Venerdì, 23 Settembre 2016 17:11

Diario di un insegnante d’Italiano ai Tropici (Sixteen)

Conversazione con Chiara Mazzucchelli



Chiara Mazzucchelli è docente di lingua e letteratura italiana presso la University of Central Florida di Orlando. Si occupa di letteratura italiana dell'emigrazione e studi italoamericani e ha pubblicato "The Heart and The Island: A Critical Study of Sicilian American Literature" (SUNY Press, 2015). Dal 2009, è anche Editor della rivista accademica Voices in Italian Americana-VIA.

Lei dirige una delle principali riviste dedicate agli studi e alla narrativa italoamericani. Quali sono le soddisfazioni e le difficoltà maggiori di questo lavoro?

Voices in Italian Americana è una rivista letteraria a cadenza semestrale dedicata agli studi sulla letteratura e cultura italoamericana fondata nel 1990 da Fred Gardaphé, Paolo Giordano e Anthony Tamburri. Da più di venticinque anni, VIA pubblica saggi critici, racconti, poesie e recensioni di studiosi già affermati nel campo e di esordienti inediti e promettenti. Io mi sono affiancata ai “padri fondatori” in qualità di editor nel 2009 e ci avvaliamo di un gruppo di preziosi collaboratori quali Deborah Starewich (assistente editoriale), Fred Misurella (editor della sezione recensioni) e Peter Covino (editor della sezione poesia). Lavorare per una rivista come VIA, che da un quarto di secolo è specchio e prisma degli studi sulla diaspora italiana in Nord America, è un’esperienza davvero unica perché si ha la possibilità di entrare in contatto diretto con studiosi di tutto il mondo, non solo del campo degli studi italoamericani, ma anche di altre discipline connesse. Lo scambio di conoscenze e competenze che ne risulta è assolutamente straordinario e mi permette di conoscere e seguire in anteprima le nuove tendenze della critica e della teoria letteraria e di offrire a scrittori emergenti la possibilità di raccontarsi.

Definiamo la letteratura italoamericana.

Temo che non esista una definizione univoca. Per alcuni critici basta che il tema sia italoamericano per definire un’opera tale, al di là delle origini etniche o meno dell’autore. Per altri, le radici italiane dello scrittore sono condicio sine qua non per identificare e etichettare, per così dire, gli scritti appartenenti alla tradizione letteraria italoamericana. Per altri ancora la semplice appartenenza dell’autore alla comunità italiana negli Stati Uniti non soddisfa da sola questa legittimazione ed è necessario, piuttosto, che l’identità italoamericana si riveli in tutta la sua specificità nello stile o contenuto o temi dei prodotti artistici in questione.   

Quali sono gli autori, secondo lei, che meriterebbero un’attenzione particolare e magari una traduzione in italiano?

Alcuni autori italoamericani, come ad esempio Mario Puzo e John Fante, ma anche, in misura minore, Pietro Di Donato e Jerre Mangione, sono stati tradotti in Italia e sono letti, conosciuti e studiati. A me piacerebbe vedere più autrici italoamericane non solo tradotte in italiano, ma apprezzate per le loro straordinarie testimonianze letterarie. Penso in particolare a Carole Maso, Gioia Timpanelli, Louise DeSalvo, Tina DeRosa, Helen Barolini e Rita Ciresi, che sono solo alcune fra le tante scrittrici italoamericane che, sono certa, otterrebbero un ottimo riscontro fra le lettrici italiane, sia native che immigrate.  

Lei si considera italoamericana?

Sì! Vivo in Florida da 13 anni circa e nonostante i miei legami con l’Italia siano sempre rimasti saldi, ho stabilito dei solidi legami anche con la cultura americana. Insomma, mi sento di dire che oggi mi identifico con entrambe le culture e con nessuna delle due per intero. Mi capita ancora spesso di sentirmi una “straniera” negli Stati Uniti ma mi capita anche, sempre più spesso, di non sentirmi completamente a mio agio in Italia. Fa parte del gioco: non puoi vivere in un altro paese per un tempo così lungo e credere o, peggio, fingere di essere la stessa persona che eri 10, 20 o 30 anni fa!

Il suo legame con la sua terra, la Sicilia, è rimasto forte. Il suo primo libro, recentemente pubblicato da Suny Press (New York), si chiama The Heart and the Island: di che si tratta?

Nel titolo ho cercato di condensare in una manciata di parole tutto quello che ho letto sulla Sicilia e sulla realtà degli immigrati siciliani negli Stati Uniti e dei loro figli, nipoti e pronipoti. Noi siciliani abbiamo un rapporto particolare con la nostra terra. Da un lato, siamo fieri delle sue bellezze naturali, della nostra proverbiale accoglienza, della Valle dei Templi di Agrigento, di quella perla del Mediterraneo che è Taormina, dei nostri cannoli, arancini/e e granite. Dall’altro, però, bisogna riconoscere che la mafia con i suoi “cadaveri eccellenti”, la corruzione endemica, l’altissimo tasso di disoccupazione e tanto altro di cui siamo parzialmente responsabili anche noi, la rendono un paradiso maledetto! Insomma, è molto diffuso in noi siciliani questo rapporto di amore-odio nei confronti della Sicilia. Come diceva Sciascia, “Odio, detesto la Sicilia nella misura stessa in cui l’amo, e in cui non risponde al tipo d’amore che vorrei nutrire per essa”. Questi sentimenti vengono a galla nella nostra letteratura. Verga, Pirandello, Capuana, Sciascia e Camilleri sono solo alcuni degli scrittori siciliani che non hanno resistito alla tentazione di scrivere della Sicilia. Nel corso dei miei studi nel campo della letteratura italoamericana, mi sono accorta che anche molti scrittori americani di origine siciliana hanno sviluppato un rapporto particolare a distanza con la terra d’origine delle loro famiglie e ne hanno scritto in romanzi, racconti, poesie, memoir eccetera. Jerre Mangione, Gioia Timpanelli, Tony Ardizzone e molti altri scrittori americani si distinguono per un avere infuso un senso di “sicilianamericanità” nelle loro opere. Questi scrittori hanno in pratica ripercorso all’inverso il viaggio che ha portato i loro antenati da Palermo ad Ellis Island, lo storico porto d’approdo degli immigrati negli Stati Uniti. Per questi scrittori, però, si tratta di un viaggio letterario, che io ho intrapreso con loro da un punto di vista critico. Partendo da questa produzione letteraria, il mio libro analizza lo spazio che la Sicilia occupa nei cuori degli scrittori siculoamericani.

(Intervista di Emanuele Pettener)

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