Venerdì, 10 Maggio 2013 09:34

A nome di Calipso

Non so se col tempo il nome abbia importanza. Io sono stata detta in molti modi, e non sono sicura che tutti fossero veri.
Poiché sto parlando per nome di un’altra, sarà bene che io mi dica Circe con chiarezza. Mi hanno attribuito trucchi e filtri, di cui in realtà so poco. Le parole le so dire chiare, non tanto per quel che riguarda me, ma per lei che me le ha affidate.
Non le avevo chieste, però evidentemente aveva bisogno di dirle dopo essersi ripresa dal viaggio, dalla lunga stanchezza e dalla confusione del suo destino: ne aveva gestito solo una parte.
Dopo aver vomitato per un intero giorno e un’intera notte, mi sorrise.
Non sapendo nulla di lei, aspettavo; ma un segno buono si può scambiare, soprattutto se sei abituata a stare da sola.

Si era molto spaventata, così si spiegò, alterata senza ragione, secondo me. Il vomito era cominciato dopo il suo arrivo mezza giornata, e più di questo mi preoccupavo che non della stanchezza.
Me lo disse. Aveva notato un pezzo di imbarcazione, un rottame da naufragio fra le pietre della mia scala che dal mare porta alla casa. La tempesta lo aveva infisso con un colpo d’onda, che quella volta risuonava fin sulla montagna come quasi mai avrei risentito in seguito.
Lo riconobbe e vomitò. Infatti era un relitto, un frammento della barca, una zattera piuttosto, di uno che conosceva; era lo stesso che poi aveva passato un suo tempo – non un mio: che difficilmente si altera o passa – in questa abitazione, con alcuni compagni, poco raccomandabili, per il comportamento avuto con le mie serve.
Era dunque quell’Oudìs di cui si interessavano spesso gli dei, che lo spostavano qua e là a capriccio facendogli credere a certi sogni, convincendolo soprattutto che lui volesse tornare a casa. Io non l’ho creduto; non me lo ha dimostrato; né mi convinco facilmente a parole: i fatti dicevano altro.
Non parlo del primo impatto, perché capisco che dopo tanto viaggio e pericolo si buttassero con angoscia sulle ragazze e Oudìs con me. Ma dopo, giorni, potrei dire mesi, a volte mi sembrano anni, perché io vivo tutto al presente, dopo, era rimasta questa angoscia opprimente, e spesso fastidiosa: più per me che per loro e per le serve. Oudìs andava addomesticato, e si calmò.

Quando se ne andò, dicendo che aveva sentito delle voci, che lo chiamavano, e che era venuto nella notte qualcuno a svegliarlo e a portargli messaggi, non avevo posto ostacoli. E anzi gli suggerii di andare da un indovino, benché difficile da raggiungere, che lo liberasse, se possibile, dai compiti sovrumani che lui da solo si dava, o s’immaginava, che è la stessa cosa. Lo avevo fatto aiutare a costruire una buona imbarcazione e gli diedi le provviste giuste per un lungo viaggio, se mai lo avesse compiuto.
Quando se ne andò, dicendo quel che diceva, era stata una liberazione. Così legato al tempo, alle cose, ai discorsi, Oudìs non poteva proprio adeguarsi a me e alla mia casa, che copriva un intero promontorio, e giardini scalinati dall’apparenza infinita.
Ascoltai con curiosità Calipso, che era partita per cercarlo, seguendo le stesse tempeste che vengono sempre verso qui, e mi sembrò veramente esagerata. Lei meritava molto; la persona che cercava, ben poco. Ma per quanto casuale, io fui un buon approdo, anche per lei. Ci meritavamo.

Quando si fu riposata e adeguata, la sua bellezza fece luce, e fermava il movimento delle stagioni; diminuirono a lungo i venti e restarono più basse le onde; feci aggiustare l’insenatura e le pietre per scendere alla quiete delle grotte marine.
Calipso veniva da molto lontano, un luogo dove si nascondeva e non veniva trovata, non perché lei lo volesse, ma doveva farlo per un ordine che le avevano dato o si era imposta senza capirlo.
Quel che veniva detto di lei in alcuni porti e paesi era vero, e la sua assenza aumentava le parole. Qualcuno, più timido o più astuto, diceva che non esiste. Non si arrestavano né i racconti di viaggio, né i segni dei naufragi; sempre qualcuno partiva, il più delle volte di nascosto, per trovarla.

Bastava seguire il tramonto, perché quella era la rotta.
Ma il sole fuggiva irraggiungibile, fino al momento per i naviganti di riprovarci quando tornava dopo una notte lunga. Comprendendo che era inutile, o una corsa improponibile, si imparavano però limiti e testarde illusioni.
Calipso abitava alle porte del mondo, quella soglia che assorbiva i desideri e ogni attenzione; così era lei ad essere dimenticata, e a quel punto non più cercata.
Solo dopo aver fallito l’attraversamento delle porte, per una debolezza chiamata paura o per venti indomabili, tornava in mente l’altra meta, evanescente per un tempo, che era l’impronunciabile bellezza di Calipso.
Io che l’ho vista posso confermare che le parole non si dicono, non possono proprio essere usate. Allora si può soltanto essere concreti e ordinati, affermare con segni semplici le parti del tutto.

Enumerare, resta l’unica possibilità, denominando gli occhi, i capelli, le incavature ombrose, le pianure e i fiumi, i monti e i laghi del suo corpo, i movimenti docili e i sussulti della sua corsa a sempre nascondersi per non essere mai presa. E come tralasciare i vulcani, che potevano essere sorvolati da aquile e usignoli. Le gambe che si allungano come polipi prima di unirsi in un’unica coda di sirena, che si scioglie cantando nei giardini della mia reggia.
Nessuno, né quelli che l’hanno cercata, potevano capirla, e per questo non la trovarono.
La bellezza davanti alle porte del mondo non apparteneva né al luogo lasciato alle spalle né allo sguardo puntato altrove. L’inesistenza dominava i sogni.
Calipso sapeva e mi ha detto il suo luogo, nel caso fosse ripartita e avessi voluto raggiungerla, forse trovarla di nuovo.

Era lì dove il mare diventa troppo lontano per andarci, o se trascinati, è ancora mare fino alla linea poco prima invisibile dove precipita d’improvviso e poi risale con pari forza.
Così inesistente di fronte alle porte, così ignorato, chi ci provava tornava indietro terrorizzato; poi non parlava quasi più, e aveva un’aria sperduta, silenziosa, fatta di occhi liquidi e assenti.
È allora che le era consentito mostrarsi, per un tempo limitato, e accogliere i naufraghi, che dovevano rimettere in ordine la memoria antica, le parole, e ripristinare i sogni, con l’obbligo di dimenticare la realtà di Calipso e descrivere un luogo fatto solo di vento e di nebbie.

Avrei voluto trattenerla, perché avevo molto da imparare, e anche mostrarle per parte mia l’errore o il malinteso o quanto fosse stata contagiata dal destino degli altri, quelli che lei aveva soccorso, e che aveva l’ordine di lasciar partire o di cacciare.
Non doveva seguire Oudìs, l’ho detto chiaramente, ma la fortuna è stata mia, in questo incrocio di sogni, di quelli che appena apri gli occhi si disperdono, e invano cerchi di riannodarli chiudendoli nel buio. Il momento successivo, il più grave, è quando li dimentichi.

Per adesso Calipso è ancora qui che ogni tanto mi parla e mi racconta.
Io possiederei, per fama, delle presunte arti e qualità, infatti stento a crederci io stessa; ma una cosa mi riesce naturale, ed è sapere, e come dirle, le linee del futuro, senza essere un’indovina.
So persino che Calipso mi disorienterà, ma il mare è pieno di percorsi, anche verso dove il sole sale, così apparentemente privo di porte.

(Racconto di Bruno Pompili)

 

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