Domenica, 28 Aprile 2013 18:59

Gli alberi in lontananza coperti di polvere

Quando Freya Stark si arruola come crocerossina non ha dubbi a scegliere le montagne italiane. Viene mandata sul fronte giuliano e arriva nella villa dei conti Trento a Dolegnano dove c'è la I Unità Britannica Ospedaliera in Italia diretta da Georges Macaulay Trevelyan, figlio di sir George Otto e pronipote del grande lord Macaulay, autore della History of England – a sua volta figlio di Zachary, il liberatore degli schiavi.
Villa Trento è un luogo importante e Freya lo capisce subito, il giorno in cui arriva. I di Trento sono una famiglia nobile di alto lignaggio che discende da Antonio Sartorelli, colonnello di Carlo V e luogotenente generale di Carlo di Borbone durante il Sacco di Roma del 1527.
Arriva in un mattino luminoso. È lì senza alcun piano in mente, nella speranza che l'ispirazione arrivi al momento giusto. È ferma sul bordo della strada e osserva gli alberi in lontananza coperti di polvere. Ha dormito poco la notte prima. Certi strani sentimenti la pervadono ancora come forze oscure e imprevedibili. Il vento le brucia la pelle e l'ampio, ondulato paesaggio si estende davanti a lei sotto il formidabile vigore della primavera. Il sole, velato d'una nebbiolina, è abbastanza caldo, e il gelo erompe dai suoi nascondigli più riposti.

I luoghi che vede non sono molto diversi da quelli della sua Asolo. I declivi delle colline, le case coloniche, i boschi, l'aria, anche i lanci di mortaio che si cominciano a sentire in lontananza sono gli stessi.
Sul breve tratto di strada che unisce il centro di Dolegnano all'ospedale incontra delle truppe che marciano sul selciato e osserva pensierosa la polvere che si solleva mossa dal vento.
È la guerra, pensa, la guerra vera, e lei ci è dentro.
La dolcezza dell'estate sembra però ancora offrirle un amichevole benvenuto e, mentre svolta nel viale della villa, avverte una specie di sollievo.
Oltre la strada c'è il brolo, circondato da un ampio muro merlato. Il cortile d'onore è delimitato da un basso muro e da una peschiera vuota. Doppie scalinate corrono tra balaustre doppie e, nascosta da un groviglio di biancospino, spicca una piccola staccionata bianca.
Da dove si trova si scorgono le siepi di bosso e di tasso del giardino disseminato di svettanti cipressi centenari e di marmoree figure mitologiche. A vederla così sembra un castello romantico, un luogo magico che pare aver assunto forma e colori dai libri di racconti e dalle fiabe.
Freya è affascinata dalla ricchezza della vegetazione. C'è tutto intorno una luce impareggiabile, incantevole e piena di promesse. In fondo al cortile c’è un capanno con della legna, qualche attrezzo e dei mobili vecchi. Dalla porta aperta si vede una sedia di legno a schienale diritto. Sparsi in giro ci sono materiali di copertura in latta e reti metalliche. Se disordine c’è, è calcolato, pensa.
Freya tiene ancora gli occhi levati verso la facciata della villa, quando un uomo dalla barba scura, le passa così vicino che i loro gomiti si sfiorano.
«So che lei è la figlia di Robert e Flora» dice. «Io sono un loro amico... John Galloway.»
Ma certo. Il poeta.
«Sì. Miss Stark. Salve.» Le tende la mano e le sorride. «Mio padre e mia madre parlano spesso di lei» aggiunge Freya. «E ovviamente ho letto le sue ultime poesie pubblicate.»
«Se ne avremo l'occasione le farò leggere qualcosa di italiano che ho composto qui ai piedi dell'abbazia di Rosazzo... Qui il tempo per scrivere non mi manca.»
Chiude gli occhi e rimane immobile per un attimo, poi li riapre. Ha il viso stretto e pallido, e i suoi capelli hanno un intenso luccicore metallico. Nelle poesie che scrive, pensa Freya, sa raccontare soltanto la sua vita, ma la sua vita è appassionante e lui la racconta bene, con uno stile semplice, concreto, senza tanti inutili vezzi.
Ha un anello d’oro con i simboli di una loggia massonica. Il compasso e la squadra sovrapposti stanno a significare l’interazione tra cielo e terra. È l'emblema di un’appartenenza di secondo grado alla corporazione dei Costruttori, un gioiello realizzato a Birmingham nei primi anni del Novecento.
John Galloway le racconta di truppe che appaiono e scompaiono, di uomini che ritornano sconfitti e sciancati, di relitti umani tolti di mezzo per fare posto ai nuovi.
Mentre Freya e John parlano fra loro, arriva dalla villa un uomo che cammina lentamente con delle stampelle. Porta un'uniforme e una borsa a tracolla. Non si riesce a vedergli il viso, perché guarda in basso, mentre scende lentamente i gradini. È vecchio, pensa Freya. Una gamba dei pantaloni è appuntata in alto e pende per un tratto, vuota. Quando ha finito di scendere i gradini, alza lo sguardo. Ha il viso, magro e pallido, gli zigomi alti e lo sguardo vitreo che ti viene quando hai la morfina in corpo.
Freya si sente invadere da un’immensa ondata di pietà, lo guarda e vede il dolore che prova, ricorda a se stessa che non è in grado di comprendere la sua ragione e la sua storia. Pensa che forse sarebbe meglio non sapere, che forse non si dovrebbero provare troppe sensazioni. Pensa che la guerra è un abominio e sembra essere lì da un'eternità.
Così pensa, Freya, e conta i respiri, li prolunga, si concentra sul percorso dell’aria, dalle narici al basso ventre e ritorno. È intimorita, ha un sussulto di paura. Il cuore le palpita ancora; si sente la gola stretta.
Un lieve tintinnio, intanto, risuona come l'eco lontana di un corno in una valle. Si sente, da lontano, il rombo sordo delle colonne di veicoli diretti a nord.

(Racconto di Marco Crestani)

 

 

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