Martedì, 01 Ottobre 2013 15:26

Passo del Rombo

Ero convinto che sarei morto all’improvviso, e ci pensavo sempre quando mi mettevo a letto. Questo tuttavia non mi turbava più, aveva anzi un effetto singolare che non è facilmente spiegabile. Mi sentivo come se fossi un sopravvissuto, e in qualche modo vivessi una vita postuma. Non dormivo più con la luce accesa, e da molti mesi avevo smesso di ricordare i sogni.
Sdraiato sul letto, ascoltavo la pioggia battere alla finestra. Mi domandavo quando sarebbe cessata, e se il mattino dopo avrei avuto voglia di una camminata lunga o breve.
Per prima cosa quella mattina mi resi conto che stavo prendendo un raffreddore. Il cielo era minaccioso e nero e mi infilai in un bar dove mi ingozzai di caffè e biscottini al miele per togliere il freddo e l'umidità dalle ossa e prepararmi alla grande salita che avevo in mente di fare.

Era il mio primo giorno di vacanza e avevo sentito di una miniera in un bosco dimenticato che era famosa non tanto per i tesori nascosti quanto per i sogni che suscitava. La chiamavano taverna scura del santo e si trovava in Val Passiria, un luogo inesauribile in fatto di storie, ma anche un luogo dove annotare i pensieri, le osservazioni e le domande.
Ogni volta che pensavo a quelle montagne l’aria sembrava avere un sapore dolce, come di fieno lasciato al sole sui prati.
Praterie alpine, masi secolari, ponti in legno, mulini ad acqua, villaggi minerari, vecchi opifici per la lavorazione del loden... La Val Passiria era il mio chiodo fisso, una specie di ossessione. Forse per questo lanciai un’occhiata languida alla barista e d’improvviso decisi di andarmene via. Avevo appena cominciato a scaldarmi, e non volevo sprecare quel momento di ispirazione.
La Dyane era parcheggiata in divieto di sosta davanti a un distributore automatico di bevande con il marchio della Coca-Cola ed era ricoperta da uno strato bianco di polvere così spesso che non si distingueva quasi più il colore originale. Anche il parabrezza era invaso dalla sporcizia, quindi doveva esser ferma da molto tempo.
Mi tolsi gli occhiali da sole, li infilai in tasca e mi aggiustai il berretto da   baseball. Finalmente sono al punto di partenza, pensai.
Misi in moto la dea e mi avviai verso l'autostrada.

Si sentiva il rumore dei pneumatici bagnati in movimento. La pioggia cadeva e cessava a intermittenza. Il vento quella mattina tirava furioso di poppa e, senza spingere troppo il motore, sfrecciavo veloce incontrando autotreni a rimorchio che correvano sparati a sud mentre i camionisti nelle cabine parlavano tra di loro sulle radio CB di bordo.
Fuori dall'autostrada m'inoltrai, poi, lungo stradine secondarie finché il cielo cominciò ad aprirsi e la bruma a svanire. Trento e poi Salorno, Egna, Ora, Bolzano e Merano... Boschi di pini cembri, abeti rossi, frassini, erti pendii, pascoli in fiore, anguste valli brumose, montagne verdi, grigie, bluastre e nuvoloni paffuti... Il sole mi colpiva gli occhi e vedevo le macchie blu e rosse di quando si guarda una lampadina.
La strada cominciò a serpeggiare senz'alcun motivo apparente. I fianchi delle montagne lungo la strada erano bucherellati dalle gallerie di accesso alle miniere ormai abbandona te.
Presi una strada non segnata sulla carta in direzione del passo del Rombo che un tempo, forse, era stata un sentiero per le mucche.
I boschi si stendevano luminosi come seta e si chiudevano intorno ai loro innumerevoli viottoli verdi.

A un certo punto il motore cominciò a fare dei rumori strani, e mi accorsi che la benzina stava per finire. La Dyane proseguì in salita per parecchi metri ancora, e poi si fermò.
Quando uscii fuori per controllare la situazione, capii che ero fermo su una strada scoscesa fiancheggiata da alberi e arbusti e lì vicino c'era una grande e strana cancellata di legno che sembrava messa lì per caso.
Oltre il cancello un campo si incurvava all'ingiù bruscamente, tanto da uscire fuori dalla mia visuale. Al di là della cima del campo, un po' più avanti, in lontananza, c'era un piccolo paese, forse solo una contrada.
Attraverso la foschia riuscii ad intravedere il campanile di una chiesa e, attorno, qualche grappolo di tetti dalle tegole di ardesia, mentre qua e là, dai comignoli, si levavano fili di fumo bianco.
Ogni tanto mi fermavo in ascolto e avevo l'impressione di trovarmi in sospeso nel vuoto.

Mi ritrovai su un sentiero lastricato che scendeva verso un grande prato, e fu proprio mentre discendevo lungo quel sentiero che incontrai un vecchio che parlava da solo, canticchiando e sferzando l’erba alta col bastone. L'uomo era sbucato da una curva a pochi metri di distanza davanti a me, e pungolava con gesto solenne tre vacche more con un atteggiamento che definire statuario forse è poco.
Aveva i piedi calzati dai sandali, una specie di camicia di tela rimborsata alla cintura e un cappello di paglia a forma di cono trattenuto al collo da un soggolo.
Quando fu accanto a me, sgranò gli occhi stupito: non si aspettava proprio di trovarmi lì.
Ci salutammo e mi colpì molto il suo sguardo diretto, oltre che la sua voce suadente e sonora.
A un certo punto mi guardò attentamente e mi disse:
«Come mai si trova da queste parti, amico mio?».

Il tono gentile  di quelle poche parole mi colpì vivamente, ma si trattò di un'espressione che svanì subito, cancellata nel mio animo da mille altri pensieri.
«Forse è passato a trovare Andreas Hofer?».
Parlava quietamente, senza inflessioni, ma per alcuni secondi non capii  quello che stava dicendo. E quando lo capii, pensai che mi stesse prendendo in giro o mettendo alla prova.
Gli spiegai la mia situazione il più succintamente possibile, aggiungendo che mi sarei sentito estremamente grato se fossi stato indirizzato verso una buona locanda. A queste parole scosse la testa dicendo: «Temo che una locanda come quella che voi cercate non esista in questa contrada, signore.»
Mi sorrise in modo strano, allargando il grosso naso piatto e ritirando le labbra così da mostrare quei suoi enormi denti bianchi fino all’orlo delle gengive rosa e lucide come bastoncini di zucchero. Sembrava quasi derisione. Ma dietro quell’ampio sorriso si notava che era a disagio.
Mi disse che la cosa migliore sarebbe stato tornare verso San Leonardo per mezzo di un vecchio sentiero poco distante da dove ci trovavamo e che solo lì avrei trovato da dormire per la notte.

M'incamminai allora per un ampio sentiero delimitato da una vetusta recinzione mezzo sommersa di filo spinato arrugginito e, mentre camminavo, ascoltavo i suoni del bosco e una specie di mormorio che aveva qualcosa di familiare. Gli alberi s'inarcavano e s'intrecciavano nella simmetria più perfetta e su ogni lato si notavano ingombranti radici e una vegetazione decisamente insolita. Dalie, calendule e cosmee fiorivano tra le pietre e degli strani fiori rossi formavano una specie di tappeto come se preparassero la passerella a un visitatore d'eccezione.
A un certo punto sentii un suono provenire dall'interno del bosco: come un debole bussare, seguito da una voce bassa. Mi voltai a guardare, restando in ascolto, ma non accadde nulla.
Ci fu un lungo silenzio. Poi, quasi in un sussurro, parlò una voce. «Sono qui», disse.
Acquattato accanto a un grosso abete c'era un uomo barbuto con una camicia sporca e un ginocchio nudo che sbucava dai jeans. Si lisciava i folti baffi cespugliosi e mi fissava con sguardo svagato e con una strana fissità, come nessuno mi aveva mai guardato prima di allora. Avevo l’impressione di averlo già visto, ma non ricordavo dove... C’era qualcosa nei suoi occhi… dicevo fra me, ma non riescivo ad andare oltre, un po’ perché non volevo attirare l’attenzione, e un po’ perché non ne ero veramente sicuro.
«Io non accuso nessuno, non accuso nemmeno il cielo... Ma c'è un motivo... c'è una ragione...», borbottò a un certo punto quasi fra sé.
Per un attimo rimasi lì senza riuscire a capire che cosa stesse dicendo. Poi pensai che doveva trattarsi di una qualche forma di scherzo e mi sforzai di sorridere.
«Deve esserci una ragione, per forza...», dissi a mia volta in tono scherzosamente complice.
L'uomo sollevò il viso, mi sorrise e fece un cenno col capo come per dirmi: è tutto a posto, stai tranquillo.
«Ti resta solo da attraversare la breve pianura e il bosco di betulle. Poi una bella mano carezzerà il tuo collo lucente e in una calda scuderia mangerai in abbondanza orzo perlato e avena...», disse poi l'uomo con un tono cantilenante.
Non riuscivo a capire dove volesse andare a parare, se citasse qualche vecchio film o un proverbio venuto da chissà dove, ma mi divertivo a seguirlo in questo suo strano modo di esprimersi.
Con un gesto della mano mi fece segno di seguirlo. Uscì dal suo nascondiglio e mi accompagnò lungo uno stretto sentiero, a passo lento, come se ci stessimo godendo una passeggiata in piena libertà.
La distesa boscosa era quieta e placida e l’aria vibrava piacevolmente. Costeggiammo un pendio boscoso che nascondeva una stretta gola e Tino –  questo era il suo nome – mi raccontò dei vecchi contrabbandieri del passo del Rombo facendomi ricordare svariate cose che avevo completamente dimenticato e diversi particolari che, considerati in una luce nuova, mi parvero in quel momento importanti. Erano storie curiose e alcune erano talmente straordinarie da lasciare a bocca aperta.

Il passo del Rombo veniva allora chiamato "passaggio segreto nelle Alpi" ed era il collegamento più breve fra Merano, l'antica capitale del Tirolo, e il centro di potere dell'alta valle dell'Inn con il monastero cistercense di Stams e il tribunale di St. Petersberg. Questo valeva anche per il monastero di Frauenchiemsee, che possedeva diverse fattorie e malghe nella Ötztal, nella val Rombo e vigneti in Alto Adige. Anche la miniera del monte Schneeberg, che attorno al 1600 contava più di un migliaio di operai, veniva rifornita dalla valle di Ötz, in particolare di burro concentrato.
Tino ora si esprimeva con una voce normale e ben modulata, usando tutti i toni e le sottili sfumature che prima erano assenti.
Mi raccontò di aver ricevuto un'educazione cattolica, ma che non era mai stato troppo osservante: oltretutto, aveva qualche credenza tutta sua, non proprio ortodossa, come la reincarnazione.
Si era convinto di essere lui stesso protagonista di una sorta di reincarnazione. Mi disse che dopo essere stato colpito da un fulmine aveva subito una metamorfosi e ricevuto un dono speciale, una missione – quella di ricordare a memoria frasi di libri. Non frasi qualsiasi, ma frasi nate dal ritmo con parole in grado di illuminare e rivelare. Frasi sempre necessarie e sempre insufficienti che Tino trovava solo leggendo.
Aveva cominciato a leggere ogni cosa che era riuscito a trovare sul potere, meraviglioso e terribile, dell'elettricità ad alto voltaggio e da queste letture era passato a certi autori classici come Flaubert, Joyce, Kafka e Giacomo Leopardi, di cui aveva scoperto una certa giocosa ironia e tanta leggerezza di tocco che lo aveva conquistato.

Con Tino camminammo poi in silenzio attraverso il bosco finché incontrammo un tratto di sentiero, ampio e ben tracciato, che correva ai piedi di una grande roccia. Lì voltammo a sinistra e ci dirigemmo verso delle vecchie case abbandonate che spuntavano da una sponda scoscesa coperta di aceri e betulle sia bianche che dorate. Proprio quando il sentiero cominciava a curvare verso l’interno, trovammo una pietra larga e piatta che spuntava dalle felci. La maestà di quel panorama mi riempì di una gioia misteriosa e Tino riprese i suoi racconti come se non ci fosse stata alcuna interruzione.


(Racconto di Marco Crestani)

 

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