Martedì, 24 Gennaio 2017 11:29

Si trattava (forse) dei Fratelli Karamazoffe In evidenza



Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Bruno Dakskobler, autore de La resipiscenza del tacco 12 (Meligrana/Priamo, 2016). Uno che potrebbe raccontarti di cinema e libri per ore, se solo gli piacesse parlare da solo.

Bruno, la tua potrebbe definirsi una commedia aeroportuale, un nuovo genere.  Qual è l'aspetto che più ti affascina di questo microcosmo, che hai vissuto nel quotidiano per diversi anni?

Be’, è un posto impressionante per la quantità e la qualità della gente che ci lavora, una fauna pazzesca! Un piccolo mondo, ci si diverte un sacco – poi purtroppo si lavora pure, ma amen. Ma anche il lavoro, in aeroporto, è particolare, qualunque esso sia: gli aerei e tutto quello che ci gira intorno sono ricchi di fascino e interesse per tanta gente. Così, avendo la fortuna di viverlo ed essendo discretamente grafomane, ho pensato che forse un romanzo ambientato in aeroporto avrebbe venduto milioni di copie e io me ne sarei potuto andare a Tenerife per il resto dei miei giorni, e ciao ciao aeroporto, con te ho chiuso finalmente! Perché poi, bello è bello, ma alla lunga gli daresti fuoco. Gli aeroportuali sono tutti terroristi ante litteram. Comunque mi mancano quasi un milione di copie per arrivare al primo milione. Ma ho più fiducia di arrivare lì che alla pensione.

La tua scrittura è rapida e leggera, ma non sfugge che si nutre di buone letture. Ci sono autori che ti hanno ispirato?

Un sacco! Ad esempio il richiamo continuo alle marche di vestiti o accessori è copiato senza pudore da Bret Easton Ellis. Alcune parole poi sono piccoli omaggi, mi viene in mente “cinebrivido”, che usa Burgess in Arancia Meccanica. L’uso prevalente dei dialoghi sulla descrizione invece credo di doverlo a Hemingway. E intere frasi del libro non sono altro che traduzioni di canzoni, pezzi straordinari come New York City Boy dei Pet Shop Boys oppure Hot in the City di Billy Idol. Avrei dato il nobel agli Smiths.
 
Ci sono autori che NON ti hanno ispirato?

Un sacco! Ma non è bene parlare male dei colleghi, casomai appena ho occasione magari glielo dico a voce, ecco. Tipo quella volta che ho incontrato Stephen King, era ad una cena di gala o di beneficenza, ora non ricordo, insomma mi avvicino e gli dico: “Stephen, guarda, grandi complimenti per La Zona Morta, un capolavoro, ma ti devo dire che Mucchio d’Ossa mi ha fatto due palle così...”, al che lui si è voltato, mi ha guardato con quei suoi occhi da spiritello pazzo e mi ha risposto: “Ma chi cazzo sei, tu???”. Però lo ha detto con rispetto, ecco, da collega a collega. Lo porterò nel cuore tutta la vita. Grande Stephen, grandissimo.
 
So che sei un lettore vorace. Cosa cerchi in un libro?

Cerco la voglia di andare avanti, di girare la pagina. Qualche tempo fa torno dalla libreria con gli ultimi acquisti, li poggio sul tavolino e mi stravacco sul divano. Poi li comincio tutti, erano cinque: apro il primo, leggo la prima pagina, metto il segnalibro, lo chiudo. Quindi attacco con il secondo: lo apro, leggo la prima pagina, metto il segnalibro (sono pieno di segnalibri!), chiudo. E così via, ma il quinto libro, uh, il quinto! Ad un certo punto mi son ritrovato a pagina trentatré - stava cominciando la partita e ho dovuto smettere, ma gesummio Fedor Dostoevskij sei una cannonata, te lo devo dire! Si trattava dei Fratelli Karamazoffe, mica un opuscoletto!
 
Cosa te lo fa chiudere dopo una pagina?

Sai, se la prosa è banalotta, se il vocabolario è striminzitino, se la trama è squacquerona, se l’argomento è irrilevante è dura andare avanti, durissima. La si può considerare una prova di forza, certo, per misurare il tuo temperamento. Ma è anche vero che la vita è troppo breve per leggere cattivi romanzi. Non sono per finirli a tutti i costi, ne ho lasciato lì più di qualcuno. Ad esempio Terry Brooks, altro best seller man, e la sua Spada di Shannara. Ricordo che gli ho scritto una lunga lunga mail spiegandogliene i motivi e lui è stato così carino da rispondere, poche parole, certo, ma pregne: “Who the fuck...???”
 
Hai lavorato in un aeroporto, hai scritto un romanzo ambientato in un aeroporto. È vero che hai paura di volare?

Una fifa matta di volare! Il problema è che non mi piace guidare e il treno mi ha sempre annoiato a morte, così per me organizzare un viaggio è un po’ un calvario. No, nemmeno camminare mi piace tanto e la bicicletta, fatalità, ha la gomma bucata. Stasera si sta a casa, via!, pizza e filmone, uh-uh, la mia serata preferita!


Bruno Dakskobler, veneziano, ha vissuto diversi anni della sua vita professionale all'aeroporto Marco Polo di Tessera. Da profondo conoscitore di luci e ombre di questo microscosmo, ne ha fatto teatro del suo primo romanzo, La resipiscenza del tacco 12 (Meligrana/Priamo, 2016).

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