava indicazioni, li incoraggiava, diceva: Alfredo, tieniti largo!!!!
Giocavano per lui, e anche le Aquile Verdi giocavano per lui: era il nemico da abbattere, il finanziatore segreto del Panificio Crepuscolo, il boss mafioso, quello che coi suoi soldi aveva sicuramente corrotto l’arbitro (che non c’era).
Tra il primo e il secondo tempo quelli del Panificio si riunirono, religiosamente in silenzio, attorno al signor Giorgio – che disse:
“Ragazzi, questa partita si deve vincere. Si può  vincere.”
Seguì un momento di silenzio, solenne, in cui il signor Giorgio li fissò  tutti negli occhi. Era il loro capo, la loro guida.
"Tu, Terenzio, giochi troppo al centro. Vai largo sulla fascia”.
Sissignore.
"Tu, Baena, devi attaccarti al loro centravanti e non  mollarlo nemmeno se va al cesso.”
Sissignore.
"Tu, Balbo, sta’in guardia e smarcati!”
Sissignore.
"Tu, Roberton, sta’ tranquillo, non agitarti che vai benissimo, è solo una partita.”
Sissignore.
"Tu, Alfredo, mettici più  grinta!”
Si papà .

Tornarono in campo come leoni. Alfredo sferrò una legnata, la palla superò Marcus, basito, ma picchiò  contro la traversa e tornò  giusto tra i piedi di Pariniello, quel loro nanerottolo dal nasone azteco che giocava all’ala: questi stoppò col petto, si districò fra le gambe da gru di Terenzio e cedette il pallone a Rosbif, il quale non ebbe difficoltà a superare in velocità  Baena: quell’impiastro di Roberton stette fermo tra i pali come se stesse guardando un film giallo, Rosbif passò il pallone a Carolbouquet che indisturbato lo mise all’angolino: due a zero.
Carolbouquet alzava le mani al cielo, dannato francese, e le Aquile verdi lo festeggiavano, assaporando la nostra disfatta. Il signor Giorgio aveva le mani conserte, forse stava pensando d’aver fatto l’investimento sbagliato. Alfredo, demoralizzatissimo, pose la palla al centro, la passò  a Balbo. Balbo credeva che lo chiamassero Balbo perché era forte come l'omonimo giocatore argentino e perché i suoi occhi verdi ricordavano la Pampa, ma in realtà  lo chiamavano Balbo perché era un po' balbuziente. Fatto sta che Carolbouquet, tutto eccitato dalla doppietta, gli saltò  addosso per rubargli il pallone, e Balbo lo eluse con una certa stizza, quasi gli avesse fatto uno sgarbo. Carolbouquet avvertì il dribbling come un delitto di lesa maestà , si girò e lo sgambettò. Gli animi si eccitarono. Balbo da terra rifilò  un calcetto a Carolbouquet, e in un attimo fu quasi rissa. Poiché come si è detto non c'era un arbitro, stava sempre ad Alfredo e Marcus risolvere le situazioni diplomaticamente, decidere come se fossero equanimi: era difficile, perché non eravano equanimi per niente, e talora si perdeva delle mezzore per decidere il tal calcio di rigore o la tal punizione. Nella fattispecie, Carolbouquet e Balbo furono idealmente ammoniti, e fu decretata una punizione per il Panificio Crepuscolo. Decisione facile, si era nella metacampo del Panificio, e Marcus non temeva minimamente quel che accadde: Balbo sparò una bordata direttamente in porta e la palla s’infilò  all’incrocio dei pali. Balbo fece l’indifferente e sputò  per terra, ma dentro di sé rideva e non balbettava più: il signor Giorgio lanciò un urlo di approvazione e tutti quanti andarono da Balbo a dargli gran pacche sulla schiena. La partita diventò frenetica, combattutissima, all’ultimo respiro: Terenzio sudava sangue nel rincorrere Pariniello, Baena si buttava a corpo morto su Rosbif, mentre Balbo e Carolbouquet pascolavano senza costrutto nei pressi delle porte avversarie. Alfredo correva lungo tutto il centrocampo, ma Marcus aveva ordinato a Denton di marcarlo strettissimo. Quel Denton! Era sgraziato e gobbo, con due orecchie tristi come quelle di un bracco e due dentoni da castorino e non lo mollava mai: sbuffava, silenzioso e mesto, avanti e indietro, e ogni volta che ad Alfredo arrivava la palla, Denton lo anticipava o lo buttava giù .
Allora Alfredo gli disse:
“Ma non sei stufo di starmi dietro? Non sei mica la mia fidanzata.”
"Mof" rispose Denton.
“Mof? Che espressione è ? Cosa sei, cileno?"
“Ma lasciami stare …" bofonchiò , sudato, malinconico, un cane preso a calci, un soldato nell’adempimento del suo dovere.
 Faceva pena. Ogni tentativo di conversazione era inutile.
"Hai dei problemi, Denton? Ne vuoi parlare?"
Denton lo guardò con occhi spaventati, quasi supplici – ma Alfredo era riuscito a distrarlo. Baena rinviò  di testa sui  piedi di Alfredo, che si girò  di scatto e stavolta Denton restò  sul posto, stupefatto. Alfredo Crepuscolo si trovò  da solo davanti a Marcus.

Lo stadio tacque di colpo i suoi canti di guerra, quando Alfredo Crepuscolo si trovò  di fronte a Marcus, e ci fu un attimo in cui i due grandi avversari si guardarono negli occhi, mentre il pallone rimbalzava tra loro simile a un fazzoletto di sfida: Marcus gli venne incontro come un toro, alzando coltri di zolle e polvere, con gli occhi assetati di sangue e non era più Marcus, no, era Zamora, il portiere spagnolo degli anni Trenta che si dicesse ipnotizzasse gli avversari, e ad Alfredo il cuore saltò in petto, lo scarto? Tiro a destra? Tiro a sinistra? Chiuse gli occhi e calciò la palla a caso, mentre Marcus gli rovinava addosso e i due si rotolavano per terra come Alichino e Calcabrina, e il pallone, scivolava lento lento verso .….. il palo!
Ma Balbo era lì, pacifico, aveva seguito l’azione, e col suo piattone rimise la partita in parità .

A quel punto li punse ad entrambi la paura di perdere, tranne a Marcus che voleva vincere a tutti i costi. Urlava: SU! SU! E condiva il tutto con parolacce terrificanti, che spezzavano il calore spesso dell’ora di pranzo. Il cielo era un lampo turchino, il sudore bruciava negli occhi. Mancava un minuto alla fine, e Denton continuava ad inseguire Alfredo per il campo e Alfredo sentiva i polmoni a pezzi e guardava verso suo padre che faceva cenno di stare calmi, e Pariniello era stanco di correre sulla fascia e di sgomitare con Terenzio, Rosbif e Baena erano spossati, rubicondi, e Balbo si godeva il sole sulla faccia e Carolbouquet ciondolava la testa come Ribot. Era tardi, le madri li aspettavano a casa - ma all’ultimo secondo di gioco Roberton lanciò  la palla ad Alfredo, vedendolo per un attimo libero dalla marcatura di Denton. Marcus infatti aveva visto che ormai Alfredo caracollava stanchissimo sulla linea di fondo, a fare il terzino per difendere il risultato, e aveva spostato Denton in marcatura su Balbo, l'unico del Panificio che se ne stava in attacco, peraltro immobile. Alfredo mise la palla a terra e subito due Aquile Verdi lo aggredirono, lui fece in tempo a vedere Balbo scattare nell’area avversaria dietro a Denton, davanti a Marcus, e buttò  la palla là in mezzo, senza forza né convinzione: la palla invece arrivò  piuttosto precisa sulla testa di Balbo, sicché Marcus si avventò  con le mani verso di lui per anticiparlo. Fatto sta che Balbo, per stanchezza o paura, non saltò, e questo ingannò  Marcus, che andò  a vuoto, la palla schizzò  dietro a loro sulla coscia di Denton - e rotolò  in rete.

Un urlo disumano attraversò la canicola, il sole tremò, il cielo vibrò  di un bagliore azzurro: ah, la felicità! Cos’è la felicità?
Alfredo pazzo di gioia corse da suo padre e gli saltò in braccio, poi si staccò, vide Balbo che rideva come un matto e saltò addosso anche a lui, in una convulsione di risa e grida animali, e subito piombarono come falchi ubriachi Baena e Terenzio, fra capriole e lazzi e strepiti e sberleffi, e fu un abbraccio fortissimo, commosso, e ultimo arrivò Roberton, a balzi da gigante, gettando via i guanti e alzando al cielo quelle sue braccione da gorilla e saltò  sopra quella giungla umana, e poi tutti si sciolsero e corsero dal signor Giorgio e lo portarono in trionfo – e intanto gli altri a testa bassa erano già  alla fontana ad abbeverarsi e Pariniello stava scalciando una lattina vuota e Marcus era gia lontano che bestemmiava e Carolbouquet si grattava la testa e Rosbif aveva occhi di vitello e il giorno era vasto e caldo e glorioso, il campo ormai desolato e deserto, un campo di battaglia, e lontano, seduto sulla terra nuda contro il palo della sua porta Alfredo vide Denton, solo, un Persiano a Maratona, con le mani a coprirsi la faccia.

Emanuele Pettener

[Originariamente pubblicato in "Mestre per le strade", a cura di Massimiliano Nuzzolo, Azimut, 2010]

 

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