Giovedì, 03 Ottobre 2013 08:30

Elena si orienta

Pochi si sono chiesti cosa è successo dopo. Il prima è stato raccontato, ma nessuno è mai venuto a chiedere il mio parere e la mia memoria. Né sulla vita precedente la caduta della mia città d’accoglienza, né dopo sul lungo sentiero dei ricordi vagando da reggia a reggia, più come schiava che signora. Benché nuova sposa di re.
Nessuno mi ha chiesto conto di qualcosa, come se fosse una cosa normale o consueta la fuga dalla mia casa con un altro uomo. E forse era così; io invece mi sono data delle colpe e dei pentimenti; io stessa mi figuravo dei processi, degli insulti (qualcuno c’è stato), degli schiamazzi fuori delle porte persino del mio attuale palazzo. A nessuno importava niente. Non una parola di curiosità del mio recente sposo; mi terrebbe allora come un trofeo, senza pensare che nel nostro letto posso trapassarlo a piacimento. Non ero famosa per aver organizzato già una fuga, più abile di Medea e senza sangue?
Le domande bruciavano solo sugli occhi delle donne; che trattenevano le parole lontane dalla voce.

A Ilio non sono mai stata guardata con un risentimento, neanche dalle vittime o da qualche sopravvissuto poi incontrati qua o là.
Andromaca, forse la più provata delle nuove schiave, e altre poche, avevano sempre l’aria di dirmi: ne valeva la pena? sapevo io dunque così poco degli uomini?
In fondo eravamo tutti prigionieri di una favola recente, dove non eravamo personaggi e però ciascuno ne subiva conseguenze e differenze di destino, vere o raccontate.
Quando le navi del mio popolo erano venute a cercarmi, a prendermi, solo qualche rematore pensava a me. Mio marito, il mio re, si chiedeva, lui per certo, se ne valeva la pena. Tutti dicevano di sì, ma non è a me che pensavano.

I guerrieri erano soddisfatti perché quello sapevano fare, combattere no? Mio cognato non vedeva l’ora di comandare e di andarsene da casa, così piena di fantasmi e di contrasti insoddisfatti: l’avevo provato io quel palazzo.
Altri erano soprattutto dei migranti, disposti a tutto per nuove terre e nuovi commerci, prima di spingersi ancora più oltre. Pochi erano tristi, inconsapevoli, disorientati; gli indovini ridevano di nascosto, insieme agli dei.
Gli eroi, cosa dire. Dirò di Achille o di Aiace: potevano uccidere tanti nemici ma non avrebbero mai conquistato una città. Oudìs, mi faceva paura già solo l’idea che ci fosse. La sua lucida ferocia. Mi avrebbe sgozzata dicendo che non mi aveva mai vista. Lui che ci aveva provato con me, ospite a casa mia. E io non parlai. In quel tempo provavo ancora vergogna.
Vedo i loro accampamenti pieni di fanciulle rubate e ancor più di ragazzi allevati. Oudìs, con quel muso lungo, sempre gli occhi perduti lontano, accompagnato solo da una possente guardia e da una donna matura. Questo lo tranquillizzava, di giorno e di notte. Eh sì, le notizie arrivavano facilmente dal campo alla città.
Il mio nuovo popolo si batteva perché non poteva farne a meno. Gli altri avrebbero vinto, in un modo o nell’altro, ma allora non era cosa certa. È oggi che lo dico, dunque nessuno mi chiamerà indovina; ma mi sarebbe piaciuto.

Ora sì, Cassandra sì, che gran donna, lei che non aveva amanti per il terrore dell’infelicità, mi guardava e capiva. Non voleva dire nulla, da tempo preferiva non parlare. Ora sì la ricordo bene.
E poi io. Così inutilmente bella ancora.
Perché la grande bellezza dovrebbe essere chiamata divina? Come dire inimmaginabile; tanto quanto nessuno ha visto gli dei, e ha attribuito loro immagini perfette di uomo o di donna. Che inutile mancanza di logica, che sciocca presunzione, ma soprattutto nessuno immagina mai qualcosa che non abbia già visto o non sia già accaduto.
Ho avuto anni per diventare grande, tanta solitudine nelle torri di Ilio, le mie gravidanze tristi di cui non resta niente, altri anni per vedere il mondo, ormai con occhi sbagliati, dalla esperienza.

(racconto di Bruno Pompili)

 

 

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