Lunedì, 14 Ottobre 2013 16:14

Nessuna parola

Ho le palpebre pesanti, lotto per tenerle aperte e ogni volta che la Dyane ha un sobbalzo, qualcosa sul sedile posteriore sferraglia.
Nell'aria c'è uno strano sentore d'autunno. Non piove, ma la nebbia si posa su ogni cosa come una lacca. Il cielo e la strada sono dello stesso colore. Fari lontani via via si ingrandiscono come una stella in espansione.
Attraverso il finestrino guardo il rosone della chiesa accanto al campetto della scuola dove dei ragazzi stanno giocando e penso a Giacomo che adesso è a casa da scuola con qualche linea di febbre.
Oltrepasso una zona residenziale con prati livellati e digradanti su entrambi i lati. La strada principale si biforca: un ramo volge a sinistra verso il fiume; l'altro ramo prosegue fino al vecchio centro e alla sua stretta piazza, agli edifici rivestiti di mattoni e alle corti quadrangolari.

Frammenti di frasi improvvise e immagini sfrecciano nella mia mente. Penso a quello che mi ha raccontato proprio ieri sera Colette con il tono di sempre, riservato e dignitoso. Penso alle sue parole - in italiano - sul traffico illegale di materie prime in Congo, un saccheggio ossessivo che è sotto gli occhi di tutti ed è la principale causa di una guerra infinita.

In Sud Kivu ci sono stato due anni e ho visto coi miei occhi come chi sfrutta quelle miniere non si fa scrupoli e non guarda in faccia nessuno.
Penso a giovani ragazzi ricoperti di polvere dalla testa ai piedi e costretti a incunearsi in cunicoli angusti e pericolanti. Me li vedo davanti ora come se fossero fantasmi grigi che si aggirano storditi in mezzo al rumore ritmato degli scalpelli.

Svolto nella via sbagliata, torno indietro, e alla fine riprendo la via principale dove posso mettermi tranquillo dietro un autobus.
Una trama complessa di pensieri si sta facendo strada nella mia mente. Ho ancora davanti il Kivu e i suoi paesaggi incantevoli di montagne verdeggianti punteggiate di villaggi e bananeti.
Canticchio una canzone che ho imparato proprio in mezzo alle colline di Luhwinja e di Burhinyi e, mentre sterzo con leggerezza, sento gli ingranaggi del differenziale separarsi e i cuscinetti a sfere girare lenti. Il suono è amplificato e riempie il mio sensorio uditivo.

Penso alla mia vertebra contorta e sento il corpo caldo, liquido. Vedo Louis, appena emerso da un tunnel, ridurre dei sassi in polvere e Abdou, lo chef de colline, sorridere tristemente mentre si atteggia a grande capo.
Sento la mano di François brancolare verso la mia, cercarmi le punte delle dita, trovarle, e subito abbandonarle, come a passarmi qualcosa. Nessuna parola si avvicina a come mi sento, nessuna parola.

Mi fermo, parcheggio a ridosso del molo e m’incammino verso gli scogli. C’è appena un’ombra di luce nell’aria, che sembra seta e pare avvolgere le foglie degli alberi.
Una coppia di gabbiani vola sopra la mia testa. Il mare è chiaro e scintillante all’orizzonte. Provo l'impulso di camminare fino a farmi lambire i piedi dal bordo dell'onda e sento solo il bisogno di chinarmi per immergere finalmente le mani in acqua.

(racconto di Marco Crestani)

 

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