Lunedì, 24 Giugno 2013 08:02

Non avere paura dei libri

È necessario trovare le parole giuste per parlare di Non avere paura dei libri di Christian Mascheroni (edizioni Hacca). Perché quando si ha a che fare con una storia privata, si ha sempre il timore di dire qualcosa di sbagliato, che in qualche modo la banalizzi.
La casa che Christian ci racconta è quella della sua infanzia, adolescenza e prima maturità. È la casa condivisa con Eva e Gino, i genitori: Eva, la «viennese», che nel corso della trama diventa tante cose, ma che, soprattutto, è colei che insegna al figlio che dei libri non bisogna avere paura, poiché capaci di emancipare da una realtà spesso troppo difficile da sopportare; inoltre, per quanto un libro possa apparire ostico e impenetrabile, esiste sempre una via per carpirne il messaggio, basta cercarla. Poi c'è Gino, il pompiere, l'uomo che tenta di riempire il vuoto interiore della moglie, senza riuscirci fino in fondo.

Sin dalle prime pagine di questo libro, infatti, si capisce subito che c'è qualcosa di sbilanciato, che non funziona. In casa Mascheroni si respira amore, complicità, sincero affetto per i libri e il cinema, e tutto viene contaminato dalla leggera pazzia di Eva. Eppure, più si prosegue, più l'irrequietezza della donna viene a galla: il suo alcolismo e l'assunzione di pillole diventano la parte più concreta e visibile del dramma, anche se ciò che più tocca è la sua scissione intima, quasi impalpabile, eppure presente. Eva, che nei libri, nel bene o nel male, ritrova la sua esistenza; Eva, che per carnevale cuce al figlio un costume da spaventapasseri, ispirandosi a Il mago di Oz; Eva, che nasconde le bottiglie e le pillole sotto il letto, negli armadi, fra i maglioni; Eva, che balla con la musica a tutto volume, senza curarsi dei vicini. È sempre lei, Eva, a catturare l'attenzione durante la lettura, a spingere il lettore a chiedersi dove finirà questo suo vagare senza meta, interrotto da brevi momenti di sobrietà ed equilibrio. E c'è lui, Christian, che vive questo contrastato rapporto con tutto l'amore che un figlio può provare per una madre e, contemporaneamente, tutto il rancore e la frustrazione di non sentirsi sempre all'altezza dei suoi bisogni, capace di colmare, con la sola presenza, le fragilità del genitore.

Leggendo Non avere paura dei libri pensavo a quella frase che diceva: «Con un libro al capezzale, anche la morte è una tenera amante». Anche se i libri non lo hanno preparato agli addii, comunque sono presenti negli attimi più tragici della vita dell'autore. Confesso di avere pianto per la malattia di Gino, di avercela avuta a morte con Eva, eppure, di averla anche molto ammirata; ho provato pena per Christian, ma pure gioia per i suoi attimi di inattesa felicità e per i suoi successi. Non avere paura dei libri non è solo la storia di una famiglia, è anche la testimonianza di un amore profondo, quello di Eva e Gino, capace di tenere uniti i pezzi, e quello per i libri, che regalano alla famiglia Mascheroni un terreno neutrale e comune nel quale incontrarsi, per conciliare le diversità, la rabbia, le parole non dette.

A otto anni avevo un'amica il cui padre aveva una libreria molto fornita. Quando andavo a trovarla, speravo sempre che mia sorella si mettesse a giocare con lei al posto mio, così mi sarei potuta sedere tranquilla in disparte, a leggere quel libro sui miti greci che mi appassionava tanto. Spesso mi rivedo così, piegata su quel mattone, mentre mia sorella e la mia amica giocano a pochi metri da me: io neppure le sentivo, perché è come se fossi stata altrove, in un altro pianeta, in un'altra dimensione. È questo ricordo che mi accompagna quando le cose non vanno come vorrei, quando l'entusiasmo non sembra essere sufficiente, quando qualcuno mi dice che con i libri – e la cultura più in generale – non si mangia. Uno scritto come Non avere paura dei libri non può far altro che rinnovare questa passione, perché i libri possono essere ignorati o far paura solo a chi non ne riconosce e ne apprezza l'intrinseco valore di ridare vita a ciò che sembra essere perduto, distrutto o finito.

(di Elena Spadiliero)

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