Mercoledì, 04 Maggio 2016 08:57

Non sempre la poesia è consolatrice



Mamma

Già da una settimana penso
sempre e solo a mia madre, e a tratti indugio.
Con una cesta scricchiolante in grembo
frettolosa saliva in soffitta.

Ero ancora sincero a quel tempo,
strepitavo, pestavo i piedi:
lasciasse agli altri il bucato rigonfio,
portasse me in soffitta!

Salì, stese il bucato silenziosa,
senza sgridarmi, e neppure guardarmi:
la biancheria luminosa, frusciante
ruotava, volteggiava nell'aria.

Ora non piangerei, ma è tardi; adesso
vedo com'era grande: nel cielo
fluttuano i suoi capelli grigi,
scioglie l'azzurro nell'acqua del cielo.

Fin dalla nascita, Attila Jòzsef, nato in Ungheria nel 1905, dovrà percorrere il cammino della vita schiacciato da innumerevoli fardelli. Dovrà inoltre averne piena consapevolezza, perché gli toccherà in sorte d'esser poeta.
Non sempre la poesia è consolatrice, non per tutti almeno e nel suo caso la poesia è anche denuncia per l'insensatezza dell'esistere.

Apro la porta

Apro la porta. Si mette in moto, pigro,
l'odore congelato dei legumi:
il fornello coi suoi artigli
ringhia per tutta la cucina. La stanza

è vuota, nessuno. Sedici anni fa
non riesco più a dimenticarlo
seduto su un pezzo di tela cerata in cucina
avrei piagnucolato e non si può.

Che hanno sepolto mia madre l'ho capito
ma non c'è più mi agito questo
non lo capisco forse diventerò adulto
(Il catino scintilla).

Non fa dolore. Ma non ho potuto neanche toccarla
non ho visto mia madre morta
non ho neanche pianto. E non ha senso:
d'ora in poi sarà sempre così.

Trascorre l'infanzia come porcaro, presso genitori adottivi: il padre aveva abbandonato la famiglia. A sette anni, la madre, una lavandaia, se lo prende con sé a Budapest e dopo la sua morte nel 1919, per sfuggire la fame Attila esercita cento mestieri e attività: mozzo sui piroscafi danubiani, guardiano di campi di mais, impiegato di libreria e di banca, venditore di giornali, precettore.

Nel frattempo completa gli studi medi. S'immatricola all'Università di Szeged, ma ne viene allontanato per alcune sue liriche ritenute blasfeme. Frequenta l'Università di Vienna e la Sorbona a Parigi. Rientra a Budapest e si iscrive all'Università di Pest, ma non darà l'esame di abilitazione all'insegnamento medio. Privazioni e persecuzioni ne minano la fibra: nel 1928 è ricoverato, per depressione nervosa, in una clinica. Quando esce sopravviverà con i proventi della sua produzione di scrittore e di piccole occupazioni, come lavori di copiatura.
Il I° settembre 1930, il giorno in cui per la prima volta dopo undici anni, gli operai dilagano in piazza per una dimostrazione drammatica, Attila entra nel partito comunista clandestino: ne sarà espulso nel 1934 ad opera di una corrente settaria che intendeva la poesia solo come elemento di agitazione. E' un colpo durissimo ma egli continuera a sentirsi vicino ai vecchi compagni.

Acacia

Nei nostri cento villaggi grumosi cariati
dobbiamo fermare la sabbia -
Acacia, occorre vigilare -
sotto il vento feudale questo è il compito,

frusciare a ogni confidenza:
è amaro l'impegno del marxista.
Ma leghiamo leghiamo sussurrando mitemente:
la sabbia fugge, la terra rimane.

Sono un tronco o un ceppo?
Non è un destino il destino di un uomo.
Agguanto ed esultando lego -
l'albero buono stormisce, il paesaggio caro si allarga.

Stride il cielo cariato sui nostri villaggi
digragnando trasporta sulla collina
i nostri rami spezzati, gemono le fronde:
ma sotto la terra noi custodiamo terra calda.

Nel 1936-37 esce una nuova rivista degli scrittori di sinistra, “La bella parola” (Szép Szò): Jòzsef ne è uno dei fondatori e direttori. La delusione di un amore a cui si era aggrappato, la certezza di essere inguaribile dopo una serie di ricoveri, portano Attila Jòzsef al suicidio: si getta sotto un treno in un villaggio presso il lago Balaton, dove si era ritirato, a casa delle sorelle.
Poeta dalla metrica poliedrica, si addentrò nei fatti e nelle situazioni, patendo e gioendo, con percezione più acuta e più ricca di conseguenza, per sé e per gli altri.
Oltre a percepire le contraddizioni mortali della realtà, né rivelò l'armonia, riuscendo a vedere il mondo globalmente e non solo episodicamente. La fortuna (indispensabile nella vita), gli ha sempre girato le spalle, ma il “poeta proletario”, il poeta infranto, possedeva il dono di appartenere ad una stirpe divina.

Canto del Cosmo

Io sono un mondo altro e diverso.
La mia anima è terriccio di un satellite che ruota,
alberi di bellezza vi crescono gonfi di profumi,
la mia mente è una città rombante di macchine.

Sopra, frotte di luci lunari fluttuano
inebriate, allegre, come quando in un giardino
ali di lucciole vibrano per un bacio.
La mia fede oscura è un fiume sacro, vorticoso.

E il satellite gira, come di sera un cervello stanco.
Appena perde calore, precipita cadendo nella notte,
come versi che cadono nella dimenticanza.

Quando nei satelliti e nei mondi avanza il freddo,
il mio pianeta fiammeggia cupo, più bello,
accendendo la verità, una luce intatta, per il cosmo. 


Andrea Vollman

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