Mercoledì, 09 Ottobre 2013 15:59

Una cena in compagnia

Ho deciso di cenare in una trattoria, dove mi ero già recato un paio di volte. E’ accogliente, famigliare, e poi alcuni piatti non li trovi così facilmente da altre parti. Ho scelto polpette con purè di contorno e un bicchiere di vino rosso.
Non disdegno mangiare da solo; per molti è quasi un sacrificio.
Al tavolo di fronte siedono padre, madre e figlio affetto dalla sindrome di Down e sotto il tavolo è accucciato un cane. Da alcune parole che scambiano con il proprietario del locale, capisco che vengono da Rovigno, in Istria, un tempo italiana, oggi terra croata.
Il ragazzo ha un’età indefinita, ma non è giovane e come tutti quelli affetti da quel tipo di sindrome, ha gli occhi che ricordano il taglio orientale.


Spesso sono ostinati ed esigono affetto, perché nel darlo sono generosi. Di fronte a me, vedo un essere indifeso, che ha bisogno di tutto, eppure forse per questo, emana un senso di purezza e innocenza simile a quello dei cuccioli di ogni specie, compresa l’Umana. I genitori hanno un bel portamento, ma sui volti, soprattutto della madre, è visibile un impercettibile velo di tristezza, consueto in chi porta sulle spalle, pur con dignità, il peso di una sofferenza quotidiana.
Al tavolo a ridosso della parete alla mia sinistra, altre persone. Di tanto in tanto incrocio lo sguardo con una di loro, una giovane donna, minuta nelle fattezze, con i capelli corti e due grandi occhi blu. Sorridente anche quando non sorride, è di un candore che la rende bella anche se a prima vista il suo aspetto è comune.
Su quella stessa parete è appesa una foto incorniciata dei giudici Falcone e Borsellino. E’ la fotografia maggiormente riprodotta dei due eroi, nella quale Falcone, con un sorriso sornione, bisbiglia qualcosa all’orecchio di Borsellino, che sembra stia per esplodere in una risata. Chissà cosa si dissero in quel momento di serenità.

L’ambiente è arredato di innumerevoli oggetti: piatti colorati, bottiglie di vino, fotografie sbiadite di probabili bisnonni e bisnonne, e dietro al bancone principale una specie di documento che attesta il passaggio di Hemingway nella trattoria.
Hemingway contende a Garibaldi e Napoleone la frequentazione di ogni possibile luogo. Al mio stesso tavolo, e la cosa non mi dispiace, siede una persona che non conosco, (è uno dei pregi del locale). Non ha un aspetto raffinatissimo, è rubicondo e ispira simpatia. Tiene il suo telefono accanto al piatto, e sorrido tra me e me, pensando a come avrebbe reagito da giovane, se gli avessero detto che un giorno avrebbe posseduto un telefono, che si può tenere in tasca.
Nel frattempo squilla il mio telefono; è una quasi, ma sono sicuro che presto lo diventerà, amica di Roma.

Fa l’attrice e ha lavorato nel cinema e alla televisione, ma quello che più l’appassiona sono delle rappresentazioni teatrali create da lei stessa, dove le protagoniste sono quasi sempre donne. Mi dice che sta preparando un lavoro su la poetessa americana Sylvia Plath, quella che si suicidò infilando la testa nel forno a gas della cucina, dopo aver preparato diligentemente la colazione per i suoi bambini. Senza accorgermene ho terminato di cenare. Mi alzo e pago il conto al gentilissimo proprietario. Esco e mentre mi accendo una sigaretta vedo un uomo e una donna che si baciano, mentre una solitaria folata di vento spegne l’accendino. Un “segno”, chissà? Metto nel conto dei numerosi commensali anche questo.
Risalgo in macchina e vado verso casa, ascoltando un concerto di Johann Sebastian Bach per organo e orchestra, severo e incalzante, ma addolcito da gioiose melodie, come la vita, come quelle vite che ho lasciato alle mie spalle, e che inevitabilmente e necessariamente, dimenticherò.

(racconto di Andrea Vollman)

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