Mercoledì, 06 Marzo 2013 09:49

Il duello

C’è stato tanto sole in questi ultimi anni che l’erba più forte si è nascosta più sotto; le pietre non fanno ombra, e anche i rettili si sono spostati in altre parti lontane.
Sui due fianchi della valle, parallela al percorso del sole, si sono calcinate le rocce ancor più rapidamente e sono bianche come nessuno le ricordava, così accecanti.
Nessuno si aspetta pioggia o altro che non vento secco e rovente, infatti i bambini non possono ricordare nuvole, l’acqua è solo quella calda raccolta nei pozzi. Si son dovute allungare le corde per raggiungerla; è buona, molto buona, anche se gialla e mescolata a sabbia. È così da anni.
Non c’è memoria che faccia accendere o rinascere desideri veri e forti. È così. Solo le parole sono rimaste, come fantasmi, o suoni. E tutti sono più vecchi; e i guerrieri molto stanchi.
Gli accampamenti sono stati rinforzati sui fianchi della vallata, e spostati sempre più in alto, non tanto per difenderci quanto per non dover attaccare. Ci vorranno anni perché i ragazzi crescano in età da combattere in campo aperto. L’addestramento è fatto in casa, o a caccia di animali, o in scaramucce senza morti né feriti, e molte grida.

Ci sarebbe da pensare persino ad una tregua concordata e lunga, almeno quanto la siccità; poi la pioggia, un giorno, porterà voglie diverse. L’acqua scorrerà per la valle, si riempiranno i pozzi, le vene profonde; i ragazzi saranno cresciuti e gli anziani li guideranno a morire.
O un esaltato griderà, anche prima della pioggia, una sfida, una minaccia a cui si deve rispondere.
Per il momento siamo più forti e le grida sono nostre, abbiamo rallentato i lavori di rafforzamento, per il caldo, la siccità, la stanchezza, una tristezza infinita e nuova per tutti noi, un futuro senza pensieri, eccetto l’inutilità.
I vecchi dicono di ricordare qualcosa di simile, ma ultimamente straparlano, e forse non è vero che ricordano. E non capiscono altro.

Poiché la siccità durava senza attesa di cambiamento, e la memoria di eventi recenti si faceva confusa o addirittura non nasceva, emersero fatti molto antichi e racconti che impressionavano i bambini. Questo è quanto cominciarono a trattenere in mente, come prima cosa che si ricorda poi da grandi.
La persona più presente nelle favole dette dai vecchi intorno ai fuochi dell’accampamento era Enghélados, il fondatore del nostro popolo. Col nome di Hyélados veniva chiamato chiunque avesse una corporatura molto al di sopra del comune, due volte più del naturale. Qualcuno ce n’era, di tanto in tanto, ed era considerato un discendente del padre della nostra tribù.
Enghélados, forse con la spada, altri dicono con la mano, di taglio, portava colpi portentosi che aprivano la montagna, con solchi che erano passaggi per carri e animali, là dove prima si scalava a fatica, un uomo alla volta.
Rimbombavano i monti e fremevano i boschi, fuggivano orsi e animali fulvi, rettili e nemici, vicini o lontani.
Era però ormai difficile spiegare perché ne avessero terrore gli uomini e le donne della sua stessa discendenza, e perché piangessero i bambini quando si sentivano i suoi passi, così pesanti che tremava la terra e i boschi erano attraversati da spostamenti improvvisi di tronchi che si piegavano insieme da una parte o dall’altra con disordine e frastuono sempre crescente.
Poi tutto il silenzio: gli uomini si guardavano, le donne stringevano i bambini, gli animali si leccavano guardinghi. Ma cosa vuol dire bosco, poiché non ce ne sono più a memoria d’uomo, e anche albero o cespuglio vogliono dir poco.
Per un tempo non calcolabile sembrò che Enghélados si fosse allontanato o che addirittura avesse fatto amicizia e patti con tribù distanti o nemiche. Non si capiva infatti perché i suoi colpi fossero di tanto in tanto contro di noi.
Qualcuno doveva averlo offeso, ma questo appariva subito improbabile. Chi, e in che modo, e perché un uomo piccolo, e insomma insignificante al paragone, poteva portargli offesa.
La ragione doveva essere stata un’altra, ma erano sorti riti propiziatori. E un buon segno fu quando nacquero, seppur con frequenza irregolare, uomini di doppia corporatura; anche una donna doppia nacque, un prodigio di forza ed eleganza, che però morì molto giovane, prima di partorire, col suo bambino. E questa era una ferita nella memoria.
Con la loro presenza, e il loro nome, il nostro popolo poté dominare a lungo molte grandi vallate, con alberi verdi.
Gli altri, quelli che ora stanno accampati in silenzio, a fuochi spenti, davanti a noi sull’altro lato della valle, non hanno mai potuto e non possono contare su nessun guerriero di tale prestanza. Però sono rapidissimi e maliziosi, veloci di gamba, di braccio e di pensiero; e noi da qualche tempo abbiamo avuto un solo Hyélados.
Il loro fondatore, vecchio quasi come il nostro, ci è ignoto, e pare sia sconosciuto in gran parte anche a loro, o era stato sempre molto riservato eccetto che con qualche capo o qualche sacerdote, che non hanno parlato.
Comunque sia attraversano valli e pietraie come noi, ma sempre con maggiore agilità: si vede da lontano. Sappiamo poco di loro. Quand’è, tutti siamo spietati nello scontro.
Il nostro Hyélados attuale, oltre alle dimensioni del corpo, non sembra proprio invincibile. La siccità lo ha colpito più di altri. Vien da dire che i suoi bisogni di umidità e di ombra sono superiori ai nostri.
Anche l’immobilità e l’attesa prevista e infine concreta del nulla lo hanno invecchiato e poi intristito. Percorre lentamente più volte al giorno, soffrendo senza una parola, i muretti che segnano l’accampamento, aggiunge qua e là qualche pietra che dopo rotola giù per la vibrazione dei passi. Riesce a intrappolare qualche topo, non spesso; li raccoglie più che altro, sfiniti e secchi, mangiabili tuttavia.
Questa sera deve essere successo qualcosa di nuovo nel campo dei nemici. Ci sono fuochi, e non ce n’erano mai; grida come un’eco lontana, che da vicino devono essere molto forti: loro, così silenziosi, direi discreti.
Da noi nessuno sembra dare peso a quella novità. Qualcuno, ridendo, ha supposto che abbiano scavato un pozzo così profondo da trovare acqua e forse vino. In tal modo si ubriacherebbero e noi potremmo prenderli di sorpresa. Se solo avessimo la forza di attraversare la valle e poi batterci. Con degli ubriachi.
E invece sono loro a venire da noi. Al mattino, in pochi, col sole sul fianco, e una luce così bianca da non fare ombra alcuna, mangiata dal caldo e subito coperta dalla polvere dei loro passi rapidi.
Alcuni di noi si sono vestiti di qualche straccio sformato dal tempo, con qualche bastone e ferri opachi come il cuoio della guaina che li vestiva, un tempo.
A distanza utile ci dicono che è ora di andarcene.
Rapidamente, che è piuttosto un modo di dire, è stato dato ordine a Hyélados di vestirsi e di impressionarli. Questa mossa doveva essere stata prevista; infatti i nemici, all’unisono, scoppiano a ridere.
All’ordine del nostro capo Hyélados si gonfia tutto, per quanto gli è possibile, e manda grida sconnesse che fanno poca eco; solo quando colpisce la terra col piede suscita vibrazioni ostili che fermano per un momento le risa. I colpi sono pochi e ripetuti a intervalli sempre più lunghi, fino a cessare.
Hyélados guarda il nostro capo; il capo lo interroga con lo sguardo, e lui mostra di non saper fare di più.
Un secondo gruppo di nemici, piccoli come ragazzi, veloci come gazzelle, direbbero quelli che una volta le hanno viste, arrivano dall’altra direzione della valle, risalendola come fosse la loro dimora abituale, con movimenti polverosi tanto da sembrare una nuvola.
Fanno qualcosa del tutto inatteso. Lanciano una quantità di pietre imprevedibili. La nostra avanguardia, un altro modo di dire, cade subito. Hyélados è sorpreso da solo perché si era isolato a sistemarsi una protezione di cuoio, viene circondato da un altro gruppo uscito dal nulla e dalla polvere.
Difficile dire per quante volte sia stato colpito. Una volta a terra, anche lui sembra basso per quanto esteso, e il corpo troppo pesante per rialzarsi in tempo. In due, con la sua stessa spada rugginosa gli tagliano la testa, o gliel’hanno staccata a colpi di bastone per poi lanciarla nel nostro pendio, sotto l’accampamento, prima di scomparire, come erano arrivati.
Non si era capito che il giorno era passato, che c’era stata una battaglia, e che avevamo perso.

Nella notte, con la lentezza obbligata, abbiamo raccolto tutte le cose. L’accampamento viene incendiato dal capo, che ordina la direzione dell’abbandono, prima di scomparire verso un’altra parte.
Qualcosa deve aver detto agli anziani, che ci stanno accompagnando, o seguendo secondo le loro forze, verso un posto che non conosciamo.

(racconto di Bruno Pompili)

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