Venerdì, 18 Marzo 2016 13:35

La malattia di Rimbaud



Rimbaud soffriva di abilità criptolessica acuta. A lungo andare, un malintenzionato dissacratore potrebbe sostituire acuta con maniacale.
Ditemi che questo dono, o questo disturbo, non esiste e io sono d’accordo.
Però andiamo un po’ a vedere cosa succede nel caso in cui uno ne soffra, o almeno ne sia toccato, paradossalmente illuminato: sofferenza potrebbe non esserci; e anche non trattarsi di malattia, ma di una risorsa straordinaria, di un esempio di abilità assolute.
Non ditemi che stiamo parlando del nulla, o di un caso del tutto astratto, teorico; perché un caso reale, o come lo si voglia chiamare, identificare, un caso almeno c’è. Ed è quello di Arthur Rimbaud.

Lo abbiamo conosciuto secondo un profilo piuttosto corrente (che richiamo per un qualche obbligo di riferimento) come adolescente ribelle, ragazzo insofferente, ottimo studente, vagabondo affascinante e perverso; meno comune è che sia stato poeta, forse l’unico che a meno di vent’anni abbia già scritto la sua opera, e rivoluzionaria (cosa ben nota, e vera). Ora lo accogliamo come complesso manipolatore di linguaggio, abile a gestire livelli di evidenza, di elusione e di inganno. Sapeva, in modo per lui naturale, mettere in gioco la trama e l’ordito delle parole.
Richiamo una premessa, per chi è interessato o confermi un inizio di curiosità: su questo stesso blog si può leggere “L’enigma nel testo”, alla data 20 dicembre 2012, in cui si pongono alcuni elementi di informazione e di riflessione. Ora, quasi non sarebbe necessario riaprire l’argomento, se non fosse che la proposta, piuttosto la scoperta di Cosimo Amantonico allora presentata (Atto dovuto, Rimbaud. Illuminazioni, Bari, Crav - B.A. Graphis 2011) si è cristallizzata dentro una bolla di silenzio. A me sembra invece essenziale confrontarci con quella inevitabile e concreta offerta di un Rimbaud diverso.
E non è neanche giusto caratterizzarlo così: non si tratta di un Rimbaud diverso ma ricostruito nella sua originaria interezza. Se ne conosceva un lato; ora si sta rivelando a “tutto tondo”.
Detto in altro modo: in diverse formulazioni della sua scrittura costruisce pagine enigmatiche; scrive un testo con gli stessi materiali (segni) di uno equivalente, che resta nella sua mente come base, riservato a pochi, o solo a se stesso; infine, realizza un grande gioco dell’invenzione e della provocazione, un quadro nascente contro la letteratura e inoculato nella stessa.
Ho la tentazione di definire il testo criptato come una “protoversione” da manipolare, in un istintivo e spontaneo (per Rimbaud) puzzle che produce linguaggio.
Sia chiaro che il testo a suo tempo licenziato, fissato nella stampa, l’opera straordinaria nota e spasmodicamente analizzata per 150 anni, è là, resta là, non se ne può fare a meno.
Ora però sappiamo che quell’arazzo ha un risvolto ineludibile.
Affinché una così complessa gestione della parola funzionasse, occorreva la presenza in Rimbaud di un molteplice registro comunicativo, di un meccanismo formulativo fondato su di una abilità estrema a gestire una amebica trazione del verbum; oltre a una pervicace coscienza degli illimitati contorni della sintassi; oltre a un totale disinteresse per qualsiasi conseguenza.

Cosimo Amantonico, inizialmente quasi per caso o non ben credendoci, ha visto che alcune lettere di alcune parole si attraevano diversamente, si disponevano altrimenti in anagrammi, davano esiti diversi, erano “altro”. La sua attenzione si è fermata, si è specializzata, e in un tempo lungo di elaborazione intere pagine delle Illuminations hanno mostrato un secondo stato; per capirci: hanno una sottoscrittura, sono sottoscritte, come un palinsesto, da cui riemerge a sorpresa quel che non ti aspetti. In breve, un altro Rimbaud, forse doppio.
Nel nostro caso, è più di un documento sottostante, è un testo equivalente, intriso nello stesso spazio; addirittura fatto delle stesse esatte particelle.
In Atto dovuto vengono registrati, per frammenti trascritti, sia il testo noto, quello delle edizioni esistenti, sia il nuovo testo decriptato. Nei confronti della nostra abitudine consolidata, questo rapporto fra testi sembra emergere come una prova approntata appositamente per squilibrarci.
La lettura del testo decriptato obbliga a una vera e propria riconsiderazione di molti elementi storici, storico-letterari, estetici, biografici della persona dell’Autore e degli altri intorno a lui.
Tutto questo certamente preoccupa se non addirittura spaventi chi ha già stabilito delle certezze, delle consuetudini, chi ha già maturato opinioni e ricerche, chi ha già fissato una propria lettura. Io stesso, pur messo a parte da molto tempo di questa abilità estrema, continuo a provare capogiri.

Atto dovuto, il titolo indica che Amantonico si è posto il problema del rivelare o meno la sua ricerca, e infine ha considerato che non c’erano margini per una opzione di silenzio.
La cosa secondo me più importante da sottolineare nei confronti della tradizione e della consuetudine, del testo e delle letture prodotte nel corso del tempo, è che non si debba dar luogo a palinodie, a crisi di identità (sarebbe troppo dire!), e neppure a ripensamenti offerti o richiesti: nulla cambia nelle considerazioni sul testo 1, quello noto, perché esso naturalmente permane, con il suo carico di linguaggio e di storia, poesia e vita, letteratura e violazioni, naturali derive e nuove certezze.
Il caso straordinario della attuale situazione, venuti a conoscenza del testo 2, è che abbiamo nuovo lavoro, e possiamo allontanarci da stereotipi critici che veramente hanno sovente finito per appesantirsi, con le loro ripetute sovrapposizioni immaginate quanto improprie a un’opera così mitica e mitizzata da essere un terreno calpestato da ogni tipo di passante: a volte accompagnato da sue fantasie divaganti, per quanto legittime in astratto.
Cosimo Amantonico, con la sua defilata discrezione, non meno duramente serio, ci ha aperto un Rimbaud-abisso, un doppio fondo di negazioni irridenti quanto paradossalmente confermanti la molteplice verità della parola, del canto, e dello sberleffo.

Capisco la circospezione dei lettori di Atto dovuto, il controtempo che si subisce, il bisogno di pensarci sopra un poco, il disorientamento, o un troppo rapido rifiuto. Ma non voglio confondere queste reazioni con qualche paura vista aggirarsi in cupi mantelli, soprattutto fra i silenziosi, peggio ancora fra gli stilizzati guardiani del convenuto, quelli che non meriterebbero di aver mai letto Rimbaud, e abusivamente se ne sono vestiti. Alcuni di costoro fanno paura, vanno proprio temuti, perché troppo hanno creduto più in sé che nell’oggetto della loro lettura.

Bruno Pompili

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