Giovedì, 14 Gennaio 2016 15:22

Conversazione con Ramona Corrado

Anni fa, quando vagabondavo tra i blog letterari, rimasi affascinato da una voce, quella di Ramona Corrado. In un mondo che mi avrebbe stancato ben presto a causa del chiasso di troppi io ipertrofici, la voce di Ramona si distingueva per discrezione e gentilezza: come accade solo  alle personalità forti,  sembrava lei non avvertisse alcuna esigenza di ostentare e urlare. Ramona Corrado è autrice di racconti presenti in diverse antologie e riviste, alcuni dei quali hanno vinto premi letterari (fra cui il Premio Antonelli di Castilenti, il Premio San Valentino di Terni, il Premio Le Quattro Porte di Pieve di Cento) e di un romanzo di fantascienza, come vedremo, scritto a 34 mani (!). Mi ha fatto molto piacere scoprire che un editore al quale voglio bene, Giuseppe Meligrana, ha deciso di pubblicare la sua ultima opera, e da qui parte la nostra conversazione.

Dopo la raccolta “Un golfino blu racconta” (Abelbooks, 2012), è arrivato, in formato ebook, “Tela di ragno” (Meligrana, 2015, ora disponibile anche in cartaceo). Lei sembra decisamente prediligere, nella sua scrittura, la forma del racconto. Come mai?

Be’, tecnicamente “Un golfino blu racconta” non è una vera raccolta di racconti, ma capisco che non possa essere definito neppure romanzo. Diciamo che è un insieme di pensieri, di emozioni, di incontri avvenuti nei primi vent'anni della mia professione di infermiera.
Però è vero che prediligo scrivere racconti. L'ho sempre fatto, mi viene più naturale raccontare una storia in poche pagine che non in molte. Credo che l'origine di questa tendenza stia nel fatto che da bambina i primi tentativi di scrittura erano i resoconti delle mie giornate a un diario di carta, di quelli con il lucchetto, di poche e piccole pagine, ragion per cui dovevo essere breve.

Il racconto è un genere piuttosto bistrattato, poco appetibile da un punto di vista commerciale, perché sembra che i lettori non amino questa forma letteraria.  Quali sono le ragioni, secondo lei?

Credo che a questa domanda abbiano tentato di rispondere in moltissimi e le risposte sono sempre le più diverse. E tutte valide. Io non credo che in generale non si amino i racconti. So di lettori che invece li preferiscono, perché più leggeri, sbrigativi, anche se non necessariamente meno impegnativi. Soprattutto oggi, che si può leggere anche sul telefono e la velocità segna il nostro tempo, la forma breve è bene accolta. Io scrivo su una webmagazine (facciunsalto.it) i cui post, a volte veri microracconti, si leggono in 4-6 minuti; abbiamo moltissimi frequentatori!
Sappiamo bene che il racconto può variare da una forma sintetica, alla Carver, a quella più narrativa, tipica di grandi autori come Cechov o Pirandello, passando per una nobile via di mezzo come quella di Buzzati. Oggi se ne pubblicano pochi, questo sì, e per un autore esordiente che è portato per una scrittura breve è molto difficile convincere un editore.  
Forse è un discorso di qualità. Magari non si trovano racconti abbastanza belli da essere anche convincenti e appetibili dal punto di vista commerciale. In questo senso credo che Meligrana editore sia invece ben disposto. In catalogo ci sono molti titoli di raccolte di racconti.

Fermandoci ai racconti, quali sono i suoi modelli narrativi, da chi ha “rubato” di più, e specificatamente cosa la affascina in loro?

Se penso alla mia infanzia non posso non nominare, con il dovuto rispetto, Pirandello. In casa avevamo uno dei volumi delle “Novelle per un anno” e quando avevo 13 anni lo avevo già letto e riletto più volte. In parte perché non c'erano le possibilità economiche di avere un ricambio di libri pari alla mia fame di lettura, per cui dovevo ritornare spesso su testi già letti. In parte perché quei racconti non erano di facile comprensione per una ragazzina e rileggendoli mi sembrava di capirli meglio. Ma soprattutto ero incantata da quelle storie che raccontavano di un mondo arcaico nel quale i personaggi erano prigionieri senza scampo delle convenzioni, lo capivo, riconoscevo la maschera che dovevano indossare per salvare le apparenze. Mi piaceva anche il senso dell'umorismo nero che sfociava nel grottesco, e che forse in qualche mio scritto in qualche modo meno eccellente si ritrova. Posso dire che è stata una lettura molto formativa, poi se mi abbia influenzato non lo so.
Ero comunque una lettrice onnivora, non disprezzavo nemmeno i racconti d'amore che uscivano come inserti sulle riviste femminili collezionati da mia madre, così addolcivo la tragicità pirandelliana con un po' di sospiri amorosi. Poi mi piacevano anche i racconti spiazzanti e metafisici, come quelli di Kafka, o di fantascienza.
Credo alla fine di aver preso spunti un po' da vari generi, non potrei definirne uno solo.

Cosa la induce a mettersi a tavolino a scrivere e qual è il suo obiettivo finale?

La prima risposta è facile: un gran prurito nelle mani. Mi capita di essere colpita da qualcuno o qualcosa in cui mi imbatto, oppure da un'emozione legata a un avvenimento, e la mente comincia a farsi domande, a ragionarci su, a immaginare. A quel punto iniziano l'immedesimazione (inevitabile!) e il prurito alle mani, e così l'esigenza di scrivere di quel qualcosa o qualcuno diventa urgente.
Non mi pongo un obiettivo. Quando scrivo un racconto non creo una scaletta, la storia si dipana spontaneamente, la creano i personaggi e lo stato d'animo del momento.
Probabilmente questo modo istintivo di scrivere spiega perché mi riesce più difficile scrivere un romanzo, dove è necessario pianificare la narrazione.

Con i suoi racconti ha partecipato (ottenendo anche diversi successi) a premi letterari. Che idea se n’è fatta?

Che molto spesso vincere è questione di fortuna e di una serie di combinazioni.  Mi è capitato di arrivare seconda a un concorso non per “demerito”, ma perché il racconto vincitore aveva colpito i giurati, toccati da una storia che richiamava la tragedia occorsa a uno di loro (come mi è stato candidamente confessato). Viceversa, mi è capitato di vincere un concorso perché uno dei giurati, favorevolmente colpito, ha saputo trascinare gli altri. E poi me lo ha orgogliosamente rivelato.
In buona sostanza, se hai la storia giusta che colpisce al momento giusto la persona giusta, hai una buona possibilità di andare a segno. Una casualità, appunto, più che un valore. Ma è solo una mia idea.

Secondo la sua esperienza, quando vale la pena di partecipare a un premio o a un concorso letterario, ovvero quali sono i criteri che dimostrano che un premio o un concorso sono cosa seria?

Ecco, per completare la risposta precedente, credo che i concorsi più obiettivi siano quelli dove decide una giuria popolare di lettori forti. Più che i tecnici, che non in tutti i premi letterari hanno vere e proprie competenze, sono i lettori comuni i veri giudici di un racconto o di un romanzo. Se piace a loro, è un successo.
A me è capitato due volte. Ad un premio letterario a Castilenti, una prima selezione era stata fatta dalla giuria cosiddetta tecnica, ma per eleggere i vincitori tra i finalisti era stato coinvolto un certo numero di abitanti del paese, i quali votavano il giorno della cerimonia di premiazione come ad una elezione amministrativa, con voto segreto depositato in un'urna che veniva aperta la sera. Lo spoglio pubblico delle schede è stato molto emozionante, da palpitazioni, quasi più della vittoria stessa. Il mio racconto era stato votato da una larga maggioranza di lettori, e io mi sentivo come un politico appena eletto al Parlamento... Per la cronaca, il racconto era “Tela di ragno”, presente nell'attuale e omonima raccolta.
La seconda volta in cui ho incontrato un importante coinvolgimento popolare è stata partecipando al concorso indetto dalla rivista femminile “Intimità”. Anche qui, dopo una prima selezione, erano i lettori a votare. E ricevere il gradimento da parte di oltre 5000 persone, che ti separa dal  primo classificato solo per una manciata di voti, ti fa capire che tutte queste persone ti hanno letto davvero e apprezzato, quanto meno alla pari con chi ti ha preceduta nella classifica.
Sì, penso che il voto definitivo della giuria popolare renda più autentico un premio letterario.

Lei dal 2006 fa parte di un collettivo letterario, La Carboneria Letteraria. Di che si tratta, esattamente?

La Carboneria Letteraria è un collettivo di scrittori, circa una ventina, dispersi per lo più nel centro nord dell'Italia. Tra noi ci sono scrittori che hanno pubblicato singolarmente con editori importanti, oltre che in collettivo. Per esempio Alberto Cola che, oltre a una serie impressionante di riconoscimenti, ha vinto una edizione del Premio Urania e ora pubblica con Curcio editore, così come Francesco Troccoli. Abbiamo anche con noi il massimo esperto di giochi in Italia, Andrea Angiolino. Alcuni membri poi non li conosco ancora di persona nonostante faccia parte del gruppo da quasi dieci anni. Tanto per dire delle difficoltà che può incontrare una realtà così distribuita. Nonostante questo, ci sono legami di amicizia molto forti che hanno portato a realizzare, la prima volta quasi per scherzo, delle antologie di racconti propri, legati da un filo conduttore, e a partecipare ad altre antologie di autori vari. Ancora e sempre racconti, dunque.

Nel 2014 con la Carboneria avete pubblicato un romanzo di fantascienza scritto a 34 mani, Maiden Voyage, edito da Homo Scrivens. Le chiedo: ma queste 34 mani, considerato anche l’ego sconfinato degli scrittori, non s’intralciano e soprattutto non finiscono con lo schiaffeggiarsi?

Ah sì, è stato molto divertente per noi e faticoso per la nostra curatrice Francesca Garello, che è anche una di noi e co-autrice.  E questo a causa un po' della lontananza, delle comunicazioni via mail che ottenevano risposte in tempi indefiniti per via delle normali esigenze di vita e di lavoro dei carbonari. E un po', ammettiamolo, l'ego e le convinzioni personali dei singoli hanno certo fatto la loro parte. C'è chi ha sconfinato nelle lunghezze, chi al contrario era troppo breve e convinto che andasse bene così, chi proponeva un'altra via rispetto alla trama stabilita... ma non c'è stata mai prepotenza né imposizione alcuna da parte di nessuno. Nonostante le difficoltà abbiamo lavorato in totale armonia e siamo orgogliosi di questo romanzo.
Tra noi ci sono degli autori multipli, ossia 3 (nel caso di Paolo Agaraff) o 4 (in quello di Pelagio d'Afro) scrittori che scrivono insieme come fossero un unico autore. Sono bravissimi a compensarsi e così affini che nel leggere i loro testi non si distinguono più le singole voci. Un esempio lampante di come l'ego dello scrittore possa essere benissimo annullato quando c'è sintonia.  Pensi che scrivono con la tecnica cosiddetta dell'imbianchino: ognuno cioè può cancellare del tutto quello che ha scritto l'altro e riscriverlo di sana pianta, senza provocare conflitti interni.

Lei è un’infermiera. In che modo e in che misura la sua professione presta materiale alla sua scrittura?

Be’, oltre a qualche storia inedita ancora chiusa nel cassetto, tutta la mia prima opera, “Un golfino blu racconta”, è interamente ispirata alla mia professione. Anzi, parla solo di quello. L'ospedale, un luogo che si associa inevitabilmente al dolore e alla malattia, è un concentrato di umanità pazzesco. Proprio la sofferenza, la morte, ma anche la tipicità delle persone alle prese con un problema grave possono catturare l'attenzione di chi è sensibile alle emozioni. E non solo negative, ovvio, sebbene la tristezza possa farla da padrona. Si possono anche incontrare storie a lieto fine, aneddoti divertenti e persone simpatiche. Un piccolo universo che a chi sa guardare regala mondi interi di emozioni e sensazioni.
Diciamo che la professione mi ha aiutata a focalizzare l'attenzione, in alcuni casi, sugli aspetti etici e morali della vita, sulle domande che tutti ci facciamo e a cui non sempre troviamo risposta. E a introdurmi con rispetto nella vita di chi soffre.
Ora però sono in una fase in cui il bisogno di evadere dalla sofferenza di tutti i giorni è importante, per cui, dopo un periodo di relativa improduttività dovuta a motivi di studio, credo che quando riprenderò a scrivere cercherò storie al di fuori dell'ambito ospedaliero. Da questo punto di vista credo di avere già dato un contributo sostanzioso.

(intervista a cura di Emanuele Pettener)

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